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L’eco delle catacombe

Arte e Cultura21 Gennaio 2021
Testo dell'audio

Non c’è distinzione di sepoltura tra i più grandi eroi della fede e la più umile creatura umana, dai Papi ai semplici fedeli. Nei sepolcri dei cimiteri cristiani è rappresentata ogni regione e ogni professione dell’Impero; c’è tutta la gerarchia ecclesiastica e ogni carica militare. Le catacombe divennero presto luogo di preghiera e di pellegrinaggio. La visita alle tombe dei martiri costituì fin dai primi tempi la grande mèta dei fedeli sparsi nel mondo cristiano. I limina Apostolorum sono, nel linguaggio archeologico, le tombe di san Pietro e di san Paolo in Roma, tomba che già intorno al 190 il prete romano Caio additava a Proclo montanista come i «trofei degli Apostoli», che si ergono sul Vaticano e sulla via Ostiense (Eusebio, Historia ecclesiastica, II, 25). I pellegrini si inginocchiavano davanti a queste tombe per infiammare la loro devozione, ripetendo le parole della Memoria Apostolorum nella Cripta dei Papi.

Tra questi pellegrini, gli uni venivano a compiere un voto, gli altri dovevano espiare qualche grave colpa, altri ancora cercavano di provvedersi di reliquie per diversi fini. I malati e quelli che dovevano ottenere grazie eccezionali potevano prosternarsi in faccia all’altare e introdurre la testa nella fenestella confessionis, per indirizzare la loro preghiera più direttamente a questi potenti protettori.

Il primo esploratore moderno delle catacombe fu il cavaliere di Malta Antonio Bosio (1576-1629). Instancabile nelle sue ricerche, egli passava talvolta sette od otto giorni nei sotterranei, portandosi il vitto per sopravvivere. Seguendo l’ordine topografico, Bosio studiò ogni cimitero e raccolse i ricordi che vi erano collegati, annotando tutte le iscrizioni e descrivendo tutte le pitture. L’immensa raccolta di documenti apparve dopo la sua morte in un libro dal titolo, Roma sotterranea (1632). Dopo le ricerche di Bosio, le catacombe non furono più studiate, ma dimenticate, finché verso il 1840 apparve il vero fondatore dell’archeologia cristiana, Giovanni Battista De Rossi (1822-1894). Egli riuscì a ridare il nome a ogni cimitero, a fissarne il posto, a determinare la situazione delle tombe storiche.

Nel 1850 scoprì le catacombe di San Callisto, presso la Via Appia Antica, nel 1864 l’ipogeo dei Flavi nella necropoli di Domitilla e per i tipi della tipografia Salviucci uscì il primo tomo della Roma sotterranea cristia­na dedicato a Pio IX, seguito da altri due tomi (1867 e 1877). Agli inizi del 1870 De Rossi rifiutò l’invito del Papa a divenire prefetto dell’Archivio segreto vaticano, per non interrompere le sue esplorazioni archeologiche, le quali continuarono senza sosta anche dopo l’invasione di Roma del 20 settembre 1870.


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Tre studiosi italiani, Mariano Armellini (1852-1896), Enrico Stevenson (1854-1898) ed Orazio Marucchi (1852-1931) furono i continuatori dell’opera di De Rossi tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX. Padre Felice Grossi-Gondi (1860-1923), professore dal 1914 di Archeologia cristiana alla Gregoriana, ha sintetizzato nella sua opera, I monumenti cristiani dei primi sei secoli (Università Gregoriana, Roma 1920, 2 voll.) i risultati dalla scuola archeologica romana, a cui si deve la fondazione del Collegium Cultorum Martyrum, per far rifiorire il culto dei martiri, specie sui loro sepolcri negli antichi cimiteri cristiani. Sul suo sepolcro al Verano, Marucchi volle apposta questa semplice epigrafe, che riassumeva il suo apostolato archeologico. Di fronte al neo-paganesimo moderno, dalle profondità delle catacombe, si eleva una voce che non ci spinge alla fuga, ma ci incita alla lotta, sotto il patrocinio dei primi martiri cristiani.

 

Questo testo di Roberto de Mattei è tratto dalla rivista Radici Cristiane. Visita il sito radicicristiane.it


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