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Nel mondo della Chiesa luterana svedese. Dove le donne hanno superato gli uomini e ora il problema è una fede troppo al femminile

La trave e la pagliuzza14 Settembre 2020
Testo dell'audio

Per la prima volta nella sua storia la Chiesa svedese, evangelica luterana, conta più pastori donne che pastori uomini. Il sorpasso è avvenuto quest’anno: il 50,2 per cento dei ministri evangelici abilitati a officiare il servizio religioso è composto da donne: 1533 su un totale di 3063 presuli. E il dato è destinato a diventare ancora più netto visto che già da alcuni anni nei corsi di teologia le donne sono il 70 per cento degli iscritti.

È stata la stessa Chiesa luterana svedese a rendere note le cifre, confermando che il paese nordico è all’avanguardia nella cosiddetta gender equality, la parità di diritti e opportunità tra donne e uomini. Dalla pubblica amministrazione all’economia, dalla cultura ai media, dalla polizia alle forze armate, la società svedese non ammette disparità, e ora anche la religione può dirsi allineata.

“Nel 1990 avevamo previsto che cento anni più tardi, ovvero nel 2090, le donne-pastore sarebbero aumentate di numero fino ad arrivare alla metà del totale, ma la realtà si è rivelata molto più veloce delle nostre previsioni” ha commentato la portavoce della Chiesa luterana di Svezia, Christina Grenholm.

La notizia, dal punto di vista della Chiesa luterana di Svezia, è incoraggiante, ma le donne non sono ancora soddisfatte. Le cifre dicono infatti che ai gradi alti della gerarchia c’è ancora una predominanza di uomini e che una pastora, sebbene svolga gli stessi servizi, è mediamente meno retribuita del collega maschio, con una differenza che si aggira sulle 2200 corone svedesi, circa 215 euro mensili.


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È da sessantadue anni che la Chiesa protestante svedese ammette le donne al sacerdozio, con un boom di iscrizioni femminili ai corsi di teologia che va avanti dal 2000, l’anno in cui è stata sancita la separazione tra Chiesa e Stato, e non è raro il caso che un servizio religioso sia officiato da un pastore e da una pastora. Risale al 1982 l’abolizione, da parte del parlamento svedese, della “clausola di coscienza” che permetteva ai membri maschi del clero di rifiutarsi di collaborare con una collega. “In effetti – dice Christina Grenholm – molte parrocchie per il servizio domenicale cercano di avere sia un uomo sia una donna. Poiché crediamo che Dio abbia creato gli esseri umani a propria immagine come uomini e come donne, è essenziale che non solo lo diciamo, ma lo facciamo vedere”.

La reverenda Cristina Grenholm sostiene che per le donne i primi tempi sono stati difficili: “Ricordo che quando, magari per un matrimonio, entravo in una chiesa che non era la mia trovavo tutti gli armadi chiusi e non avevo il permesso di aprirli per prendere i paramenti e gli oggetti necessari per il rito. Mi è successo più volte, e allora non avrei mai immaginato che un giorno noi donne saremmo state più della metà del clero”.

Secondo la reverenda Elisabeth Oberg Hansen, la parità tra i sessi non è il risultato del femminismo, ma riflette lo sviluppo della società moderna in Svezia: “È così in tutti settori della società, specialmente nel campo accademico: ci sono più donne che studiano rispetto agli uomini. Penso sia proprio uno specchio della società”.


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Anna Inghammer, che ha studiato teologia e si appresta a diventare prete, spiega: “Sicuramente il dato sulla presenza femminile è positivo. Ma dovremmo pensare anche all’etnia e alla classe sociale di appartenenza. Talvolta si parla di Chiesa della classe media perché è soprattutto da quella classe che arrivano i preti. È qualcosa su cui dobbiamo lavorare: la Chiesa è per tutti”.

Tre anni fa la Chiesa di Svezia (che conta circa sei milioni di membri su una popolazione di dieci milioni) ha raccomandato al clero di usare un linguaggio neutro rispetto al genere, sostenendo che “Dio è al di là delle nostre determinazioni”.

