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La vita di Cristo è caratterizzata dal sacrificio

Liturgia30 Gennaio 2019
Testo dell'audio

Una sacra auto-immolazione caratterizza tutta la vita terrena di Cristo: essa fu un continuo martirio, un sacrificio cruento di mortificazione, un’offerta d’incenso, di devozione e di preghiera, un sacrifico consumato dal fuoco dell’amore verso Dio e gli uomini. Veramente, un martirio di rinuncia e di abnegazione fu l’esistenza terrena di Cristo: dal grembo materno a quello della tomba.

Un sacro velo di tristezza era adagiato su tutta la Sua vita, caratterizzata da severa penitenza ed espiazione per un mondo tutto volto alla spensieratezza e alla sensualità peccaminosa in orribile empietà. La Sua via dolorosa incominciò già nella mangiatoia e si concluse sulla Croce: la mangiatoia e la Croce sono imparentate. Nella mangiatoia Gesù giaceva, pieno di Grazia, come un mansueto figlio di Dio; sulla Croce Egli pendeva con il corpo lacerato e sanguinante: in ambedue i casi, Egli è l’Agnello sacrificato per i peccati del Mondo.

Il Monte Calvario gettava già la sua ombra sulla tranquilla vita nascosta di Betlemme e di Nazareth. Per tutta la Sua vita Gesù fu “povero e sofferente” (Sal. 68,30). Privazioni, umiliazioni, dolori furono gl’inseparabili compagni della Sua esistenza: lo circondarono al Suo arrivo nel mondo, lo accompagnarono nel Suo pellegrinaggio terreno e salirono con Lui sulla croce.

Egli disprezzò e disdegnò tutto ciò che il mondo ama, cerca e apprezza, tutte le gioie, ricchezze e magnificenze, ogni sfarzo e splendore della Terra: al contrario, Egli soffrì povertà, fatiche, inimicizie, contraddizioni e mortificazioni senza misura, come solamente un amore sconfinato può accettare e sopportare. Come un forestiero, che nulla possieda e non abbia dove posare il capo, il Signore dei Cieli soggiornò e camminò per anni su questa Terra germinante spine e triboli.

D’altra parte si deve considerare che il Suo corpo delicato e puro, la Sua anima nobile e santissima erano fatti proprio per soffrire; per questa ragione tutte le sofferenze fisiche e spirituali, così acerbe, taglienti e amare, furono sentite mille volte più profondamente di quanto noi uomini possiamo immaginare.

Egli trascorse la Sua infanzia, la Sua fanciullezza e la Sua adolescenza nel nascondimento e nell’oblio, nella rinuncia e nella privazione, nel duro lavoro e nella penitenza; ma anche i tre anni della Sua vita pubblica, della Sua predicazione, in mezzo a una generazione incredula e perversa (Mat. 17,16), furono pieni di amarezza causata da misconoscimenti, ingratitudine e persecuzione, provenienti in gran parte dal Suo popolo che Gli causò grande dolore, giacché Egli era venuto per esso, a cercare i dispersi e renderli beati. Fu malinteso, diffamato e denigrato dai Giudei ostinati, cosicché prima di lasciare questo mondo attribuì a Sé le parole profetiche: “Mi odiarono senza ragione” (Giov. 15,25; vd. Sal. 68,5); e disse ai Suoi discepoli: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato Me” (Giov. 15,18).

Anche l’ammirabile peregrinare del Redentore sulla Terra, in condizione di servo, fu come il dolce profumo d’incenso della preghiera che sale a Dio, offerto sull’altare d’oro che sta davanti al trono (Ap. 8,1-4). Il fuoco della preghiera bruciava incessantemente con ardore e purezza nel Suo cuore divino. Egli consacrò con la preghiera tutti i giorni e tutte le notti; addirittura ogni ora della Sua povera, umile, penosissima vita; e fu la più sublime e potente preghiera, che mai ebbe a trapassare le nubi e sia giunta al trono dell’Altissimo.

Perciò, la vita di Gesù fu un ineffabile, perfetto olocausto di purissimo amore per Dio e gli uomini. Il Suo cibo era di fare la volontà del Padre Suo celeste (Giov. 4,34) e, a conclusione della Sua vita terrena, poté pregare il Padre dicendo: “Io Ti ho glorificato sulla terra avendo compiuto l’opera che Mi hai dato da fare” (Giov. 17,4).

Simile a un agnello sacrificato, bruciava nel Suo petto l’ardore del Suo zelo per la casa e la gloria del Padre Suo, e lo “consumava” come lo stoppino acceso consuma le candele dell’altare (Giov. 2,17). Da quest’ardente amore di Dio sprigionava poi la fiamma dello zelo per la conversione e la salvezza degli uomini.

Ciò che il Signore “nei giorni della Sua carne” fece e soffrì per trentatré anni sulla terra sarebbe bastato infinitamente a redimere mille mondi e accumulare incommensurabili meriti e tesori di Grazia; ma secondo l’adorabile consiglio di Dio tutto questo non era ancora sufficiente per riscattarci dalla schiavitù del peccato e per riacquistarci la libertà dei figli di Dio: solamente il prezzo del sangue e della vita di Cristo poteva bastare.

Tale prezzo della Redenzione era richiesto dalla giustizia di Dio, e Cristo si offerse liberamente, per amore, a pagarlo per noi: il sacrificio della morte sulla croce doveva costituire il coronamento, la conclusione, il compimento dell’opera di Redenzione. Che l’amara sofferenza e la morte siano in senso proprio un sacrificio, lo insegna espressamente la Parola di Dio e, da sempre, lo hanno creduto e confessato tutti i Cristiani.