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Il sacrificio della Croce di Cristo

Liturgia06 Febbraio 2019
Testo dell'audio

In quale senso dobbiamo ora intendere la morte in croce di Cristo come un vero sacrificio? In che misura si trovano in esso tutti gli elementi indispensabili a un sacrificio vero e proprio? Sull’altare della croce, Cristo, il grande Sommo Sacerdote, ha votato la Sua preziosa vita a una morte atroce a nome di tutto il genere umano per glorificare degnamente la divina Maestà, per conciliare pienamente la benevolenza e la grazia del Cielo e acquisirle di nuovo agli uomini.

a) Colui che fece il sacrificio sulla croce era Gesù Cristo: l’Uomo Dio, il Sommo Sacerdote. Era quindi una persona divina, il Figlio stesso di Dio, che poté compiere il sacrificio, tuttavia, solamente tramite la Sua natura umana, cioè con un atto di amore e di ubbidienza, di sottomissione e di dedizione di cui la Sua santissima anima era piena e ardente. Questo atto sacrificale, essendo compiuto da una persona illimitata, fu infinitamente prezioso e meritorio.

b) Sulla croce fu sacrificato come vittima il Figlio di Dio nella Sua natura umana, cioè il Verbo eterno unito personalmente alla natura umana che, tramite questa unione, acquistò una dignità infinita. Di conseguenza, Gesù Cristo non era semplicemente il sacerdote del proprio sacrificio, ma era anche il sacrificio del Suo sacerdozio, poiché Egli offerse Sé Stesso – il Suo corpo e il Suo sangue – a Dio sul legno della croce.

Infatti, secondo S. Pietro “l’autore della vita è stato ucciso“ (Att. 3,15); e S. Giovanni dice che “Dio ha dato la Sua vita per noi“ (1Giov. 3,16); e secondo S. Paolo “il Signore della Gloria è stato crocefisso dai Giudei” e “Dio si è acquistata la Chiesa col Suo proprio sangue” (1Cor. 3,8; Att. 20,28).

Nel sacrificio della croce l’uomo-Dio è nel medesimo tempo sacerdote sacrificante e agnello del sacrificio: sacrifica ed è sacrificato secondo la Sua natura umana. Egli è Sacerdote, e compie liberamente il sacrificio della propria vita; Egli è l’Agnello che viene ucciso a gloria di Dio, poiché soffre e patisce dolore e morte.

c) L’atto sacrificale compete al Sacerdote e perciò anche sul Golgota deve essere compiuto dal Salvatore medesimo, Sommo Sacerdote. Questo atto, ovviamente, non consisteva nell’uccisione fisica in sé, che fu operata dai nemici e carnefici di Gesù, ma piuttosto nella libera accettazione e offerta della propria morte cruenta. I soldati che massacrarono il Signore Lo volevano uccidere e Lo hanno ucciso veramente in maniera violenta e crudele, senza però compiere un sacrificio: infatti, non hanno fatto un’opera gradita a Dio, ma hanno agito nella maniera più sacrilega.

Il Signore ricevette ciò che secondo il consiglio della Sua volontà aveva prescelto: Egli lasciò che le mani rabbiose dei senzadio, divenute utili al Redentore, infuriassero contro di Lui, sigillando così la propria rovina” (S. Leone Magno). Cristo completò sulla croce l’immolazione con sentimento sacerdotale, non costretto ma nella più assoluta libertà; con indicibili dolori versò il Suo sangue e, con obbedienza ricca di frutti e promesse, offrì la Sua preziosissima vita per riconciliare e glorificare la Maestà dell’Altissimo disonorata dal peccato.

Per essere un vero sacrificio, il patire e morire di Cristo doveva essere assolutamente volontario, cioè dipendere dalla Sua volontà umana, accettata e ordinata alla glorificazione di Dio. Che questo sia avvenuto, lo rileva ripetutamente e con forza la Sacra Scrittura. “Cristo è stato sacrificato perché Egli stesso lo volle” (Is. 53,7).

La volontarietà della sofferenza e morte di Gesù consiste in primo luogo nel fatto che Egli lasciò martirizzare il Suo corpo per opera di peccatori, benché avesse potuto impedirlo semplicemente con la Sua sola volontà umana; infatti, senza o contro la Sua volontà, nessuna forza al mondo, nemmeno tutta la rabbia dell’inferno, avrebbe potuto infliggerGli il minimo dolore. Quando arrivò la Sua ora, il Redentore si abbandonò nelle mani dei Suoi nemici, salendo sull’altare della croce. Infatti, la Sua semplice parola: “Sono Io” (Giov. 18,6) gettò a terra tutti i soldati del gruppo rendendo i Suoi avversari impotenti poiché, a Sua richiesta, il Padre avrebbe mandato “più di 12 legioni di angeli”, cioè una innumerevole turba angelica (Mat. 26,23).

