< Torna alla categoria

Abbi pietà di noi

Liturgia14 Novembre 2019
Testo dell'audio

All’inizio del Gloria offriamo con pio entusiasmo a Dio Padre omaggio e ringraziamento. Ma consci della nostra continua povertà, rivolgiamo poi la nostra supplica a Gesù Cristo, che è morto, che è anche resuscitato, che siede alla destra di Dio, che intercede anche per noi (Rom. 8,34), che possiede ogni potere in Cielo e in Terra (Matt. 28,18). La potenza dell’Uomo Dio sovrasta tutte le creature, anche i potenti spiriti celesti (1Pietr. 3,22). Nell’eterna trasfigurazione ed elevazione alla destra del Padre, anche la Sua umanità prende parte a quella glorificazione piena che, come Figlio di Dio, aveva prima che il Mondo fosse (Giov. 17,5).

Gesù Cristo, governando nella gloria e sovranità celeste sin dal giorno della Sua Ascensione, ha una posizione – rispetto a Dio come anche agli uomini – completamente diversa da quella avuta sulla Terra, dove Egli “per la Sua umiltà e auto-umiliazione ha sollevato il mondo dal profondo della sua caduta” (Mess. Rom.). Ora, con assoluta potenza e libertà, Egli dispone di tutti i tesori della Redenzione e delle ricchezze di Dio. Perciò, in tutte le preghiere della Chiesa, Egli viene sempre e solamente considerato come il Creatore e donatore delle grazie invocate (“abbi pietà, ascoltaci ed esaudiscici”).

Di per sé, sarebbe anche ammissibile chiedere al Signore che, come nostro intercessore e difensore sacerdotale (1Giov. 2,1), faccia valere a nostro favore i Suoi incommensurabili meriti presso il Padre; ma l’uso della consueta santa formula “prega per noi” (ora pro nobis) non sarebbe opportuno perché darebbe spazio ad equivoci. L’intercessione celeste di Cristo non sta, infatti, sullo stesso piano delle Sue preghiere mediatrici fatte in stato di umiliazione durante i giorni della Sua vita terrena (Ebr. 5,7).

Abbi pietà di noi”: un tempo, coloro che cercavano aiuto si rivolgevano così al Salvatore, il Cui cuore aveva – e ha – sempre compassione (Matt. 8,2). Con l’occhio della fede, per il quale il Cielo è aperto, guardiamo dunque in alto a Gesù Cristo che lì governa – come “nostro Dio e Redentore” (2Pietr. 1,1) – con maestà e beatitudine eterna, pregandoLo insistentemente che le Sue misericordie ci accompagnino sempre e ovunque attraverso la vita (Sal. 22,6).

La nostra “invocazione di misericordia e di esaudimento” alla fine prende un forte tono gioioso: il Gloria risuona in potenti movimenti con note di lode a Dio Uno e Trino. “Quoniam Tu solus Sanctus, Tu solus Dominus, Tu solus Altissimus: Jesu Christe, cum Sancto Spiritu in gloria Dei Patris. Amen” – “Perché Tu solo il Santo, Tu solo il Signore, Tu solo l’Altissimo: Gesù Cristo, con lo Spirito Santo, nella gloria di Dio Padre. Amen”. Quanto più profondamente Gesù Cristo si è abbassato e umiliato per noi e per la nostra salvezza, tanto più gioiosi e grati cantiamoGli queste parole di giubilo che contengono l’entusiastica conoscenza della Sua infinita santità, potenza dominatrice e sovranità; cioè della Sua divinità. Il Santo, il Signore, l’Altissimo – questi nomi sono spesso usati nella Sacra Scrittura per designare il vero Dio. Padre, Figlio e Spirito Santo sono “il solo (nella Sua essenza) Santo”, “il solo (infinito) Signore” e “il solo Altissimo”.

Gesù Cristo è “l’(infinitamente) Santo”, perciò fonte e modello di ogni santità creata. Anche nella Sua umanità sono racchiuse tutte le grazie e tutti i tesori delle virtù. Egli è “il Signore”, cioè il sovrano, padrone dominatore e giudice dell’Universo: Egli è il beato e unico potente (solus potens), Re dei re, e Dominatore dei dominatori (1Tim. 6,15), Cui tutte le creature obbediscono, e soprattutto l’uomo è debitore della più profonda riverenza e dedizione. Anche come uomo Egli è il nostro Signore: infatti, “Egli venne e pagò il prezzo del riscatto, Egli versò il Suo sangue e acquistò il mondo”. – Egli è “l’Altissimo” perché tramite la Sua grandezza divina, superiorità e maestà, sorpassa infinitamente ogni creatura.

