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L’irrinunciabile desiderio del cristiano di vedere e toccare

Arte e Cultura23 Luglio 2020
Testo dell'audio

«(…) la più alta umanità che ci sia sotto il cielo l’ho perseguita tenacemente, l’ho cercata tra gli acclamati della storia. Non era tra loro. Ho porto gli orecchi agli ottoni dei vostri uomini famosi… e non l’ho trovata. Ho interrogato i costruttori dei Pantheon… i filosofi antichi e moderni. Credevano di conoscerla ma ne mostravano solo degli abbozzi e delle contraffazioni. Allora mi sono rivolto verso la Roma cristiana. Ho sentito le trombe d’oro delle canonizzazioni e a un tratto ho fremuto… Il mio eroe non era un sogno… era là, incarnato in uomini di carne e di sangue, e le generazioni veneravano le loro reliquie e i loro reliquiari di diamante. I santi, i soli grandi uomini della terra. Ammirando le loro parole e i loro atti, io cercai il segreto della loro grandezza; cercai a lungo, e vidi in cima ad una montagna un tempio sfavillante di luce».

Sono parole di Jacques d’Arnoux. Esse si riferiscono al fatto che non può esserci vera santità se non nella Chiesa Cattolica Apostolica … e Romana. Già! Romana. Roma è culla della santità. Non solo perché ha dato i natali a molti santi. Non solo perché tra le sue mura (e anche fuori, si pensi a san Paolo) sono morti molti santi dopo esservi vissuti. Ma anche perché conserva molto della vita degli eroi della Chiesa.

San Francesco Saverio fu un santo straordinario che da solo partì per le Indie per portare il Vangelo. Partì senza nulla, solo con la ricchezza della propria Grazia e della propria Fede. Un vero gigante della santità. Eppure quali sono stati i risultati della sua missione? Certamente tante conversioni, certamente il suo grandissimo esempio, che ammiriamo e che ci edifica ancora adesso… ma l’Oriente e l’Estremo Oriente, purtroppo, sono rimasti culturalmente e numericamente non cristiani. Quali invece sono stati i risultati dei vari san Patrizio, san Bonifacio, san Colombano che hanno evangelizzato il Nord Europa? Di fatto quelle terre sono diventate sia culturalmente sia numericamente cristiane. Possiamo, dunque, concludere che questi ultimi fossero più santi di san Francesco Saverio? Ovviamente no.

La spiegazione sta nel fatto che mentre san Francesco Saverio trovò un “terreno” poco predisposto ad accogliere il Vangelo, non è stato così per coloro che evangelizzarono le terre del Nord Europa. San Francesco Saverio trovò delle terre in cui era pressoché assente la dimensione della libertà individuale e quindi la stessa consapevolezza dell’alterità tra l’individuo e il tutto. D’altronde il fondamento filosofico della religiosità orientale ed estremo-orientale è il monismo panteistico in cui non c’è spazio per la realtà individuale.


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Chi invece evangelizzò l’Europa trovò un “terreno” già predisposto per l’annuncio evangelico, un “terreno” già dissodato. Dissodato al diritto romano. Dante Alighieri lo dice: è vero che l’Impero romano ha perseguitato i primi cristiani, ma è pur vero che esso non solo è stato criterio di civiltà ma ha svolto anche un ruolo provvidenziale per la diffusione del Cristianesimo stesso.

Nel Cattolicesimo tutto è “avvenimento”. Tutto è “fatto”. Tutto diviene fisicamente visibile. Tutto deve divenire segno. L’Incarnazione è il segno per eccellenza. È l’Amore che non si contenta di rimanere sul piano verbale e intellettuale, ma che pretende farsi carne, passione e condivisione. È l’Amore che diviene visibile. Il Cattolicesimo può definirsi la religione del segno per eccellenza. Esso ha sempre storicamente determinato una necessità del segno, una necessità del simbolo, una necessità, cioè, di significare visibilmente e fisicamente una verità, escludendo l’astrazione.

La pietà popolare, per esempio, è la dimostrazione di come il mistero vada sempre visibilmente significato. I maestri di spiritualità cristiana hanno sottolineato l’importanza di rendere quanto più visibili i misteri della fede. Basti pensare agli Esercizi di sant’Ignazio di Loyola, dove il santo spagnolo tiene a far capire all’esercitante come sia importante nelle meditazioni immaginare attentamente le cose, anche le più banali, per comprenderne il significato: l’Eterno può essere più facilmente sperimentato dall’uomo, solo se è inserito nel concreto della vita quotidiana. È ciò che il Santo di Loyola definisce “composizione di luogo”.


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Il linguaggio biblico non è astratto, procede per simboli. Il rapporto fra l’uomo e Dio è sempre significato concretamente… «Tu mi doni la forza di un bufalo, mi cospargi di olio splendente» (Salmo 91). Il salmista non osa dire astrattamente: Dio è necessario per l’uomo, ma: «Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori» (Salmo 126). Così anche il Nuovo Testamento. Gesù non si limita a presentarsi necessario per l’uomo, ma si definisce e si costituisce cibo. In questo caso il segno diventa sostanza perché Gesù è veramente, non simbolicamente, cibo da mangiare: «Io sono il pane della vita» (Gv. 6)

Questa necessità del segno è data anche dall’importanza che il Cristianesimo conferisce agli ornamenti, importanza che già l’Antico Testamento raccomanda: «Date al Signore la gloria del suo nome, prostratevi al Signore in santi ornamenti» (Salmo 28); e che il Nuovo Testamento ampiamente ed esplicitamente conferma. Dunque, il Cristianesimo, grazie al mistero dell’Incarnazione, evita qualsiasi astrazione. Da qui il desiderio di ogni vero cristiano di “toccare” e di “vedere” tutto ciò che ha contribuito alla santificazione di coloro che vengono offerti dalla Chiesa come modelli di vita cristiana. E le stanze dei santi che hanno vissuto a Roma costituiscono una bellissima occasione di questo “toccare” e “vedere”.

 


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Questo testo di Corrado Gnerre è tratto da Radici Cristiane. Visita radicicristiane.it

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