< Torna alla categoria

Possibilità e realtà del bene morale naturale nei singoli stati di natura

Teologia Morale08 Dicembre 2023
Testo dell'audio

In questo podcast vediamo nello specifico, nei diversi stati di natura la possibilità dell’uomo di compiere il bene morale a livello naturale. Nello stato di Grazia (in statu gratiae) le forze morali dell’uomo sono particolarmente capaci di porre sentimenti e atti buoni. Numerosi Teologi intendono per realtà di atti puramente naturali tutti quei casi in cui l’agente trascura di seguire un impulso soprannaturale. Perciò la maggior parte segue l’opinione di S. Tommaso, secondo cui nella giustificazione ogni atto naturale buono viene nello stesso tempo elevato alla sfera soprannaturale, mediante la carità. Perciò secondo lui non c’è nessun indebolimento per il volere o l’agire puramente naturale.

 

Per lo stato di natura decaduta (in statu naturae lapsae) vale prima di tutto quanto detto. Dalla possibilità del bene naturale si afferma già a sufficienza, la realtà di un bene naturale. D’altra parte S. Tommaso sembra ammettere l’elevazione della Grazia già all’inizio dello sviluppo della vita morale-religiosa. Egli insegna che ogni uomo, al pieno risveglio della coscienza morale ha il dovere di ordinare se stesso e la propria vita al bene supremo. Se egli fa questo conforme alle sue conoscenze religiose, gode nello stesso momento la partecipazione della Grazia e la soppressione del peccato originale, altrimenti porterà con sé un grave peccato di omissione. Con questo si giunge allo stato della giustificazione o del peccato.

 

Nello stato di peccato mortale (in statu peccati) la posizione morale dell’uomo, come la possibilità del bene, è la stessa di quella dello stato di peccato originale. Col libero allontanamento dell’uomo da Dio e la scelta di un bene falso, creato, la situazione sembra sostanzialmente peggiorare.

Si potrebbe dire che come il giustificato che ha scelto Dio come fine della vita santifica in forza di questa scelta tutto il suo operare, così nei peccatori l’ordinazione a un falso fine dovrebbe corrompere ogni attività. A questa falsa conclusione sono giunti molti falsi maestri: “Tutto ciò che uno compie come peccatore o schiavo del peccato è peccato”.

Solo che la conclusione contraddice all’esperienza generale come alla natura morale dell’uomo. L’uomo raramente sceglie come fine permanente il piacere del peccato. Egli si lascia guidare da esso nel caso singolo, ma dopo dirige lo sguardo anche ad altri fini moralmente buoni. E anche quando la scelta fondamentale è avvenuta, egli non può distruggere la voce della coscienza e la tendenza dell’anima a Dio. Se egli segue quindi questa disposizione morale, la sua attività non sta più sotto la forza di quell’amore peccaminoso. Il bene limitato della terra non può stare per sempre al posto di Dio, infinito bene di ogni bene, e la tendenza naturale dell’anima a Dio è più forte dell’abbandono peccaminoso ai valori terreni. L’uomo è fatto a immagine di Dio è di Lui assetato. S. Tommaso afferma “il bene ha più forza del male”. Resta dunque vera la grande parola di S. Agostino: “Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te” (Confessioni).

 

L’idea di uno stato permanente di peccato proviene da Lutero dalla sua concezione materialistica dell’essenza del peccato penetrato nella natura, in Baio e Giansenio dal presupposto che ogni atto buono deve necessariamente provenire dall’amore disinteressato di Dio, che non si ha nel peccatore. In entrambe le concezioni bisognerebbe ammettere che l’atto ispirato dalla Grazia attuale, con cui l’uomo si prepara alla giustificazione, sia peccato. Anche per questo motivo la Chiesa ha senz’altro condannato il principio. Già S. Tommaso aveva detto: “è senz’altro falso che sia demeritorio ogni atto che non derivi dalla volontà informata dalla carità; altrimenti quelli che sono in peccato mortale peccherebbero in ogni loro atto, né bisognerebbe consigliarli a fare tutto il bene che possono; né le opere fatte da essi, che appartengono agli atti buoni, li disporrebbero alla Grazia. Cose tutte false” (De Malo, q. 2, a. 5, ad 7).

 

Anche nello stato d’incredulità e di paganesimo è rimasta la possibilità del bene naturale. Prescindiamo ora dagli impulsi soprannaturali che guidano alla salvezza. La conoscenza e la libertà necessarie per l’atto morale sono nei pagani assai più indebolite che nei peccatori fedeli, tuttavia non sono affatto distrutte. E l’adorazione di un falso dio tiene raramente quel posto dominante ogni azione che ha il vero Dio nella retta intenzione del cristiano, meno ancora il posto che occupa la passione dominante in un peccatore. Perciò la Chiesa rifiutò la tesi di Baio: “tutte le opere degli infedeli sono peccati e le virtù dei filosofi sono vizi”.

 

L’uomo nello stato di peccato non può osservare a lungo tutti i comandamenti ed evitare tutti i peccati mortali. Così pure è moralmente impossibile per il giusto evitare tutti i peccati veniali.

La seconda proposizione è stata definita dal Tridentino: Solo in virtù di uno “speciale Dei privilegium” è possibile evitare ogni peccato veniale. La prima proposizione si riferisce allo stato di natura. Essa proviene dalla dottrina di S. Paolo sulla forza del peccato nell’uomo decaduto, dall’insegnamento esplicito di S. Agostino ed è seguita da tutti i grandi Teologi del medioevo e dei tempi successivi. Essa afferma una restrizione dell’insegnamento sul bene naturale: la volontà naturale è capace di osservare, singolarmente presi, anche i più difficili doveri, di evitare anche le difficili tentazioni, singolarmente prese, ma non può con le proprie forze, per tutta la vita conservarsi immune dal peccato mortale o, come dicono anche gli Scolastici, amar Dio al di sopra di tutto. Causa di ciò è l’indebolimento delle forze morali della natura, la violenza degli istinti perversi e delle tentazioni esterne. Solo quando la volontà, attraverso l’amore soprannaturale e la Grazia, si unisce intimamente al più alto, indefettibile bene, acquista la forza di resistenza ed opposizione per superare gloriosamente non solo alcune tentazioni, ma tutti gli allettamenti del peccato (S. Tommaso, Summa, I-II, q. 109, a. 9).

Da Facebook