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San Martino de Porres. L’umilissimo e mistico frate, medico e barbiere, che consigliava i potenti e parlava ai topi

Santi: ritratti di fede04 Novembre 2020
Testo dell'audio

Il domenicano san Martino de Porres aveva per madre una serva panamense di origine africana, che era stata liberata ed aveva preso il nome di Anna Vasquez e per padre un nobile spagnolo, Giovanni de Porres, che per qualche tempo non riconobbe il figlio mulatto. Martino nacque a Lima, nel Perù, il 9 dicembre 1579 e fu battezzato nella parrocchia di San Sebastiano. Dapprima visse nella miseria insieme alla madre e la sorellina Giovanna. Ma all’età di circa otto anni, il padre si occupò dell’educazione dei figli. Li portò con sé a Guayaquil in Ecuador, dove i due fratellini poterono vivere con maggior serenità e agiatezza.

Frequentando due farmacisti, Martino prese confidenza con la medicina in genere, passione che continuò a coltivare anche quando apprese l’arte del barbiere nella bottega di Marcello de Rivera. A quindici anni sentì la chiamata del Signore, che lo spinse verso l’Ordine domenicano già attivo a Lima sin dai tempi del primo vescovo del Perù, il domenicano fra’ Vincenzo Valverde, che era stato il consigliere di Francisco Pizarro, il conquistatore. Si presentò perciò ai domenicani della chiesa del Rosario, che era anche la prima chiesa americana dedicata alla Madonna del Rosario, costruita poco prima del 1539, anno in cui si costituì la provincia domenicana del Perù. Annesso alla chiesa c’era un grande convento con un centinaio di frati, che ospitava anche il Seminario, centro di studio di filosofia e teologia.

I Domenicani accolsero Martino come aiutante, detto “donato”, dedito ai lavori più umili, con grande disappunto di suo padre. Tuttavia, Martino era gioioso di essere chiamato alla semplicità, tenendo spesso la scopa in mano, perché dedito alle pulizie e nelle pause era di aiuto alla comunità religiosa con le acquisite conoscenze mediche; non di rado aiutando anche coloro che l’avevano deriso e offeso.

Si tramanda che, trovandosi il convento in gravi difficoltà finanziarie ed oppresso dai debiti, il priore uscì con alcuni oggetti preziosi allo scopo di venderli e con il ricavato pagare i debiti. Memore probabilmente di san Domenico di Guzman che si era offerto di riscattare il fratello di una povera donna consegnandosi lui come schiavo, Martino rincorse e raggiunse il priore che stava andando alla piazza del mercato. Ancora affannato per il cammino spedito, gli propose di non vendere i preziosi del convento, ma di vendere lui stesso come servo. Cosciente dell’immensa umiltà del frate e del suo amore per il convento, il priore gli disse: «Torna indietro, fratello, tu non sei da vendere».


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Umilissimo, ma non ignorante, tanto che vengono tramandate testimonianze sulle sue competenze in merito alla filosofia e teologia tomista. Frequenti erano i suoi incontri con gli studenti del Seminario e con essi si intratteneva sulle questioni della cosiddetta Filosofa Scolastica, come ad esempio quella dell’essenza e dell’esistenza in Dio. Un giorno due studenti stavano parlando fuori dalla scuola proprio di questo tema e vedendo passare Martino, gli chiesero cosa ne pensasse. Probabilmente nella loro voce ci doveva essere una nota di presa in giro, pensando che l’argomento non fosse alla sua portata. Come se nulla fosse, Martino diede questa risposta: «Non dice san Tommaso che l’esistenza è più perfetta dell’essere, ma che in Dio l’essere è lo stesso che esistere?». Tanto rimasero sorpresi da questa risposta, che i due allievi riferirono l’episodio al direttore degli Studi, il quale commentò così l’accaduto: «Martino ha la scienza dei Santi».

San Martino accoglieva poveri e malati con sorprendente carità: li soccorreva, senza mai dimenticare di parlare della fede in Dio e di come questa fede dovesse essere vissuta quotidianamente. Divenne, in pratica, un catechista.

Scrive padre Gerardo Cioffari OP: «Dovette essere proprio questa sua dedizione all’Ordine, questa scienza dei Santi e tutta la sua preziosa opera in convento a spingere i superiori a non tenerlo più soltanto come “donato”, ma a fargli emettere la professione solenne come frate converso (2 giugno 1603). Martino impresse allora alla sua vita una svolta più ascetica, con lunghe ore dinanzi a Santissimo Sacramento e flagellazioni notturne. Particolari meditazioni faceva intorno alla Passione di Gesù. Anzi, secondo alcune deposizioni al processo apostolico del 1683, ebbe il dono dell’estasi e fu visto sollevarsi diversi palmi da terra».


