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Le virtù cardinali in particolare e i vizi

Teologia Morale03 Gennaio 2024
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Proseguiamo oggi nel nostro cammino di analisi delle virtù cardinali e concluderemo parlando brevemente dei vizi.

 

LA GIUSTIZIA

 

Concetto. La virtù della giustizia consiste in una volontà ferma e costante di rispettare tutti i diritti e di adempiere tutti i doveri. Sotto certi aspetti non c’è virtù più alta, poiché tutti gli atti onesti procedono dalla disposizione di rendere a ciascuno ciò che gli è dovuto. Per questa virtù gli uomini sono riuniti in società e partecipano a una vita comunitaria.

Divisione. Come la prudenza, possiamo considerare anche la giustizia dal triplice punto di vista degli elementi, delle specie e degli atti. Gli elementi della giustizia consistono nell’evitare il male e nel fare il bene. Il primo ha il suo contrario nella trasgressione, e il secondo nella omissione.

Distinguiamo la giustizia in generale e particolare. La giustizia generale è la forma della virtù in quanto le subordina tutte al suo fine, che è il bene comune. È detta anche giustizia legale (o sociale), in quanto per essa l’uomo obbedisce alla legge, che ordina gli atti di tutte le virtù al bene comune della società. A questo titolo, la giustizia generale assolve, sul piano naturale e politico, la funzione della carità sul piano soprannaturale. La giustizia particolare concerne il bene particolare degli individui. Essa si suddivide in giustizia commutativa e in giustizia distributiva.

La giustizia commutativa regola i rapporti tra privati e consiste nel rendere a ciascuno quello che gli è dovuto, rispettando negli scambi l’uguaglianza materiale: essa ha per oggetto i diritti e i doveri stricto sensu; è violata dall’omicidio e dai maltrattamenti, dal furto, dalla menzogna, dalla calunnia, dall’ingiuria, ecc. Ogni violazione obbliga alla restituzione o alla riparazione. La giustizia distributiva regola i rapporti tra la società e ognuno dei suoi membri. L’obbligazione essenziale ch’essa impone è l’imparzialità; la quale è violata dal favoritismo, che è una preferenza ingiusta nella distribuzione dei beni pubblici.

Gli atti della virtù di giustizia corrispondono ai differenti doveri che la ragione prescrive, sia verso Dio (virtù di religione), sia verso i genitori (pietà filiale), sia verso gli uomini (giustizia in senso stretto). Quest’ultima virtù coincide con la giustizia commutativa, comprende il rispetto delle persone (amore e amicizia), il rispetto della verità (veracità), delle promesse e dei contratti (fedeltà), la riconoscenza, la liberalità, l’equità.

 

LA FORTEZZA

 

Concetto. Considerata in generale, la virtù della fortezza è «una fermezza dell’anima contro tutto ciò che la molesta in questo mondo». In quanto virtù cardinale, la fortezza è la virtù che fa superare le difficoltà e i pericoli che oltrepassano la comune misura e fa sopportare con pazienza le più gravi avversità.

Vi sono tre vizi che si oppongono alla fortezza: il timore eccessivo, l’assenza di timore e l’avventatezza temeraria. La vera fortezza non consiste nel non temere nulla e nell’osare ogni cosa, ma nel temere con prudenza e nell’osare senza temerarietà: ove occorre, essa sa andare incontro ad una morte certa, ma evita senza timore apprensivo ogni pericolo superfluo.

Gli elementi della fortezza. La fortezza è la risultante di quattro virtù secondarie: la magnanimità, la magnificenza, la pazienza e la perseveranza. La magnanimità si impegna in grandi imprese, non per il profitto o l’onore che ne possono venire ma in ragione della loro eccellenza e nonostante le loro difficoltà. La magnificenza si compiace di attuare, senza arretrare dinanzi alle più grandi spese, le grandi opere che la magnanimità ha concepite.

Questa virtù, intesa in questo senso, è riservata ad un piccolo numero.

Non è la stessa cosa della pazienza e della perseveranza, per le quali l’uomo non si spaventa delle sofferenze, delle noie, dei contrattempi, del lavoro. La perseveranza avanza sempre e la pazienza non indietreggia mai. Tuttavia la prudenza insegna ad essere perseveranti senza ostinazione e pazienti senza pusillanimità.

 

LA TEMPERANZA

 

Concetto. In quanto virtù cardinale, la temperanza ha per oggetto la moderazione nei piaceri dei sensi. Da un punto di vista più generale, essa appare però, regola, misura e condizione di ogni virtù. Senza di essa, la prudenza diventa scaltrezza, la saggezza manca di misura, la fortezza oltrepassa il punto giusto e la giustizia stessa confina con l’iniquità.

