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L’Islam. Ne parliamo, ma lo conosciamo davvero?

La trave e la pagliuzza17 Ottobre 2020
Testo dell'audio

I libri sull’Islam sono moltissimi, e anche in Italia, specie da quando ci confrontiamo con il terrorismo di matrice islamica, abbiamo a disposizione ottimi testi. Tuttavia, il nuovo libro di Annie Laurent L’Islam. Ne parliamo, ma lo conosciamo davvero? (Cantagalli, 264 pagine, 22 euro) merita sicuramente di essere letto da cima a fondo e bisogna farne tesoro.

Annie Laurent, saggista francese, specialista in geopolitica delle religioni (soprattutto con riferimento ai Paesi arabi, alla Turchia e a Israele), ha il merito di essere chiarissima e di rendere accessibile, senza banalizzarla, una materia indubbiamente complessa.

Sull’Islam esistono distorsioni a volte volute, a volte causate dall’oggettiva difficoltà di mettersi in relazione con un universo culturale e teologico tanto diverso dal nostro. Ma, come osserva Rémi Brague nell’introduzione, “non si deve scavalcare la realtà come se nulla fosse. Essa ha infatti l’abitudine, quando ce ne prendiamo gioco, di vendicarsi ripresentandosi con un’accresciuta virulenza”. Inoltre, “se continuiamo a credere a leggende messe in circolazione da venditori di fumo, e riprese in coro da tanti ingenui”, di certo non facciamo il nostro bene, ma nemmeno quello degli stessi musulmani.

Qual è l’Islam autentico?” si chiede l’autrice all’inizio del suo lavoro. Domanda dalla quale discendono molti altri interrogativi: perché nell’Islam ideologia e religione sono così mescolate? Chi è il vero islamico? Che cosa dice veramente l’Islam sulla donna? Che cos’è il velo? Che cos’è la jihad? Perché l’Islam fa così fatica a trovare risposte non violente ai suoi problemi? E, soprattutto, chi è questo Dio “misericordioso” invocato dai musulmani?


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Circa il Corano, occorre dire subito che, poiché nella tradizione musulmana lettera e contenuto sono inscindibili e non si possono dissociare (sia la lettera sia il contenuto sono parte integrante della Rivelazione divina), il Libro sacro è concepibile solo in arabo, perché così è stato voluto da Allah. Dunque, non c’è lettura e non c’è preghiera che siano valide se non in arabo.

Noi abbiamo lingue liturgiche come il latino, il siriaco, il copto, l’armeno, il greco, tutte lingue che esprimono il sacro ma non sono le lingue di Dio. Il Corano invece è arabo nella sua essenza, per cui, in linea di principio, ogni traduzione è illecita. Oggi le traduzioni, dopo secoli di divieti, sono state autorizzate per diffondere meglio la religione islamica, ma spesso nel tradurre si ricorre a eufemismi e si esprime il senso dei versetti anziché proporre le parole stesse.

Di qui una serie di equivoci che nascondono una realtà che non può essere ignorata: l’Islam è per il musulmano la sola vera religione che Allah ha concepito per l’uomo. L’esistenza di altre religioni è qualcosa di aberrante, tanto è vero che il Corano vuole correggere ed eliminare gli errori introdotti, prima con la Torah e poi con il Vangelo, sotto l’influsso di Satana, e nei quali Maometto non è incorso grazie a una protezione speciale che l’ha messo al riparo dalle tentazioni del demonio.


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Malgrado questa protezione, il Corano non fornisce tutte le risposte alle domande che si presentano nella vita personale e collettiva. I musulmani ricorrono così alla Sunna, la tradizione, e alla Sīrah, la biografia ufficiale di Maometto. Di qui una conseguenza che Annie Laurent mette in chiaro: questi testi sacri (Corano, Sunna e Sīrah) “giustificano in nome di Dio ogni forma di violenze e di comportamenti considerati immorali agli occhi dell’insegnamento cristiano”. Per cui, “se applicati alla lettera, questi passi possono mettere in pericolo la pace del mondo, spezzare l’armonia delle società e attentare gravemente alla dignità delle persone”.

Abdelwahab Meddeb (1946 – 2014) scrittore e poeta tunisino nettamente critico nei confronti del fondamentalismo islamico, autore del libro La maladie de l’Islam, scrisse in proposito: “Lo ripeto ancora. Il Corano porta nella sua lettera la violenza, l’appello alla guerra. La raccomandazione di uccidere i nemici e chi recalcitrava non è una malvagia invenzione, è nel testo stesso del Corano”.

