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Confronto dei Propri

Liturgia11 Aprile 2018
Testo dell'audio

+ In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Ora paragoneremo i propri del rito antico e di quello nuovo, cioè le orazioni conosciute nel rito antico come Colletta, Segreta e Dopocomunione, come pure il Vangelo e le Epistole.

Don Anthony Cekada, nel suo libro Non si prega più come prima… Le preghiere della nuova Messa. I problemi che pongono ai cattolici [134] scrive che le orazioni datano in parte dal V secolo e che la Tradizione data il nucleo delle Collette dai tempi di Papa san Damaso (366-384). Egli mostra l’estensione dei cambiamenti fatti alle orazioni: il messale del rito antico contiene 1183 orazioni; 760 di queste sono state completamente abolite e la metà di quelle rimaste sono state alterate, cosicché ora ciò che ne sopravvive non è più del 17%.

Ci focalizzeremo adesso sui cambiamenti fatti alle collette sulla base dell’opera Liturgia – Memoria o Istruzioni per l’Uso? di Lorenzo Bianchi (op. cit.), anche se simili cambiamenti furono fatti ad altre orazioni, come mostra don Cekada.

Le Collette

Lorenzo Bianchi analizza le collette della domenica e delle feste di precetto, essendo quelle preghiere tra le più udite dai fedeli (p. 122). Egli spiega (particolarmente alle pagg. 128-129) che le collette del Rito antico manifestano la condizione umana di peccato, dei pericoli che provengono da nemici interni ed esterni, e della compassione e dell’amore personali di Dio; che le collette del Nuovo rito invece hanno mantenuto meno della metà di tali temi — in proporzione di 122:57 -; mentre hanno raddoppiato i riferimenti alla Grazia, al dono e all’amore (gratia, donum, dilectio, ecc.) — in proporzione di 9:17.

Il risultato è che il Nuovo rito non presenta più una visione di Grazia e peccato come nel Rito antico, dove l’uomo implora la misericordia di Dio in una lotta concreta tra vita e morte; ma piuttosto presenta la vita dell’uomo come uno stato di cose, “una condizione già automaticamente data”, in cui l’uomo deve fare un “impegno”, per il quale viene chiesto l’aiuto di Dio, cosicché egli possa raggiungere la salvezza.

Il Nuovo rito non si interessa più ai pericoli, ai nemici e alla reazione personale di Dio, ma semplicemente cerca l’aiuto di Dio come una forma di “generico universalismo”. In effetti, i creatori del Nuovo rito separano la Grazia dal peccato e in ultima analisi (con una mossa pelagiana) dalla stessa condizione umana, cosicché non divenga che “un soprammobile, appunto”. Ciò che è divenuto importante è l’“impegno” con spinta sociale, attivista, moralista e “in rapporto ad un ideale non immediatamente concreto” (p. 25).

Bianchi espone questa tesi in maggior dettaglio in riferimento alle collette dell’Avvento, di Natale e della Quaresima; e, in aggiunta, riguardo all’Offertorio e alle preghiere della Dopocomunione d’Avvento; alle preghiere della benedizione dell’acqua alla vigilia di Pasqua; e alla questione della traduzione delle collette. Diamo adesso un breve sommario della sua analisi delle collette di Avvento, Natale e Quaresima (p. 131-3)

I) Delle sette Collette di Avvento e Natale, il Nuovo rito ha mantenute solo le due (cioè quelle della Messa di mezzanotte e dell’aurora di Natale), nelle quali erano assenti il termine “peccato” e termini correlati, come «purificatis mentibus, liberet, vetusta servitus, mentis nostrae tenebras, indulgentia (« con menti purificate; che liberi, antica servitù, le tenebre delle nostre menti, indulgenza»). Nelle altre collette, questi termini, che appaiono nel Rito antico, vennero sostituiti da frasi “più positive” e che evocano impegno come: «iustis operibus occurrentes (I domenica di Avvento): progredendo con opere giuste»; e «in tui occursum Filii festinantes nulla opera terreni actus impedient (II domenica di Avvento): affrettandoci ad incontrare tuo Figlio, noi non siamo ostacolati da alcuna opera di azioni terrene».