Divisione. Come nelle altre virtù cardinali, nella temperanza distinguiamo gli elementi, le specie e gli atti. Gli elementi della temperanza sono la moderazione e l’onestà. Le specie della temperanza sono: la sobrietà nel bere e nel mangiare, la castità, che regola l’uso dei piaceri sessuali, così come il pudore ad essa legato. Infine, gli atti con i quali si esercita la temperanza sono quelli che corrispondono alle virtù della continenza, che regola le passioni violente legate alla sessualità; dell’umiltà, che modera i desideri di grandezza e le vane speranze; della mansuetudine e della clemenza, che eliminano i desideri di vendetta; della modestia, che regola il comportamento esteriore, ecc. A queste virtù speciali si oppongono i vizi della gola, della lussuria, dell’ira, dell’orgoglio, ecc.

Tutto quello che si è detto intorno alle virtù va riferito all’ordine naturale, semplice fondamento dell’ordine soprannaturale, in cui la natura è sopraelevata e perfezionata dalla grazia. In questo stato di natura decaduta e redenta, sono stati istituiti tra Dio e l’uomo rapporti del tutto nuovi, sui quali si fonda ciò che la teologia chiama le virtù teologali, virtù infuse di ordine soprannaturale miranti a disporre l’anima fin d’ora alla visione intuitiva di Dio, conseguenza dell’adozione divina che è stata elargita all’umanità. Queste virtù, che hanno Dio per oggetto immediato, sono la fede, che perfeziona l’intelligenza, aderendo ai misteri sotto l’influsso della volontà; la speranza, che fonda e sostiene lo slancio della volontà verso Dio, oggetto della visione beatifica; la carità, che fa aderire la volontà a Dio sommo bene, amato per se stesso al di sopra di ogni cosa e che conferisce agli atti di tutte le altre virtù il loro valore meritorio soprannaturalmente.

Alle virtù naturali si aggiungono grazie superiori e doni (doni dello Spirito Santo), che formano insieme un unico tutto e producono una unica perfezione morale. Per il fatto stesso che l’uomo è chiamato alla vita soprannaturale, non si può più dare per l’uomo virtù perfetta senza la carità. Sono dunque virtù imperfette: la prudenza che non accetti il rischio cristiano, la fortezza che non s’assoggetti, se è necessario, alle persecuzioni e al martirio, la giustizia che non renda a Dio il tributo, interiore ed esteriore, di adorazione e d’amore, che gli è dovuto; la temperanza che insorga contro l’astinenza e le mortificazioni dell’ascesi. In una parola, non v’è virtù perfetta senza la carità, forma e perfezione di tutte le virtù.

Vediamo ora brevemente i vizi in generale.

NATURA – Enumerando e descrivendo le virtù principali, abbiamo additato i vizi opposti, perché è proprio dei contrari il manifestarsi reciprocamente. Come s’è visto, il vizio non è una pura e semplice negazione della virtù, ma è piuttosto uno dei suoi contrari.

Infatti, può opporsi alla virtù per eccesso o per difetto, sebbene i vizi non siano solamente in guerra con la virtù, ma anche tra loro. Tutte le virtù perfette si armonizzano, ma non i vizi.

Si spiega allora perché la enumerazione dei vizi principali non corrisponda esattamente a quella delle virtù, pur potendo i vizi essere raggruppati secondo le virtù alle quali sono principalmente contrapposti. Le virtù si distinguono o si coordinano in rapporto al bene che esse fanno praticare; i vizi si coordinano in rapporto a certi beni che essi fanno ricercare in maniera disordinata.

Facciamo qualche esempio che ci permetta di capire anche perché le virtù sono un giusto mezzo tra due vizi opposti. Prendiamo in considerazione la virtù del coraggio, ovvero quell’abito che ci permette di temere ciò che si deve temere e di non temere ciò che non deve esser temuto. Il contrario del coraggio non è solo la viltà, ovvero la paura disordinata delle cose, delle persone o degli eventi. Ma anche la temerarietà, cioè la disordinata mancanza di timore per ciò che, invece, bisognerebbe temere. Similmente, per la virtù della temperanza, ovvero l’uso moderato dei piaceri, avremo l’intemperanza, ovvero l’utilizzo smodato del piacere, oppure, in senso opposto, l’insensibilità. Alla virtù di liberalità, ovvero l’uso accorto delle ricchezze, corrispondono i vizi di avarizia e, in senso opposto di prodigalità. E così via, si potrebbero fare molti altri esempi. Come si vede, la virtù è sempre il giusto mezzo, equilibrato, tra due vizi opposti. Ed è proprio questo equilibrio che, soprattutto nei tempi che viviamo, dobbiamo imparare ad esercitare, chiedendo l’aiuto di Colei che è Regina dell’Equilibrio, la Madonna, esempio perfetto di tutte le virtù dopo Nostro Signore.

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