Ma se il Corano incita alla violenza com’è possibile che tanti musulmani definiscano la loro come una religione di pace e tolleranza?


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Qui entra in gioco la taqiyyah (la dissimulazione), atteggiamento, legittimato dallo stesso Corano, che consiste nel tacere le proprie convinzioni più profonde per adattarsi provvisoriamente a società e culture nelle quali il diritto non è ancora islamico. Due versetti coranici, in particolare, giustificano tale comportamento, che può raggiungere forme sofisticate.

Chi sostiene che l’Islam è anche religione di pace cita il sufismo, movimento islamico marginale (e marginalizzato) che in effetti rifiuta la violenza, ma il cui carattere iniziatico ed esoterico, osserva Annie Laurent, non mette necessariamente i suoi adepti al riparo dal fanatismo.

Infine, ci sono i musulmani che sinceramente dicono no alla violenza, ma lo fanno negando o quanto meno mettendo tra parentesi alcuni contenuti del Corano e privilegiandone altri.

C’è da dire a questo proposito che il Corano è altamente contraddittorio ed è segnato da una mancanza di coerenza che ne caratterizza sia la forma sia la sostanza. Così, se da un lato sembra raccomandare di rispettare la libertà di coscienza, dall’altro (il famoso “versetto della spada”) invita a uccidere gli idolatri. E perfino sull’uso dell’alcol si contraddice, perché in un punto invita a fare “bevanda inebriante” dal frutto della vite e in un altro dice che il vino è opera di Satana. Tenendo conto dell’impatto diretto che il testo sacro ha sulla vita dei credenti, occorre che qualcuno sciolga questi nodi. Così molti teorici musulmani si affidano all’ordine cronologico e ritengono che i versetti più antichi siano stati abrogati dai più recenti. Ma questa soluzione si scontra con il fatto che la parola di Allah è immutabile. Di fatto, si è di fronte a un problema senza fine, con interpretazioni diverse a seconda dei contesti e delle ideologie prevalenti.

Circa il ruolo della donna, il libro sottolinea che tra uomo e donna per l’Islam c’è “una disuguaglianza costitutiva che instaura una differenza di dignità”, alla quale segue “una indubbia subordinazione della donna all’uomo”. Siamo di fronte a una “preferenza di Allah per gli uomini” che si manifesta “con la marginalizzazione delle donne nel testo sacro”. In campo religioso, diritti e doveri di uomini e donne sono gli stessi, ma per le donne ci sono numerose limitazioni e restrizioni (per esempio, accesso vietato alla moschea quando la donna è considerata “impura”). La donna musulmana ha diritto al paradiso, ma per lei non si prospetta nulla di simile al giardino delle delizie (con tanto di fanciulle vergini dagli occhi neri) che attende i maschi. Il Corano parla, più genericamente, di un “premio”, di una “vita dolce” e di “giardini alla cui ombra scorrono fiumi”.

La disuguaglianza tra uomo e donna si traduce in norme giuridiche, tanto più vincolanti quanto più sono ritenute di diretta emanazione divina. Inoltre, l’Islam non ha sviluppato alcuna forma di teologia della donna e di conseguenza non vi si trovano riflessioni spirituali e dottrinali incentrate sulla specificità femminile.

Complesse e articolate le norme circa la velatura, che può assumere varie forme (gilbab, haik, chador, burqa, niqab). Anche le posizioni degli imam e dei vari intellettuali islamici sono differenziate. Il Corano in proposito non ha una parola definitiva e nemmeno impedisce alla donna di mostrare il volto. Di certo in Europa la propagazione del velo avviene spesso in funzione di un’appartenenza non solo e non tanto religiosa, ma politica.

Ci siamo qui limitati ad alcune delle molte questioni affrontate nel libro. Fondamentale resta la raccomandazione, che Annie Laurent ha fatto propria e che fu rivolta da san Giovanni Paolo II nell’esortazione apostolica Ecclesia in Europa del 2003: “È importante un corretto rapporto con l’Islam. Esso, come è più volte emerso in questi anni nella coscienza dei vescovi europei, deve essere condotto con prudenza, con chiarezza di idee circa le sue possibilità e i suoi limiti, e con fiducia nel progetto di salvezza di Dio nei confronti di tutti i suoi figli. È necessario, tra l’altro, avere coscienza del notevole divario tra la cultura europea, che ha profonde radici cristiane, e il pensiero musulmano”.

Parole sante. Ma spesso dimenticate.

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