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Le virtù cardinali in generale e la prudenza

Teologia Morale20 Dicembre 2023
Testo dell'audio

Si enumerano quattro virtù principali, dette cardinali (da cardo, cardine), perché sono come i centri o cardini intorno ai quali si ordinano tutte le altre virtù morali. Tali sono la prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza. Questa distinzione, proposta da ARISTOTELE e ripresa da San TOMMASO, si giustifica oggettivamente e soggettivamente, avendo ogni virtù un oggetto distinto e un soggetto immediato distinto.

  1. Punto di vista oggettivo. Avendo la virtù per oggetto il bene conveniente alla ragione, è  necessario che la ragione conosca il bene e lo proponga alla volontà come regola della sua attività (prudenza) e che la volontà attui quest’ordine della ragione, sia mediante gli atti esteriori concernenti le mutue relazioni degli uomini (giustizia), sia vincendo gli ostacoli che nascono dalle passioni sensibili con la temperanza, che modera il desiderio e il godimento dei beni sensibili, sia per mezzo della fortezza, che conferma la volontà nel dovere e domina il timore, suscitato dalle difficoltà e dai pericoli.
  2. Punto di vista soggettivo. Tutte le facoltà che concorrono all’attuazione del bene morale hanno bisogno di essere fortificate dalle virtù. Queste facoltà sono: la ragione, che è perfezionata dalla prudenza; la volontà, che è perfezionata dalla giustizia; la sensibilità il cui appetito concupiscibile (desiderio) è perfezionato dalla temperanza, e l’appetito irascibile (timore) che è disciplinato dalla fortezza.

L’ORGANISMO DELLE VIRTÙ – Una virtù è perfetta se, in ogni occasione, fa in modo che il bene onesto sia attuato in una maniera costante e ferma; ma ogni virtù soddisfa a questa condizione solo nella misura in cui implica anche 1’esercizio delle altre virtù.

La prudenza, virtù essenzialmente indivisibile, intellettuale e morale a un tempo, produce la reciproca solidarietà delle virtù e ne fa un organismo, dando ad ogni virtù la sua forma e misura.

Queste osservazioni relative all’organismo delle virtù non hanno che un valore teorico, riferendosi allo stato di pura natura, che non è lo stato reale dell’umanità. Nella condizione reale di natura decaduta e redenta, le virtù acquisite non possono formare un vero organismo senza la carità. Restano allo stato di semplici disposizioni, cioè di virtù imperfette, che permettono di compiere atti buoni, ma non di vivere bene in un modo costante e fermo. «Soltanto le virtù infuse, scrive San TOMMASO, sono virtù perfettamente e nel senso puro e semplice del termine, poiché ordinano in modo conveniente l’uomo al fine puramente e semplicemente ultimo. Ma le altre virtù, e cioè le virtù acquisite, non sono virtù che sotto un certo rapporto: se, infatti, esse ordinano l’uomo in modo conveniente; lo fanno rispetto a un fine dato in un ordine dato, non rispetto al fine ultimo assoluto». Senza la carità le virtù morali non sono dunque rigorosamente connesse tra loro. La prudenza conferisce ad esse una specie di unità per la sua universale presenza in tutte le virtù; ma la prudenza stessa non assolve questo compito che assai imperfettamente, non essendo essa una virtù propriamente detta se non è unita alla carità, senza la quale non possiamo bene esercitare la recta ratio agibilium, in funzione del nostro fine ultimo che è soprannaturale.

IL GIUSTO MEZZO – Forse che le virtù cardinali consistono in un giusto mezzo, secondo la celebre formula aristotelica: «In medio stat virtus»? Per ben comprendere il significato di questa asserzione, bisogna notare che si tratta non di una nozione quantitativa, ma di una media razionale, di un giusto mezzo di ragione, da determinarsi nella pratica delle virtù morali tra il difetto e l’eccesso. In questo senso, si deve dire che ogni virtù morale, pur dovendosi elevare ad un grado sempre più grande di perfezione, non può rinunciare ad un certo carattere di moderazione e di giusta proporzione. La misura è la condizione di ogni umana perfezione, secondo le norme della prudenza.

