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Cristo, mediatore tra Dio e gli uomini

Liturgia21 Ottobre 2018
Testo dell'audio

Cristo, il Signore, era infinitamente degno di essere dotato e adornato con la dignità regale di Sommo Sacerdote. Nell’esercizio del Suo ufficio sacerdotale è mediatore tra Dio e gli uomini. In particolare, tramite l’offerta del Sacrificio, Egli deve glorificare Dio e riconciliarLo con gli uomini peccatori; agli uomini poi riacquistare la compiacenza e la benevolenza di Dio; inoltre recare loro i frutti e le grazie del Sacrificio. Per gestire questo ministero di mediatore in maniera perfetta Egli deve assumere una posizione intermedia: essere congenito e unito con Dio come anche con gli uomini, per poter rappresentare la causa delle due parti in maniera effettiva.

Il sacerdote è „chiamato per le cose di Dio“, per placare la collera di Dio e attirare la benedizione di Dio sulla Terra: da un lato, quindi, egli dev’essere di comportamento impeccabile e santo, gradevole agli occhi di Dio; dall’altro è anche “chiamato per gli uomini” ad adoperarsi per la loro salvezza pregando, affaticandosi e soffrendo. Perciò “egli, preso di mezzo agli uomini, possa mostrarsi indulgente verso gl’ignoranti e i traviati, essendo anch’egli circondato di debolezza” (Eb. 5,1–2). In questo doppio aspetto Cristo unisce nella Sua persona, nella forma più perfetta, tutto ciò che rende il sacerdote amabile e potente presso Dio e compassionevole e misericordioso verso gli uomini.

a) Cristo è infinitamente santo, perciò Dio Padre ha in Lui infinita compiacenza. “Tale era il sacerdote necessario per noi, santo, innocente, immacolato, escluso dal numero dei peccatori ed elevato al di sopra dei cieli” (Eb. 7,26). Tutta la pienezza della divinità, gli incommensurabili tesori della grazia e verità, della virtù e della sapienza, della santità e beatitudine furono conferiti all’anima di Cristo già al momento della Sua creazione e unione con “l’eterno Figlio dell’eterno Padre”. Tramite la grazia di quest’unione l’umanità di Cristo fu deificata (deificata, θεοθείσα) ed essenzialmente santificata.

Allo stesso tempo si deve intendere “la grazia dell’unione” come la radice di tutte le altre qualità e perfezioni della natura umana di Cristo, che sono: la Grazia santificante, le virtù infuse, i doni dello Spirito Santo, i carismi – in assoluta pienezza e in misura eccelsa – dovuti come inalienabili e stabili ornamenti dell’anima di Cristo, che dunque acquisì un’infinita dignità tramite la Sua misteriosa unione con la Divinità. In tutte queste eccellenze si radica l’assoluta non peccaminosità di Cristo: l’anima di Gesù non era semplicemente libera da ogni peccato ma, piuttosto, incapace di commettere qualsiasi peccato, insensibile anche ai più leggeri aliti e ombre peccaminosi. Come uomo, infatti, Cristo è “il Santo dei Santi” (Dan. 9,24). In questa sconfinata dignità e santità del nostro Sommo Sacerdote, si radica l’infinito valore di tutte le Sue opere e sofferenze, di tutti i Suoi meriti ed espiazioni durante la Sua vita mortale.

b) “Ora, noi abbiamo un pontefice grande, che penetrò nei cieli, Gesù, Figlio d’Iddio” (Eb. 4,14), Che per mezzo della Sua infinita sovranità e pienezza di grazia è infinitamente gradito a Dio. D’altra parte, per la perfezione della Sua vita e dell’operato sacerdotale, fu anche importante l’accettazione libera di abbassarsi fino alla servitù dell’umanità decaduta: sottomesso alle debolezze della nostra natura, Egli prese su di Sé le sue deficienze. Esercitò questa rinuncia di Sé come penitenza ed espiazione per i peccati del mondo, come anche per esserci di esempio e di consolazione, affinché “tenendo lo sguardo fisso a Gesù, il quale in cambio del gaudio che Gli era proposto, sopportò la croce” (Ebr. 12,2), non soccombiamo nelle tribolazioni e negli sconforti del peregrinare terreno, né abbiamo a disperare negli orrori e spaventi della morte.

Il Suo corpo delicato fu consumato dal vento aspro, dal gelo e dal caldo; e la Sua anima santa fu ripiena di spavento e timore, di tristezza e dolore. Egli era affamato e assetato, peregrinava e si affaticava, fuggiva e si nascondeva; rabbrividiva nello spirito e si amareggiava; piangeva con noi, poveri esseri umani, in questa valle di lacrime. Com’è incoraggiante, quanto rincuora, rinfranca e soddisfa volgere piamente lo sguardo al Redentore che si abbassò sui dolori, sulle debolezze e necessità della nostra vita mortale con tanta mitezza e benevolenza!

L’Apostolo insegna proprio questo: “Gesù dovette essere in tutto simile ai fratelli per diventare, nel servizio di Dio, Sommo Sacerdote misericordioso e fedele, capace di espiare i peccati del popolo. Poiché noi non abbiamo un Pontefice che non sia in grado d’aver compassione delle nostre infermità, ma al contrario, è stato messo alla prova in tutto come noi, escluso il peccato. Ma dove Egli stesso ha sofferto ed è stato tentato, lì è Lui potente nell’aiutare chi è nella tentazione. Accostiamoci dunque con fiducia al trono della Grazia, affinché si possa ottenere misericordia e trovar grazia in un aiuto opportuno” (Eb. 2,17-18; 4,15-16).