Dice la reverenda Jennie Högberg, trentotto anni: “Sono arrivata al cristianesimo quando avevo vent’anni e sono stata ordinata sacerdote nel 2018, dopo aver studiato per dodici anni. Prima di diventare prete, ho lavorato come massaggiatrice e ho insegnato danza moderna e balletto. Sono anche sassofonista. Penso sia importante che le persone vedano che il clero è multidimensionale, come il resto della società”.


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Su Instagram la reverenda Jennie Högberg è presente come prete vegano. Spiega di esserlo diventata quattro anni fa e da allora condivide foto ispirate al tema. “Alcuni miei piatti – racconta – sono diventati popolari e così ho incominciato a dedicarmi ai temi che mi appassionano: veganismo, teologia animale e cambiamento climatico. Di recente sono diventata un’attivista e l’anno scorso ho incontrato Greta Thunberg. Parlo con molti giovani che immaginano che la Chiesa sia conservatrice e noiosa. Poi mi vedono e la pensano diversamente. Mi ritengo una voce critica all’interno della mia Chiesa: voglio che i luterani abbraccino il veganismo in un modo nuovo, per agire sui problemi climatici”.

Le donne sono qui per restare” dice da parte sua Sandra Signarsdotter, trentasette anni, pastora della chiesa Gustaf Vasa di Stoccolma. “Da noi – aggiunge con orgoglio – può succedere che il servizio sia condotto da tre donne”.

Fu proprio in questa chiesa nel cuore della capitale svedese che un’altra donna, Anna Howard Shaw, pastora metodista americana e suffragetta, divenne la prima donna del clero a predicare in Svezia. Era il 1911, a una conferenza internazionale per il suffragio femminile, molto prima che le donne potessero essere ordinate nella Chiesa di Svezia. “Ma gli uomini non le permisero di andare lassù”, dice la reverenda Signarsdotter indicando il pulpito. “Le fu permesso parlare solo dal basso”.

Il ruolo del sacerdote – aggiunge – oggi non è più quello di prima. Ci sono altri requisiti, come la gentilezza e la capacità di gestire molte situazioni diverse. Le cose stanno cambiando e nuove strade sono aperte per noi, sia come sacerdoti sia in generale come donne”.

Il sessismo, dice, è però ancora presente nella Chiesa. “Un giorno, un collega prete fece un apprezzamento sul mio fisico [in realtà l’espressione usata dalla reverenda è più colorita, ndr]. Vengo ancora vista come un corpo e non come una professionista. Le cose non cambieranno finché resteranno le strutture patriarcali, nella società e nella Chiesa. Ma non perdo la speranza. Guardo Julia (ragazza di ventitré nani che si sta preparando al sacerdozio e predica nella chiesa Gustav Vasa) e mi dico: dannazione, abbiamo lavorato bene”.

Maria Sjodin, che disegna paramenti femminili, gestisce un’attività in forte espansione. Accoglie le clienti nel suo atelier, in un sobborgo a sud di Stoccolma, e dice che è stato Dio a portarla qui, dopo che nel 2001 sua figlia, all’asilo, divenne amica di una bambina la cui madre era un prete. “Quella donna mi chiese una camicia da prete in stile femminile, perché non le piaceva quella da uomo, e quel pezzo rimane uno dei più popolari nella mia collezione”.

Il vescovo della Chiesa di Svezia Eva Brunne, che si è ritirata dopo un decennio alla guida della diocesi di Stoccolma, dice che non pensa che il sacerdozio dovrà diventare una professione prevalentemente femminile. Però questa è la netta tendenza. “Durante i miei dieci anni come vescovo mi chiedevano: ma dove sono gli uomini? Tutto ciò che posso dire è che non lo so. So soltanto che la Chiesa rispecchia la società: basti pensare alle università: più donne che uomini. Ciò significa più avvocatesse, dottoresse, eccetera”.

Di fatto oggi in Svezia, sia nella società in generale sia nella Chiesa, c’è uno squilibrio al contrario, tanto che la reverenda Cristina Grenholm parla apertamente di squilibrio di genere: “Penso che gli uomini abbiano qualcosa da scoprire nella Chiesa, e bisogna lavorare per questo”.

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