Anche la Sua umanità santissima è innalzata e glorificata sopra ogni cosa – “poiché Dio Lo ha resuscitato dai morti facendoLo sedere alla Sua destra nelle regioni celesti, al di sopra di ogni principato, potestà, virtù, e dominazione e di ogni nome, che possa essere nominato non solo nel secolo presente ma anche in quello futuro, e tutto pose sotto i Suoi piedi, e Lo dette come capo di ogni cosa alla Chiesa, che è il Suo corpo” (Ef. 1,20-23). Così termina il canto gioioso con lo sguardo al Cielo, alla gloriosa maestà del Dio Uno e Trino: noi esultiamo perché il Figlio di Dio possiede la medesima gloria che il Padre con lo Spirito Santo da tutta l’eternità: “ogni lingua confessi che Cristo Gesù è il Signore, a gloria di Dio Padre” (Fil. 2,11).

Recitando il Gloria, il sacerdote sta retto al centro dell’altare; sono prescritti solo alcuni gesti per sottolineare il senso di singole parole del testo. Mentre dice “Gloria in excelsis” apre le mani e le alza al livello delle spalle a significare – con quel movimento – l’entusiasmo e il desiderio di lodare e glorificare Dio. Dicendo “Deo”, congiunge di nuovo le mani e inchina profondamente il capo verso la croce dell’altare (oppure verso il Santissimo esposto): poiché “terribile è il Nome di Dio” (Sal. 110,9).

Questo profondo inchino del capo viene ripetuto più volte per significare l’atto interiore di adorazione (adoramus Te), di gratitudine (gratias agimus Tibi), supplica (suscipe deprecationem nostram), venerazione (Iesu Christe) non solo con le parole ma anche con il movimento del corpo.

Terminando, il celebrante si fa il segno di croce, e così completa il nobile canto di lode in forma adeguata e degna. Poiché il segno di croce è, in sé, anche un segno simbolico della Trinità, può essere messo in relazione – come nella frase conclusiva – con la glorificazione della Santissima Trinità: infatti, la confessione delle tre Persone divine – non sempre, ma spesso – è accompagnata dal segno di croce.

L’inno degli Angeli deve essere recitato e cantato con la medesima devozione angelica. Dobbiamo unirci – cuore e bocca – ai cori angelici che ogni giorno si radunano attorno all’altare e instancabilmente inneggiano alla gloria di Dio e alla nostra felicità, così come essi un tempo fecero vicino alla mangiatoia del neonato Redentore. Lì furono gli Angeli stessi ad insegnarci il canto di lode con cui dobbiamo ringraziare il Signore che ci ha sollevati – noi poveri peccatori – dalla polvere e ci ha chiamati a occupare, nell’Aldilà, il posto dei loro fratelli decaduti, a cui Dio non concesse tempo e grazia di far penitenza.

Il Gloria: quale pienezza di grandi ed elevate ispirazioni, di forti e profondi sentimenti comprende questa forma singolare, che non è né prosa né poesia! Si muove in un ritmo conforme al contenuto che esprime, e perciò offre al maestro compositore il migliore oggetto per un canto degno delle labbra degli Angeli, che per primi lo cantarono nella notte santa di Betlemme; ed esso ora echeggia attraverso tutti i secoli” (Hettinger).

Nessun canto più del Gloria si è mai adattato in modo così perfetto all’arte della musica; nessuno ha mai avuto migliore possibilità di un così ricco e veloce susseguirsi di ogni tonalità, dall’allegro al serio; nessuno ha mai segnato meglio la modulazione lenta e supplichevole oppure il coro pieno e potente. Nel semplice canto gregoriano oppure nelle armonie prettamente religiose del Palestrina esso è veramente un canto angelico” (Wiseman). Il glorioso apostolo e protettore di Roma – San Filippo Neri – celebrò il giorno della sua morte, cioè nella festa del Corpus Domini (26 maggio 1595), una messa letta.

Al Gloria in excelsis ebbe improvvisamente un’estasi e incominciò a cantare. Con grande devozione e cuore giubilante, cantò con voce chiara e forte l’inno angelico dal principio alla fine come se avesse già lasciato la terra e si librasse tra i cori dei santi spiriti. Anche nella bocca della Chiesa, anche nella nostra bocca, questo canto di lode pieno di fede deve esprimere solennemente il nostro profondo sentimento di gratitudine e apprezzare eternamente le grazie e le benedizioni della Redenzione.

Da Facebook