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Il Canone

Liturgia11 Febbraio 2018
Testo dell'audio

Il canone costituisce il vero cuore della Messa e si estende esclusivamente dal Sanctus al Pater Noster. Per citare Michael Davies: «non c’è il minimo dubbio che, a parte i vangeli, il canone romano sia il tesoro più prezioso nel patrimonio della Chiesa latina» (p. 327). Come comprovato dal De Sacramentis di sant’Ambrogio, era già molto simile alla forma attuale più di 1600 anni fa. Il Concilio di Trento insegna che (S. 22, cap. 4) «le cose Sante devono essere trattate in modo santo e questo Sacrificio è il più santo di tutte. E, affinché questo Sacrificio potesse essere dovutamente e riverentemente offerto e ricevuto, la Chiesa cattolica, molti anni or sono, istituì il sacro Canone. E’ privo di qualsiasi errore e non contiene alcunché che non sollevi a Dio le menti di coloro che offrono il Sacrificio. Poiché è composto dalle parole di Nostro Signore, dalle tradizioni apostoliche e da devote istruzioni dei santi pontefici».

Il cardinal Gasquet spiega che nel XVI secolo «Lutero spazzò via tutto il canone e tenne soltanto le parole essenziali dell’Istituzione» (MD p. 328). Cranmer lo sostituì con una nuova preghiera, circa della stessa lunghezza del precedente canone, lasciando in essa alcuni frammenti del vecchio, ma spogliandolo del suo carattere di sacrificio e di oblazione.

Padre Cipriano Vaggagini OSB pubblicò nel 1966 Il canone della Messa e la riforma liturgica, in cui scrisse, in opposizione al brano del Concilio di Trento appena citato: «Il canone romano attuale [quello cioè del Rito antico] pecca in vari modi contro quelle esigenze della buona composizione liturgica e del buon senso liturgico, che erano messi in luce dal Concilio Vaticano II», dedicando 14 pagine ai cosiddetti “peccati” del canone. In un memorandum al santo Padre, il Consilium ne espone vari esempi, asserendo che: «Nessuno nega la difficoltà che il canone attuale presenta all’uomo moderno» (WHH p. 314-6). Papa Paolo VI insistette comunque nel mantenere il canone romano[1], pur come una tra le alternative.

Inizialmente furono composti tre nuovi canoni (o “preghiere eucaristiche”); altri seguirono successivamente. La moltiplicazione dei canoni corrisponde al convincimento di monsignor Bugnini che l’unicità del canone romano rappresentasse un «deplorevole depauperamento, prodotto tipico dei secoli di decadenza liturgica» (La riforma liturgica, p. 444).

Esaminiamo ora tre punti in rapporto ai cambiamenti nel canone: le tre nuove preghiere eucaristiche, il silenzio e la formula di consacrazione.

I.  Le Preghiere Eucaristiche

Il Consilium procedette dunque a comporre tre nuove “preghiere eucaristiche” alternative al canone romano. Queste preghiere sono rimarchevoli per la loro soppressione o riduzione del contenuto sacrificale: la distinzione tra il sacerdozio sacrificale ed il popolo è stata eliminata in tutte; nella seconda, la parola hostia (vittima) non è più usata; la parola greca hierateuein (che significa “agire da sacerdote” e che, come Michael Davies sottolinea, p. 342, è «la parola di questa anafora che più fortemente esprime l’azione sacrificale […]») viene tradotta dall’ambigua parola latina “ministrare” e il riferimento alla santa Comunione sposta l’attenzione, come succede nelle preghiere del nuovo offertorio, dal sacrificio alla Cena.

Il risultato è che questo secondo canone può essere celebrato con piena tranquillità di coscienza da un sacerdote che non creda né nella transustanziazione né nella natura sacrificale della Messa e, per tale ragione, «si presterebbe benissimo anche alla celebrazione da parte di un ministro protestante» (Esame Critico VI).

