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Il sacrificio del Figlio è l’unico gradito dal Padre

Liturgia03 Febbraio 2019
Testo dell'audio

I sacrifici veterotestamentari, soprattutto i più importanti e numerosi, cioè i sacrifici cruenti, ebbero principalmente lo scopo di prefigurare l’offerta della vita di Gesù nella Sua morte violenta. Se dunque queste imperfette immagini velate erano l’anticipo dell’unica morte redentrice di Cristo sulla croce, non bisognerebbe allora considerare anch’esse come veri sacrifici di morte, e quindi come sacrifici in senso proprio? La realtà, l’adempimento, il compimento, tuttavia, non possono e non devono essere messi in secondo piano dietro le ombre, le immagini e i segni.

Questo è spiegato molto bene da Papa S. Leone: “Nelle opere manifeste doveva compiersi pienamente ciò che era stato promesso in misteri esemplari molto tempo prima: cioè, che il vero Agnello sacrificato avrebbe sostituito gli esempi simbolici; e che in un solo sacrificio si sarebbe compiuta la loro perfezione; infatti, quanto fu stabilito da Dio in anticipo riguardo al sacrificio dell’Agnello – come riferito da Mosè – preannunciava il Redentore e, chiaramente, il sacrificio cruento di Cristo.

Perciò, affinché con l’apparire della Verità, le ombre cedessero il posto al corpo, l’antica pratica venne abrogata tramite il nuovo Mistero: il mistero diventa Mistero (hostia in Hostiam transit). Il sangue viene abolito dal Sangue, e la celebrazione della Legge trova il suo adempimento venendo mutata” (VII Orazione sulla sofferenza del Signore).

Ciò che il sacrificio del Vecchio Testamento prefigurava in maniera misteriosa, il Profeta, per ispirazione divina, lo ha annunciato con parole chiare e commoventi: il carattere sacrificale nell’amara sofferenza e morte di Gesù Cristo. Isaia (52,4-12) annuncia chiaramente che il Cristo soffrirà e morirà a causa dei nostri peccati e la morte che subirà liberamente per noi sarà un vero sacrificio. “Egli è stato sacrificato perché Egli stesso lo volle.”

Poi il Profeta paragona il Redentore a una pecora che non apre bocca mentre viene condotta al macello, come pure a un muto agnello, steso davanti al suo tosatore. Questa commovente figura intende preannunciare che Egli, da innocente, dovrà patire la morte dolorosa con muta rassegnazione e calma silenziosa. Il frutto espiatorio della Sua morte sacrificale sarà una discendenza spirituale eterna. Esso consisterà, infatti, nell’immensa turba degli eletti che nessuno 4 potrà contare, poiché i loro nomi sono scritti nel libro della vita: essi furono e saranno salvati e beatificati attraverso l’unico tramite del sangue di Cristo sparso per loro.

Nel Vecchio Testamento l’agnello era il più frequente animale destinato ai sacrifici: si pensi all’agnello pasquale di ogni anno, come anche al sacrificio mattutino e vespertino di un agnello. È comprensibile che, con il sacrificio degli agnelli, fosse prefigurato il Cristo, ed è perciò naturale che nel Nuovo Testamento Egli sia spesso rappresentato come il vero Agnello, Agnello senza difetto e senza macchia, come il nostro Agnello pasquale, e che sia lodato come l’Agnello di Dio.

Nell’Apocalisse di San Giovanni troviamo il nome “Agnello” (Agnus) persino come nome proprio dell’Uomo-Dio. Risulta dunque evidente che la denominazione di Gesù come Agnello è caratteristica e vuole esprimere il senso della Sua morte come morte sacrificale, vero sacrificio espiatorio; e allo stesso tempo essa indica la mitezza, la rassegnazione e la pazienza da Lui manifestate nella sofferenza.

Questi concetti sono messi in risalto dal Principe degli Apostoli quando scrive: “Il Signore, Che non ha commesso peccato e sulla cui bocca non s’è trovato inganno, Che ingiuriato non ingiuriava; maltrattato non minacciava, ma si rimetteva a Colui che giudica giustamente” (1Piet. 2,22-23). S. Giovanni Battista indica Cristo come “l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”, cioè riconcilia il Cielo e la Terra tramite lo spargimento del proprio sangue. San Paolo insiste a celebrare la vera Pasqua spirituale, poiché Cristo, il nostro Agnello del sacrificio, è stato ucciso e sacrificato.

