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Perfezione della contemplazione

Spiritualità05 Maggio 2018
Testo dell'audio

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

C’è una scala di perfezione nella preghiera, il cui primo gradino è la preghiera vocale, il secondo la meditazione discorsiva, il terzo la meditazione affettiva, il quarto la contemplazione attiva, il quinto la contemplazione passiva.

Ciò che rende perfetto un tipo di preghiera rispetto ad un altro è il modo in cui vi partecipa Dio. La contemplazione è il tipo di preghiera perfetto in quanto raggiunge un’unione più stretta ed intima con Dio di tutti gli altri tipi di preghiera ed in quanto coinvolge direttamente l’azione di Dio nell’anima.

Ora, la perfezione della preghiera corrisponde in genere alla perfezione morale di colui che prega, senza che la corrispondenza sia assoluta. Ci sono infatti santi che non hanno raggiunto il gradino della preghiera contemplativa. La regola generale è comunque chiara, in quanto più perfetta e pura è l’anima, più si può unire a Dio.

Abbiamo già visto come la preghiera vocale e la meditazione discorsiva appartengono alla via purgativa, la via dei principianti; come la meditazione affettiva appartiene alla via illuminativa, la via dei progredienti; e come la contemplazione appartiene alla via unitiva, la via dei perfetti. E siccome tutti possono raggiungere la perfezione morale, così tutti possono anche raggiungere la perfezione nella preghiera.

Se la contemplazione appartiene alla vita mistica, non solo ‘i mistici’ possono raggiungerla, dunque, ma, come dichiarano san Giovanni della Croce e santa Teresa d’Avila, tutti i fedeli. Anzi, non solo possono, ma anche devono raggiungerla. Per questo scopo, comunque, occorre santificarci.

San Giovanni Cassiano, nei suoi Colloqui con l’abate Isaac sulla preghiera, scrive sul rapporto tra la santificazione e la contemplazione (I.4): ‘L’anima può con assai apparenza essere paragonata ad una piumina fina o piuma leggera. Se nessuna umidità le sporca né le penetra, la mobilità della loro sostanza fa sì che al minimo soffio si elevino come naturalmente verso le alture dell’aria… Se i vizi e gli affanni del mondo non vengono ad appesantirla (l’anima) o la passione colpevole a sporcarla, sollevata in qualche maniera dal privilegio innato della sua purezza, al soffio più leggero della meditazione spirituale si eleverà verso le alture e, abbandonando le cose di quaggiù, passerà alle celesti ed invisibili’.

Vediamo che la mortificazione, preparazione alla preghiera mentale in genere, è ancor più importante per la contemplazione, anzi, è addirittura essenziale.

San Giovanni della Croce dà alcuni esempi degli ostacoli alla purezza del cuore e del distacco completo da tutto, che è necessario alla contemplazione (Salita I 1. XI, n. 3): ‘…il chiacchierare molto, qualche leggero attacco che non si ha il coraggio di rompere a persona, vestito, libro, cella, cibo preferito, a piccole familiarità, a leggere inclinazioni ai propri gusti, a volere sapere tutto e sentire tutto, ad altre simili soddisfazioni. Fa lo stesso che un uccello sia legato ad un filo sottile o ad uno grosso; perché, sebbene sottile, vi starà legato come al grosso, finché non lo spezzerà per volare… E così è dell’anima che è attaccata a qualche cosa: per quanto sia virtuosa, non giungerà alla libertà della divina unione’.

La lotta per raggiungere la purezza e la perfezione è soprattutto una lotta contro il proprio ‘io’. Padre Tommaso di Gesù OCD parla di ‘una continua abnegazione ed una perfetta conformità alla Volontà Divina’. S. Teresa d’Avila dice che ‘per mostrare più evidentemente tutte le Sue meraviglie Dio non vuole nient’altro che la donazione completa della nostra volontà’.

Scrive Riccardo di San Vittore (in un brano che ricorda quello di sant’Agostino) che ‘c’è più bisogno di compunzione che d’investigazione, di sospiri che di argomenti, di gemiti che di ragionamenti. Sappiamo, in effetti, che non c’è nulla che lavi le impurità del cuore, ristori la purezza dell’anima, dissipi le nubi dello spirito e vi porti serenità, se non una profonda ed intima compunzione. «Beati», dice la Sacra Scrittura, «coloro che hanno il cuore puro, perché vedranno Dio»’. Lo stesso teologo commenta: ‘Non è una cosa facile né poco importante, per l’anima dell’uomo, prendere la forma dell’angelo, uscire dalle abitudini umane, acquistare le ali spirituali ed elevarsi alle cose sovrannaturali’.

