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Natura del sommo bene, beni materiali e corporali

Teologia Morale20 Dicembre 2022
Testo dell'audio

Da quanto detto consegue che non arriveremo a determinare validamente in che consista il bene sommo dell’uomo se non partendo dall’analisi della natura umana, perché sappiamo che ci deve essere proporzione tra la natura d’un ente e la perfezione che è il suo bene sommo e il suo fine ultimo. Questo punto di vista, che è il solo veramente oggettivo, ci impone le seguenti osservazioni:

 

LA CONOSCENZA E L’AMORE – Il sommo bene dell’uomo deve essere di tale natura da colmare in modo perfetto le aspirazioni più essenziali e più profonde della natura umana, cioè il doppio bisogno di conoscere e di amare. Sono infatti queste potenze che manifestano ed esprimono le finalità essenziali dell’uomo, essere sensibile ragionevole, nel quale la sensibilità, nell’ordine della conoscenza come in quello del desiderio, appare essa stessa al servizio della conoscenza intelligibile e dell’appetito razionale. L’uomo non si compie pienamente che nel pensiero e mediante il pensiero, grazie al quale egli aspira a dominare l’universo afferrandolo nelle sue cause e nei suoi princìpi, e nell’amore e mediante l’amore, attraverso cui egli aspira a possedere il bene che concepisce per mezzo della sua intelligenza. Per questo gli antichi dicevano che l’uomo è additus naturae: parte della natura per il suo organismo corporale, egli la trascende interamente per la ragione e l’amore.

 

Quando si parla d’intelligenza e di volontà, è chiaro che bisogna intendere qui atti o operazioni di queste facoltà. Il sommo bene non può essere conquistato e posseduto che con atti, perché è oggetto di desiderio e di tendenza e proprio per questo è cosa distinta dall’uomo. La sua acquisizione presuppone un moto, cioè il dispiegamento d’una attività e non si attuerà che con un atto d’appropriazione.

 

RELAZIONE DELLA CONOSCENZA CON L’AMORE – Possiamo tentare di precisare anche se il sommo bene dell’uomo debba consistere anzitutto e formalmente nella conoscenza o nell’amore. Pare che il sommo bene e il fine ultimo dell’uomo si debba porre propriamente e essenzialmente nell’atto dell’intelligenza.

 Sappiamo infatti che all’intelligenza spetta di cogliere il suo oggetto, non solo come una realtà intelligibile, ma anche come significante un grado di bene. Ogni attività volontaria, e di conseguenza ogni atto di amore, può quindi dispiegarsi adeguatamente solo come una determinazione mediante il bene conosciuto. L’amore presuppone perciò l’intelligenza e risulta dall’atto di conoscenza, in quanto con questo atto il bene diventa intimamente presente al conoscente e, con ciò stesso, produce in lui il diletto e la gioia. In poche parole, non si può amare ciò che non si conosce!

Perciò, il sommo bene dell’uomo e la sua beatitudine vanno posti in un atto d’intelligenza. Ma l’atto di volontà sarà nondimeno indispensabile alla perfezione della beatitudine, perché alla volontà appartengono il diletto e l’amore nei quali si consuma la beatitudine. Potrei conoscere un bene ma non tendere ad esso per appropriarmene: ad esempio, so che la conoscenza è un bene, ma se non voglio porre l’atto dello studiare non potrò mai acquisire conoscenza.

 

La natura concreta del sommo bene

 

Da tutto ciò che abbiamo detto, risulta che Dio solo può essere il sommo bene dell’uomo, il che significa, in altri termini, che proprio per la conoscenza di Dio si attueranno nella loro pienezza la perfezione e la beatitudine dell’uomo. Ciò appunto noi adesso dobbiamo dimostrare da un duplice punto di vista: negativamente, stabilendo che né i singoli beni finiti, né la loro somma rispondono alle condizioni del sommo bene e della beatitudine; positivamente, provando che Dio solo attua in sé in modo adeguato tutto ciò che è richiesto dal sommo bene dell’uomo.

 

INSUFFICIENZA DEI BENI FINITI

 

I differenti beni finiti, il cui godimento è accessibile all’uomo, si possono distinguere in beni materiali, corporali, spirituali e morali. Oggi vedremo i primi due tipi, rimandando ad un prossimo podcast i secondi due.

 

I BENI MATERIALI – I beni materiali corrispondono a quei beni che oggi si chiamano valori economici o, in generale, alle «ricchezze». Tutti questi beni sono esteriori all’uomo; compresi nel campo dell’avere, come tali, sono talmente sottomessi alle vicissitudini della fortuna e del rischio ch’è evidentemente impossibile riporre in essi il sommo bene. È un adagio banale della saggezza comune il dire che «le ricchezze non fanno la felicità». Questi beni sono, d’altronde, per essenza, dei beni utili, beni cioè che non valgono se non in funzione dei beni personali, corporali o spirituali, ch’essi servono ad acquistare. Non possono pertanto aver mai ragione e dignità di fine ultimo, e neppure di fine propriamente detto. Sono dei puri mezzi.

 

Le osservazioni riguardanti i beni materiali si applicano anche agli altri beni esteriori all’uomo, quali l’onore, la gloria e la potenza, beni che sono sottomessi alla fortuna, recano spesso con sé dei mali grandi e numerosi e possono, per di più, come le ricchezze, coesistere con la miseria morale.

I BENI CORPORALI – Tra i beni corporali invece, annoveriamo la bellezza, la salute, la forza,  la longevità, il piacere e la voluttà. Questi sono dei veri beni, perché perfezionano l’uomo secondo una parte della sua natura: essi si pongono per lui nel campo dell’essere e non più solamente nell’ambito dell’avere, come i beni materiali. Possono perciò avere ragione di fini ma solamente di fini intermediari e non di fine ultimo, perché non costituiscono il sommo bene. Infatti, sotto un certo aspetto, questi sono ancora dei beni utili, in quanto sono subordinati al bene dell’anima. È evidente che se il fine ultimo dell’uomo consistesse nell’ottenere dei beni corporali, l’anima spirituale risulterebbe per ciò stesso ordinata al corpo, e l’uomo non si differenzierebbe essenzialmente dall’animale. D’altra parte, i beni corporali sono fragili e corruttibili e come tali non possono essere il sommo bene. In realtà,  tutti questi beni sono ordinati alla perfezione dell’anima, cioè all’esercizio agevole e armonioso delle sue più alte operazioni, quali la conoscenza e l’amore.

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