L’apostolo Pietro incoraggia e ammonisce i Cristiani ad uno stile di vita gradito a Dio richiamando alla memoria l’altissimo prezzo che è costata la loro redenzione: “Comportatevi con (santo e sano) timore durante il tempo della vostra passeggera dimora, sapendo che non per mezzo di cose corruttibili, come oro o argento, voi siete stati riscattati, ma con il prezioso sangue di Cristo, Agnello senza difetto e senza macchia” (1Piet. 1,19).

Essendo assolutamente immacolato e santo, Cristo è l’Agnello sacrificale perfetto, senza macchia e infinitamente gradito a Dio, il cui sangue estingue tutti i peccati e procura la vera conciliazione. Riferendosi ai testi biblici, San Leone Magno commenta che ci è stata donata “la riconciliazione dell’Agnello immacolato e la pienezza di tutti i sacramenti”; poi aggiunge che Cristo si è “offerto al Padre come il nuovo e vero sacrificio di riconciliazione”.

Egli però non fu crocefisso nel Tempio o entro le mura della città, bensì fuori affinché, dopo che gli antichi sacrifici simbolici fossero cessati, “un nuovo Sacrificio venisse posto su un nuovo altare e la croce di Cristo non fosse l’altare del tempio ma del mondo” (ut nova Hostia novo imponeretur altari et crux Christi non templi esset ara, sed mundi. – De pass. Dom. serm. 8, 5). d) Il Signore stesso spiega che Egli è venuto “per sacrificare la propria vita in riscatto per molti”: infatti, versare il sangue al posto d’altri o fare l’offerta della propria vita è un vero sacrificio.

E poco prima di lasciare questo mondo, con la preghiera del Sommo Sacerdote, dice che la Sua morte è una “santificazione”, cioè la consacrazione di Sé stesso per sacrificare la propria vita e meritare per molti la purificazione dal peccato e la giustificazione. “Io stesso mi santifico per loro affinché anche loro siano santificati nella Verità”.

Gesù è la vittima espiatrice per i nostri peccati, e non soltanto per i nostri, ma anche per tutto l’universo” (1Giov. 2,2). San Paolo dice che noi siamo giustificati “mediante la redenzione che è in Cristo Gesù, Che Dio ha posto quale propiziatore, mediante la fede nel Suo sangue”.

Affinché i fedeli si astengano da ogni peccato e siano spronati all’esercizio di tutte le virtù, il medesimo Apostolo mette davanti ai loro occhi l’indescrivibile intimo, forte e generoso amore di Cristo con cui Egli si è sacrificato per noi. “Siate dunque imitatori di Dio, come figli diletti, e vivete nell’amore, come il Cristo vi ha amati e per noi ha sacrificato Sé Stesso, quale oblazione e sacrificio di soave odore a Dio” (Ef. 5,2).

Nella Lettera agli Ebrei la dottrina della morte vicaria ed espiatrice di Cristo viene ripetuta e precisata con la massima chiarezza. L’Apostolo vi dimostra la maestosa efficacia della morte cruenta di Cristo sulla croce a confronto del sacrificio fievole dell’Antico Testamento. Per sostituire e abolire questi simulacri impotenti, Cristo offrì “il sacrificio del Suo corpo”, il cui soave profumo salì in Cielo e fece scendere la benevolenza e la grazia di Dio, ci procurò ogni salvezza e ogni santità.

Il sangue di Cristo, Che con spirito d’eternità offrì Sé Stesso immacolato a Dio, purificherà la vostra coscienza dalle opere di morte (cioè dai peccati) per prestare un culto al Dio vivente” (Ebr. 9,14). “Questo l’ha fatto per sempre, offrendo Sé Stesso per i peccati del popolo” (Ebr. 7,27). “Egli è comparso una volta sola nella pienezza dei tempi, per togliere il peccato con il sacrificio di Sé Stesso”; “Cristo è stato sacrificato una sola volta per togliere i peccati di molti” (Ebr. 9,26. 28).