La prudenza, infatti, che forma e regola tutte le virtù morali, ha il compito di determinare qual è il giusto mezzo che qualifica come virtuoso l’atto in un determinato caso. Questo giusto mezzo è essenzialmente soggettivo e variabile secondo gl’individui, almeno nelle virtù in cui ciò che è razionale dipende da circostanze personali altrettanto e più che da circostanze oggettive. È dunque perfezione e non mediocrità saper trovare la misura esatta di ciò che conviene. Diremo anche che se la perfezione, considerata nella sua essenza, è un giusto mezzo, realmente, quando si guardi all’eccellenza essa è un culmine.

Vedremo, una per una, queste virtù, quest’oggi cominciamo con la prudenza, per poi vedere le altre al prossimo appuntamento.

 

LA PRUDENZA

  1. La prudenza si definisce la retta nozione di ciò che si deve fare (recta ratio agibilium), in quanto virtù della ragion pratica ordinata alla direzione della condotta. Essa si distingue perciò e dalle virtù morali, le quali hanno per soggetto immediato la volontà o l’appetito sensibile, e dalle virtù che riguardano la ragione speculativa. Si dice, d’altra parte, che il suo oggetto è l’agire umano (agibile), per distinguerla dall’arte o recta ratio factibilium, che ha per oggetto le cosa da produrre (factibile). La prudenza, così intesa, avendo per fine primario quello di rendere la volontà buona, è dunque essenzialmente una virtù della ragione, per la quale l’uomo sa ciò che occorre fare o evitare. Essa implica ad un tempo la conoscenza dei princìpi generali della moralità e quella delle contingenze particolari della azione. I suoi atti propri, in seno al processo dell’atto volontario, sono la deliberazione o consiglio, il giudizio pratico e (a titolo principale) la decisione o comando.

È importante chiarire bene la differenza che passa tra arte e prudenza. L’arte (nel suo senso più generale, come retta conoscenza dell’opera da produrre) e la prudenza sono simili, in quanto l’una e l’altra sono virtù o abiti ordinati all’azione, ma differiscono nei loro fini.

Infatti, il fine sul quale si regola la virtù della prudenza è il fine ultimo e universale dell’uomo, mentre il fine dell’arte è sempre particolare (una certa opera o una certa specie di opera da realizzare) e, come tale, di per sé, non impegna mai tutta la vita umana.

Da questa differenza di fini, deriva la differenza dei mezzi. Avendo la prudenza un fine universale, i suoi mezzi si moltiplicano e si diversificano all’infinito, secondo le circostanze dell’azione morale; l’arte, invece, avendo di mira un fine particolare, non dispone che di mezzi strettamente definiti in funzione di esso. Vi sono procedimenti e tecniche nell’arte, ma non nella morale: l’esercizio delle arti comporta una certa rigidità, che la prudenza, che è tutta mobile aderenza al concreto, esclude necessariamente. Infine, dalla differenza dei fini risulta un’altra differenza notevole tra l’arte e la prudenza. Essendo l’arte un sapere tecnico, conferisce il potere o la facoltà di fare, ma non l’uso: l’artigiano o l’artista può anche astenersi dall’esercitare la sua arte. La prudenza, al contrario, supponendo una rettificazione del volere, relativamente al fine ultimo, implica necessariamente l’uso; essa è, dice San TOMMASO, essenzialmente motrice, perché include nella sua perfezione di virtù il volere efficace del bene e determina il compimento del bene ogni volta che dev’essere compiuto.

  1. Divisione. Possiamo considerare la prudenza dal triplice punto di vista delle sue specie, dei suoi elementi e dei suoi atti. Dal punto di vista delle sue specie (o parti soggettive), si distingue tra prudenza privata, per la quale ciascuno dirige se stesso, e prudenza pubblica, che è la virtù propria del capo e serve al governo della società.

Dal punto di vista degli elementi (o parti integranti) ossia dal punto di vista delle virtù o qualità che, considerate a parte, non sono la prudenza, ma servono tutte a costituirla nella sua integralità, la prudenza comprende: la memoria, l’intelligenza dei princìpi, la preveggenza e la rettitudine del ragionamento, – la docilità e l’ingegnosità, – la circospezione e la precauzione.

Dal punto di vista degli atti successivi (o parti potenziali), mediante i quali si esercita la prudenza, questa comprende: il consiglio o deliberazione, il giudizio o decisione, l’ordine o esecuzione.

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