< Torna alla categoria

Quando Benedetto parlò con Dio

Arte e Cultura29 Settembre 2021
Testo dell'audio

San Benedetto da Norcia, membro della nobile gens Anicia della città di Nursia era giunto a Roma all’età di circa vent’anni per studiare grammatica e gli studi letterari, come era usanza per i nobili del tempo.

Ma Roma, capitale di un Impero ormai defunto non sarebbe stata capace di attrarre neanche all’apice del proprio splendore l’ardore e l’inquietudine spirituale del giovane padre del monachesimo. Vi era in lui, come afferma san Gregorio, quell’ansia mistica che gli ardeva nel cuore di «piacere soltanto a Gesù Cristo», così da glorificare Lui in ogni cosa.

Fin da giovane infatti sembrava obbedire già a quel comando, che divenne in seguito il principio ispiratore della sua Regola di vita monastica. Quel richiamo che lo portò ad abbandonare la città e con essa ogni cosa: la cultura ed i piaceri del mondo, la ricchezza e l’affetto della famiglia. Era in cerca di un rifugio per lo spirito, di un silenzio per la mente, di una pace per il cuore.

Dinanzi ad una esigenza così alta e profonda volle far ritorno alla nuda terra dalla quale l’uomo nasce ed alla montagna dove Dio parla. Si incamminò solitario così verso la valle solcata dal fiume Aniene e protetta dai monti Simbruini, dove incontrò il monaco Romano che gli indicò uno speco incastonato sulle ripide pareti del monte Taleo.


[give_form id="6357"]

In quel Sacro Speco dove il santo visse per tre anni da eremita e sul quale si innalzarono tra l’XI e il XIII secolo due splendide chiese tra loro sovrapposte, si propagarono in azione e parola tutte le grazie spirituali e le virtù sociali di una fede completamente e radicalmente vissuta in Cristo i cui benefici attraverso il monachesimo si perpetueranno in Europa per secoli.

Quando il santo abbandonò la grotta al passaggio di un sacerdote, i frutti spirituali di quegli anni di silenzio vissuti nel Sacro Speco, vera culla della civiltà europea, cominciarono ad irradiarsi. Inizialmente ai pastori, poi ai fedeli delle chiese vicine e lontane con i primi giovani seguaci, i santi Mauro e Placido. Da qui la necessità di fondare nuove comunità cenobitiche con i relativi monasteri. Nel 529, abbandonando Subiaco, Benedetto trovò rifugio a Montecassino.

Qui completò infatti la sua Regola monastica, ma soprattutto edificò su quella terra, ancora luogo di culto pagano, il monastero madre del futuro Ordine benedettino e della stessa Europa; un paradigma sociale perfetto di santità evangelica. Con l’equilibrio e l’armonia tipicamente romana, con la misericordia e la solidarietà tipicamente cristiana prese forma così un modello morale di vita comunitaria, che è al tempo stesso un esempio economico, politico e culturale per la civiltà umana.


[give_form id="6357"]

Il monastero di Montecassino fu il cuore pulsante, ove sorse la societas christiana, ma la cui anima risiedette in quella piccola grotta a Subiaco e in quei tre anni di silenzio nei quali san Benedetto parlò con Dio.

Questo testo di Emanuele Rossi è tratto dalla rivista Radici Cristiane. Visita il sito radicicristiane.it

Da Facebook