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Intelligibilità e partecipazione

Liturgia04 Marzo 2018
Radio Roma Libera - Intelligibilità e partecipazione
Testo dell'audio

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Chiaramente è necessario che ogni forma di azione pubblica sia intelligibile e partecipata. Il Concilio di Trento decretò che la santa Messa secondo il Rito antico fosse resa intelligibile ai fedeli ed il Catechismo di Trento, a sua volta, sottolinea costantemente l’obbligo del parroco di spiegare i misteri della Fede in generale e della santa Messa in particolare.[1]

Il Movimento liturgico sotto la guida di dom Guéranger intraprese il compito di spiegare in dettaglio i suoi vari testi e le sue parti componenti. Questo lavoro catechetico mise i fedeli in grado di partecipare più pienamente alla santa Messa: esternamente con le risposte e il canto, ma in special modo, internamente[2] nel più alto atto di cui un uomo sia capace, cioè l’atto di adorazione che è la santa Messa e, in particolare, l’atto di oblazione ed immolazione di sé in unione con il santo Sacrificio del monte Calvario.

Anche la celebrazione con la quale Martin Lutero e gli altri riformatori sostituirono la Messa doveva essere intelligibile e partecipata dal popolo. Poiché queste celebrazioni erano essenzialmente azioni comunitarie ed antropocentriche, l’intelligibilità e partecipazione furono raggiunte, in larga parte, traducendo il latino in volgare ed eliminando il silenzio. La lingua divenne puramente comunicativa e perse la sua “stilizzazione sacrale” che «costituisce un elemento essenziale in qualsiasi lingua di preghiera ufficiale», per usare le parole della professoressa Christine Mohrmann (MD p. 362), una stilizzazione sacrale, che è indirizzata all’unione a Dio.

Per quanto concerne il Nuovo rito, don Peter Coughlan, membro del segretariato del Consilium, osservò, a proposito della riforma liturgica[3], che «il suo principale affondo può venire riassunto sotto due diciture: intelligibilità e partecipazione; […] esse danno l’avvio a un processo che non è ancora terminato» (MD p. 28) – una frase profetica, come Michael Davies giustamente osserva.

A questo punto possiamo chiederci perché, se l’obiettivo principale della riforma liturgica era quello di rendere la santa Messa intelligibile, ha fallito in questo compito: poiché l’ignoranza sulla natura della santa Messa è ampiamente diffusa, anzi quasi universale[4]. La risposta deve trovarsi nel fatto che i fedeli capiscono la Messa nel modo in cui ne hanno esperienza e nel modo in cui viene loro rappresentata: non come il santo Sacrificio del Calvario, ma come un’azione comunitaria antropocentrica[5]: in altre parole, non secondo la teologia cattolica, ma secondo quella protestante.

Per quanto concerne l’intelligibilità del Nuovo rito, la lingua non è più usata per uno scopo sacro, ma per una comunicazione tra uomo ed uomo. Persino le parole della consacrazione, dette ad alta voce e sottilmente alterate, diventano mezzo di comunicazione, di “narrativa”: importante nel ricevere e non nel proferire: in cosa esse comunicano e non in ciò che attualizzano – come se Fiat lux fosse stato detto al fine di essere udito.

Parlando degli attacchi alla lingua latina nella Messa, don Nikolaus Gihr scrive che «tali attacchi hanno origine principalmente da uno spirito eretico, scismatico, orgogliosamente nazionalista, ostile alla Chiesa o in un illuminismo superficiale e falso, in un razionalismo superficiale e arido, completamente privo della percezione e comprensione dell’essenza e dell’obiettivo della liturgia cattolica, specialmente del sacrificio profondamente mistico» (MD p. 358).

Riguardo alla partecipazione al Nuovo rito, l’assemblea non si unisce più spiritualmente ai misteri insondabili della Messa, ma usurpa le funzioni del clero con incursioni nel santuario per leggere lezioni o preghiere, per portare le offerte o per aprire il tabernacolo, rovistare in esso e distribuire la santa Comunione, mentre la mulier idonea[6] fa la sua apparizione nella liturgia per la prima volta (Esame Critico V), rompendo con la tradizione giudaico-cristiana di tre millenni e mezzo.

Sopra e oltre questa partecipazione liturgica, si dovrebbe nominare la partecipazione sociale: la stretta di mano (o altri saluti come indicato dalle norme culturali locali o dai livelli rispettivi di emozione), l’applauso, la risata e persino la danza[7].

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[1] Il Concilio di Trento, s. 22, cap. 8 decreta: «mandat sancta Synodus pastoribus et singulis curam animarum gerentibus, ut frequenter inter Missarum celebrationem vel per se vel per alios ex his quae in Missa leguntur, exponant atque inter cetera santissimi huius sacrificii mysterium aliquod declarent, diebus praesertim Dominicis et festis; il santo Sinodo comanda ai pastori e a tutti quelli che hanno cura della anime di spiegare frequentemente, durante la celebrazione delle messe, personalmente o per mezzo di altri, qualcosa di quello che si legge nella Messa e tra le altre cose qualche verità di quello santissimo sacrificio, specie nei giorni di domenica e festivi». Il Catechismo romano dichiara in seguito, all’inizio della sua trattazione del sacramento dell’Eucaristia che «[…] i parroci devono esporre con la massima diligenza tutto ciò che può aiutare ad illustrare la maestà dell’Eucaristia…» ecc.
[2] Cfr. L’Istruzione sulla Musica sacra e la Liturgia sacra 22a (Sacra Congregazione dei riti 1958, citando Mediator Dei di Papa Pio XII 194, in riferimento a san Paolo): «Questa partecipazione deve essere in primo luogo interna, attuata con una devota attenzione della mente e con l’affetto del cuore, per mezzo dei quali i fedeli, “si uniscono più intimamente al sommo Sacerdote… e con Lui e per Lui offrono (il sacrificio) e donano se stessi con Lui”».
[3] Nl suo libro The New Mass: a Pastoral Guide (1969).
[4] L’autore di questo saggio ha tenuto un certo numero di conferenze sulla santa Messa ai giovani cattolici ed ai parrocchiani di parrocchie Novus ordo: nessuno fino ad ora è stato capace di dirgli che cosa some un pasto commemorativo, per esempio – si rimanda alle precedenti note su questa idea sbagliata.
[6] O minus idonea.
[7] A dispetto di tutte queste innovazioni liturgiche e sociali, un certo numero di fedeli, dopo aver partecipato al Rito antico per la prima volta, hanno confidato all’autore che hanno potuto partecipare ad esso meglio che al Nuovo rito.