II) Mentre la parola “Grazia” è sempre connessa alla condizione umana di peccato nel Rito antico, come nella 3° domenica di Avvento: «mentis nostrae tenebras […] gratia tuae visitationis («l’oscurità delle nostre menti […] la Grazia della tua visitazione») e nella IV domenica di Avvento: «per auxilium gratiae tuae […] nostra peccata («con l’aiuto della Tua Grazia […] i nostri peccati)», questo non è il caso del Nuovo rito, come nella nuova versione della colletta della IV domenica di Avvento: «gratiam tuam, Domine, mentibus nostris infunde (infondi la Tua Grazia, O Signore)».

III) Mentre nel Rito antico l’imperativo viene usato con molta insistenza: «excita, veni, aurem tuam precibus nostris accomoda, illustra mentis nostrae tenebras, da, concede, succurre (eccita, vieni, porgi il Tuo orecchio alle nostre preghiere, illumina l’oscurità della nostra mente, concedi, soccorri»), nel Nuovo rito predomina il congiuntivo, cosicché c’è uno spostamento da una forte supplica a frasi descrittive [135].

  1. IV) Mentre le collette delle domeniche dell’Avvento sono state, per la maggior parte, spostate alle Messe settimanali, quelle delle cinque domeniche della Quaresima sono state completamente abolite. Gli stessi principi che hanno governato lo spostamento delle collette domenicali dell’Avvento governano l’eliminazione di quelle della Quaresima. Di tutte le nuove collette delle domeniche quaresimali secondo il Nuovo rito, soltanto in una (III domenica) viene fatta una connessione tra il peccato dell’uomo e la misericordia di Dio. Altrimenti tutti i termini “negativi”, che si leggevano nel Rito antico, sono stati soppressi: come “peccatum, adversitates, pravae cogitationes, humiles, affligi (“peccato, avversità, pensieri depravati, umili, afflitto”)[136].

Concludiamo con una notevole serie di rimozioni concernenti la vita ascetica. Don Cekada mostra nel secondo capitolo del suo libretto, che l’ideale di disprezzare le cose terrene ed amare le cose celesti (terrena despicere et amare coelestia ) è stato rimosso dalla seconda domenica di Avvento, dalle feste di san Pier Damiani, di san Gaetano, del sacro Cuore, di sant’Angela Merici, san Casimiro, san Paolino di Nola, san Francesco d’Assisi, sant’Edvige, sant’Enrico, i santi Cirillo e Metodio e di santa Giovanna Francesca di Chantal; e che quattro altre feste che contengono le frasi terrena despicere sono state interamente abolite.

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134 (1990). Questo libretto costituisce adesso una sezione del libro Work of Human Hands, op. cit.

135 Inoltre, come Romano Amerio osserva (280 p. 521): «Questo avviene certo per la tendenza dei linguaggi moderni a evitare l’organizzazione dei pensieri in strutture fortemente sintetiche, e a scioglierli in una sequenza paratattica. Ma avviene altresì per la ripugnanza all’ontologico e al metafisico insiti nella legge di causalità: a un nesso reale tra cosa e cosa si sostituisce la pura successione di cosa a cosa».

136 Menzioniamo qui il desiderio da parte del Consilium di abolire il Mercoledì delle Ceneri. Fu mantenuto finalmente solo per una motivazione soggettivista: per evitare il disappunto da parte dei fedeli. «Usus enim in animo fidelium nunc tam radicatus est, ut difficile posset amoveri sine aliis incommodis» (don Braga, De anno liturgico et calendario generali instaurato, pp. 184-185, WHH p. 231). Comunque la frase più marcante di quella santa Messa: «Memento homo quia pulvis es et in pulvere reverteris» appare ormai solo come alternativa alla frase più “positiva”: «Convertitevi e credete al Vangelo».