Applichiamoci quindi alla purezza del cuore, se desideriamo vedere Dio, se abbiamo premura di elevarci alla contemplazione delle cose divine’.

La compunzione implicata nella conoscenza della propria nullità e miseria è il preludio alla ‘saetta infuocata del divino amore che brucia e consuma ogni difetto’, nella parola di santa Camilla Battista da Varano. ‘Quale filosofia è quella di conoscere sé stesso e di conoscere Dio per quanto sia capace la natura umana! …Chi sei tu e chi sono io? Nel fissare lo sguardo su questo punto, l’anima stupisce d’ammirazione ed estasi. Inoltre riceve una luce smisurata di un gusto indicibile, con la quale, anche se tutti la esaltassero, non potrebbe smuoversi dalla chiara conoscenza della propria nullità’.

Comunque, i nostri sforzi morali non bastano da soli per raggiungere la purezza e la perfezione di cui si tratta qui, ma devono essere accompagnati dalla Grazia. Questa Grazia dobbiamo supplicarla e supplicarla con fervore. La lotta contro il proprio ‘io’ richiede patimenti ed è una morte a sé stessi, da intraprendere, come insegna san Bonaventura, in unione alla Passione ed alla Morte del Signore. Riguardo ai patimenti come preludio alle grazie mistiche della contemplazione scrive Santa Teresa: ‘La vera preparazione a tali favori, per noi che abbiamo offeso Dio, non dev’essere il desiderio di gustare consolazioni, ma di patire e imitare Nostro Signore nelle sofferenze. Abbiamo già visto in vari modi la centralità del Suo divin sacrificio per la preghiera: questa ha valore per ed in unione con esso; la preghiera vocale trova in esso – in quanto reso presente nella Santa Messa – la sua espressione definitiva e più sublime; la meditazione vi trova il suo oggetto più adatto e fecondo. Abbiamo già visto quanto sia necessaria per pregare e per progredire nella preghiera la mortificazione di noi stessi. Vedremo in seguito quanto essa sia necessaria anche per salire tutti i mistici gradini della contemplazione verso la visione beatifica di Dio.

Questa mortificazione, questo sacrificio di noi stessi, come anche la preghiera stessa, ha valore solo per ed in unione al sacrificio del Signore. L’unione consapevole del nostro sacrificio al Suo ci fa vivere più pienamente, più profondamente e con maggior devozione e frutto spirituale questo nostro sacrificio.

Come conclusione memorabile della sua opera Itinerario dello spirito verso Dio scrive il Doctor Seraphicus: ‘Se chiedessi come si possano fare queste cose [3], chiederei alla Grazia, non alla scienza; al desiderio e non all’intelligenza; ai gemiti della preghiera e non allo studio dei libri; allo Sposo e non al maestro, a Dio e non all’uomo; all’oscurità e non alla chiarezza; non alla luce che brilla ma al fuoco che infiamma completamente e trasporta in Dio per le unzioni eccessive e le più ardenti affezioni: quale fuoco è Dio, “il Cui camino è in Gerusalemme”, che Cristo accende nel fervore della Sua ardentissima Passione! Questo lo può percepire solo colui che dice: “La mia anima ha eletto il volo e le mie ossa la morte”. Chi ama tale morte può vedere Dio, poiché indubitatamente è vero che: “L’uomo non Mi vedrà e vivrà”.

Moriamo dunque ed entriamo nelle tenebre; imponiamo silenzio alle nostre preoccupazioni, concupiscenze ed immaginazioni; passiamo con Cristo Crocifisso da questo mondo al Padre, affinché, avendo visto il Padre, possiamo dire con Paolo: «La mia Grazia basta»; esultiamo con Davide dicendo: «La mia carne ed il mio cuore vengono meno, Dio del mio cuore e mia parte in Eterno. Benedetto sia il Signore in Eterno, e tutto il popolo dirà: Fiat, fiat, Amen»’.
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[3] L’unione a Dio.

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