Ma il “Figlio del Dio vivente” non voleva respingere la violenza che Gli veniva inflitta: Egli accettò liberamente e per amore la dolorosissima via della croce. Perciò la sofferenza e la morte furono la conseguenza naturale di quel crudele martirio che soggiogò e sommerse il corpo e l’anima del Redentore; ma Egli avrebbe potuto allontanare da Sé, con potere sovrano, anche questo effetto naturale, dolore e morte.

Non lo volle: volle invece vuotare interamente il calice della sofferenza e provare il sapore dell’amarezza e della morte in tutta la sua severità. Con voce alta e con un forte grido Egli raccomandò l’anima Sua nelle mani del Suo Padre celeste (Luc. 23,46), chinò il capo e morì “perché lo volle, quando lo volle e nella maniera in cui Egli lo volle”. Perché questo grido così forte? Per rivelare il Suo potere sulla morte e sulla vita; per mostrare a tutto il mondo che Egli possiede forza e potenza di allontanare da Sé la morte e di preservare la propria vita: e “non muore per debolezza ma perché è in Suo potere farlo”, cioè ha la libera volontà e la libera scelta.

L’impressione fatta sui presenti fu così enorme che poco dopo il capitano pagano disse: “Quest’uomo, in verità, era figlio di Dio!” Così si avverrò sul Golgota ciò che il Salvatore aveva preannunciato: “Per le mie pecore do la mia vita; e nessuno me la può togliere; ma la do io da me stesso; ed ho il potere di darla e il potere di prenderla di nuovo” (Giov. 10,15. 18).

Quest’atto sacerdotale e di autoimmolazione del Salvatore fu compiuto, in primo luogo, spiritualmente e con il cuore, ma non rimase interiore e invisibile: il sentimento e la volontà di sacrificio di Cristo, infatti, emersero anche all’esterno e si manifestarono con lo spargimento del Suo sangue e nella distruzione della Sua vita, conseguenze che Egli avrebbe potuto scongiurare, se solo avesse voluto.

  1. Il motivo di questo sacrificio cruento di Cristo fu la redenzione del mondo, la ristorazione e la ricomposizione dell’ordine soprannaturale nell’Umanità e nell’intera Creazione. Infatti, “qual è stato l’effetto della Croce di Cristo? Che cosa continua ancora ad apportare se non la cancellazione dell’inimicizia e la riconciliazione del Mondo con Dio affinché, tramite il sacrificio dell’Agnello ucciso, tutto possa essere riportato alla vera pace?” (S. Leone Magno, XV Orazione sulla sofferenza del Signore).

Per compiere la Redenzione, il Signore non ha sacrificato una cosa di poco conto, ma la Sua umanità che, in Sé, è incomparabilmente più preziosa di tutte le creature, e che in unione alla Divinità possiede infinita dignità e sovranità.

Questa nobile, adorabile umanità di Cristo è stata sacrificata sulla Croce, cioè consumata nella Sua debolezza (Is. 53,10), per onorare veramente l’inviolabile Maestà dell’Altissimo, placare la Sua ira e conciliare la Sua giustizia. Il frutto di quest’omaggio ed espiazione, che Cristo ha compiuto per noi e al nostro posto, è a vantaggio dell’umanità: per noi ha meritato il condono dei nostri peccati e delle nostre pene, inoltre ha meritato il dono di ogni grazia e benedizione.

La Maestà e la Giustizia di Dio non avrebbe potuto essere glorificata in maniera più splendida e sconvolgente di quanto non sia avvenuto, con la crocifissione dell’UomoDio Sommo Sacerdote, tramite la radicale e incomprensibile umiliazione di Sé. Grande e degna fu l’adorazione offerta alla divina Maestà mediante il sacrificio della croce; infinitamente perfetta la soddisfazione data alla Giustizia divina tramite la sofferenza e la morte di Cristo; abbondante e senza fine fu anche il merito che il Redentore acquistò con il sacrificio della Sua vita per l’umanità.

Quale sacrificio fu mai più santo di quello che il vero Sommo Sacerdote, con l’offerta del Suo corpo, pose sull’altare della Croce?” (S. Leone Magno). Qui il sacerdote offerente è assolutamente degno, preziosa senza fine l’offerta, e l’atto sacrificale d’infinito valore: perciò è un sacrificio necessariamente perfetto, a cui si riferiscono tutti gli altri sacrifici e dal quale tutti gli altri sacrifici attingono il loro significato, forza ed efficacia.