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Fra’ Martino cercò sovente la compagnia di altre anime elette, come il converso domenicano Giovanni Macìas del convento di Santa Maria Maddalena. Benché semplice cooperatore, Martino divenne punto di riferimento di saggezza e di spiritualità, perciò andavano nel convento per incontrarlo uomini di alto lignaggio, come per esempio il governatore ed il viceré. Inoltre, si occupava dei bisogni degli indigenti e in particolare degli indios. Quando Lima venne colpita dalla peste, si prodigò nel servizio e nell’assistenza sanitaria, prendendosi cura di ben sessanta frati.

Servitore, uomo delle pulizie, consigliere, infermiere, medico, ma anche barbiere del convento. Un giorno del 1635 nel loro cimitero trovò un quattordicenne seminudo che, in risposta alla sua domanda, disse di venire da Jeres de los Caballeros in Estremadura. Portatolo nella sua cella e datogli qualche vestito, gli disse che per mangiare e dormire poteva tornare là, ma che durante il giorno doveva darsi da fare per trovare un lavoro. Nel frattempo, gli insegnò il mestiere di barbiere. Poi, Giovanni, affezionatosi a Martino, gli chiese di accettarlo come suo assistente. Egli allora lo accolse e lo incaricò di una missione particolare: portare l’elemosina a quelle famiglie già ricche, ma ora ridotte in miseria.

Oltre alle medicine, preparate con le erbe officinali provenienti dalla fattoria di Limatambo, fra’ Martino curava attraverso i miracoli: la sua fede era così grande che il Signore interveniva direttamente per risolvere i casi che egli gli sottoponeva con la preghiera e i sacrifici. Con la fama della sua santità, nobili e prelati che passavano da Lima raramente omettevano una visita al convento e a Martino, anche per una veloce visita medica. Di questi nobili sono noti alcuni casi, come quello di Feliciano de la Vega, eletto arcivescovo del Messico, e del governatore. Alla proposta di seguire l’arcivescovo in Messico, Martino preferì, però, restare in convento e guarire i poveri.


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Fece edificare per i bambini indigenti il collegio di Santa Cruz, fra i primi sorti in America, un’iniziativa molto complessa perché non riuscì a sensibilizzare né l’autorità civile, né quella ecclesiastica. Il convento, da parte sua, sempre oppresso dai debiti, si limitò a dargli la facoltà di raccogliere i fondi per la costruzione del collegio. Finalmente trovò alcuni benefattori, grazie ai quali cominciò i lavori, affidando la gestione a Matteo Pastor, suo amico e sostenitore. Scelse quindi gli insegnanti che stabilmente dovevano occuparsi di questi bambini orfani o abbandonati, che qui trovarono una casa e una valida istruzione ed educazione cattolica.

San Martino è ricordato anche per la sua grande familiarità con tutte le creature di Dio, compresi gli animali, aspetto che lo riconduce a san Francesco d’Assisi. Nella letteratura che lo riguarda – a tal proposito rimandiamo a due libri seri e ben scritti: Giuliana Cavallini, I fioretti del beato Martino, Roma 1957 e Reginaldo Frascisco dell’ordine dei Predicatori, San Martìn de Porres. Il primo santo dei negri d’America, Bologna 1994 – si racconta di dialoghi che egli teneva con gatti, cani e soprattutto topi. Il suo essere completamente in Dio, Uno e Trino, e tutto di Dio, gli permise di entrare nell’armonia del Suo Regno, sia quello naturale che soprannaturale; ecco che, la sua perfetta innocenza lo rese capace di doni straordinari di fronte agli occhi degli uomini comuni. Tanti i testimoni oculari che narrarono i suoi prodigi, compiuti come amico e dominatore degli animali, al suo processo di beatificazione.

Fra’ Martino morì la sera del 3 novembre 1639, circondato dai frati in preghiera. Il giorno dopo, con la partecipazione di Feliciano de Vega, arcivescovo di Città del Messico, e delle autorità cittadine, la salma veniva tumulata nella cripta sottostante alla sala capitolare del convento domenicano. La sua fama di santità, già molto diffusa in vita, continuò a circolare ed ampliarsi fra la gente, e tutt’oggi, specie in Sud America, la devozione nei suoi confronti continua ad essere radicata. Proclamato patrono delle opere di giustizia sociale del Perù da papa Pio XII nel 1945, Martino fu canonizzato da Giovanni XXIII il 6 maggio 1962 e poi designato patrono dei barbieri da Paolo VI nel luglio del 1966.

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