Per quanto concerne la motivazione della(e) persona(e) responsabile(i) per la creazione della seconda preghiera eucaristica, possiamo dire con Michael Davies (p. 335): «Se esperti liturgici hanno composto una preghiera eucaristica compatibile con il protestantesimo, è ragionevole presumere che questo sia ciò che intendevano».

II.  Il silenzio

Il Concilio di Trento (s. 22, can. 9) anatemizza chiunque condanni il canone silenzioso (cioè il canone recitato a bassa voce). Possiamo considerare la ragione del canone silenzioso come duplice: in primo luogo, citando don Nikolaus Gihr, «evidenzia come la consacrazione e l’atto sacrificale siano funzioni esclusivamente sacerdotali» ( MD p. 381); in secondo luogo, esso è adatto agli ineffabili misteri che avvengono sull’altare: cioè, il rendere presente il sacrificio del Calvario.

Il Concilio di Trento insegna che la Chiesa usa elementi come il canone silenzioso e altre caratteristiche del Rito antico (s. 22, cap. 5): «con cui venga messa in evidenza la maestà di un sacrificio così grande e con cui le menti dei fedeli siano attratte da questi segni visibili della religione e della pietà, alla contemplazione delle altissime cose che sono nascoste in questo sacrificio».

E’ la stessa ragione che spiega il canone silenzioso nelle liturgie orientali e il fatto che il celebrante viene a questo punto velato da una tenda o si ritira dietro l’iconostasi per recitarlo.

Per contrasto, dal punto di vista protestante, che non ammette un sacerdozio sacrificale né il sacrificio di Cristo nella Messa, il canone silenzioso è ingiustificabile. Ciò spiega perché Cranmer ordinò che il suo servizio intero fosse detto “semplicemente e distintamente” (MD p. 381).

Quattro secoli più tardi, l’Instructio Generalis dichiara: «La natura delle preghiere presidenziali (ossia la preghiera eucaristica e le orazioni) richiede che siano dette a voce alta e chiara […]» (MD p. 383).

Alcuni potrebbero dire che l’intenzione del Consilium era di rendere il canone più intellegibile, ma in risposta a ciò si dovrebbe dire che, se questo è vero per ogni singola parola che esso contiene, non è vero per la teologia cattolica che il canone esprime, per capire la quale è necessaria una adeguata formazione teologica. Piuttosto, il fedele medio che va in chiesa e che non ha una formazione teologica, è incline a pensare, quando sente proclamare le parole della consacrazione, che si stia narrando un racconto dell’Ultima Cena in memoria di Cristo. In altre parole, ciò che il fedele capisce è la teologia proSebbene ai pacifisti piaccia credere che il canone romano sia inalterato, cosicché possono sostenere che celebrare il Nuovo rito con il canone romano abbinato, per esempio con la celebrazione in latino e versus Dominum, è, nell’essenza, equivalente alla celebrazione del Rito antico, deve essere chiaramente detto che (a parte tutti i cambiamenti nel resto del rito) il canone romano è stato veramente alterato: il silenzio è stato escluso; le genuflessioni sono state ridotte; i segni della croce sono stati notevolmente ridotti; l’inchino e il bacio dell’altare sono stati rimossi, come pure le rubriche che regolamentano la congiunzione delle dita del celebrante; la formula conclusiva per Cristum Dominum Nostrum come pure moltissimi nomi di santi sono stati messi tra parentesi; sono state aggiunte istruzioni per la concelebrazione; e persino la formulazione della consacrazione è stata cambiata con l’introduzione delle frasi quod pro vobis tradetur e hoc facite in meam commemorationem e lo spostamento della frase: mysterium fidei (il primo e terzo cambiamento in seguito ai cambiamenti di Martin Lutero stesso). Come spiega don Cekada, la denominazione “canone romano” non è più adatta al testo modificato, in quanto “canone” significa regola fissa (che non è più tale) e “romano” specifica quel canone che contiene i nomi dei santi venerati a Roma, che sono stati messi tra parentesi.

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