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L’atto morale naturale buono

Teologia Morale22 Novembre 2023
Testo dell'audio

L’oggetto di questo podcast riguarderà il concetto e la possibilità del bene morale naturale in generale.

Poiché la Grazia realmente propone all’uomo un fine soprannaturale, dona impulsi e forze soprannaturali e fonda l’intima connessione fra naturale e soprannaturale, potrebbe apparire superfluo da parte della Morale cristiana trattare del concetto e dell’esistenza di una moralità puramente naturale. Ma già la storia dell’insegnamento cristiano della Grazia, da S. Agostino a Pelagio, fino a Lutero, Baio, Giansenio, dimostra l’importanza della questione.

Nei podcast precedenti si è mostrato che il sistema cattolico dell’ordine della redenzione si mantiene in piedi con la stretta relazione all’ordine morale naturale.

La negazione della capacità dell’uomo decaduto a compiere azioni morali naturalmente buone, così come fu proposta dai Rivoluzionari, da Baio e dai Giansenisti, arriva alla positiva affermazione che, al di fuori del soprannaturale, della moralità prodotta dalla Grazia e della fede, ogni azione umana sia peccato.

Questa concezione è funesta tanto per il campo soprannaturale, quanto per il campo naturale.

  1. Essa toglie ogni fondamento naturale alla vita soprannaturale. Un’anima in cui sia distrutta ogni possibilità di attività morale, potrebbe raggiungere la figliolanza divina solo con un mutamento magico e non con una vitale elevazione, soprattutto non potrebbe rispondere con iniziativa morale libera alla divina chiamata alla salvezza.
  2. L’affermazione che, allo stato naturale, l’anima può solo peccare, si contraddice da sé, perché una fisica necessità del peccato annulla la sua colpevolezza. I veri peccati suppongono la possibilità di una scelta migliore, della vittoria sulla radice del peccato, quindi la possibilità del bene morale.
  3. L’errore accennato si spiega col presupposto che il peccato originale abbia cambiato sostanzialmente e mortificato la natura. Tale presupposto misconosce anche l’essenza dello stato originale, lo sviluppo del soprannaturale, il suo carattere libero, assolutamente superiore alla natura, ricco di grazia.

Al contrario, l’essenza del peccato originale non consiste nel dissolversi delle naturali facoltà dell’anima, ma nella perdita di una più alta vita di Grazia.

 

Concetto e possibilità dell’atto morale naturalmente buono, considerato dal punto di vista filosofico

 

  1. Il concetto di un atto morale buono, naturale, comporta, secondo l’aspetto positivo, che esso sia conosciuto dalla coscienza, cioè dall’intelletto pratico, come conforme alla legge morale, e che esso sia voluto e diretto con libera decisione e intenzione della volontà. Negativamente il concetto comporta che l’atto non provenga da impulso soprannaturale, quindi da Grazia attuale o stato di Grazia.
  2. La possibilità di simili atti si deduce da tutto quello che finora si è presentato come fondamento per la moralità, specialmente sulla realtà della coscienza e della libertà della volontà. Si deduce anche più direttamente dalla realtà delle opere buone, dalle innumerevoli azioni ispirate da nobili sentimenti che possiamo trovare in tutti i tempi e presso tutti i popoli.

Qui non bisogna dimenticare la lotta morale contro il male, la vittoria sulle tentazioni. Chi oserebbe negare che in questo ci sia qualcosa di moralmente buono?

Anche S. Agostino riconosce che la volontà, dopo il peccato originale, ha una vera libertà per tali atti umani nobili e buoni. Egli quindi loda le virtù patriottiche degli antichi Romani e si esprime favorevolmente sul valore e l’importanza delle opere di cultura.

Invece, Lutero e Baio pensano che la perdita della libertà originale fu assoluta, radicale: anzitutto perché negano la possibilità del libero volere, e inoltre perché asseriscono che l’attività morale buona della volontà sia una contraddizione.

 

Possibilità e volere del bene naturale morale alla luce dell’insegnamento cristiano e della Teologia Morale.

 

  1. La Chiesa con la condanna della dottrina di Baio e dei Giansenisti ha affermato anche dal suo punto di vista la possibilità e la bontà delle opere naturali morali, così come la possibilità d’una moralità religiosamente fondata, di una conoscenza naturale di Dio, della riverenza, della gratitudine e dell’amore che da questa conoscenza derivano.
  2. Secondo la S. Scrittura i pagani sono capaci di una conoscenza naturale di Dio. Essi sono colpevoli di peccato perché al Dio conosciuto non hanno tributato il dovuto onore e grazie. Così S. Paolo insegna che i pagani riconoscono la legge morale nel loro cuore e perciò hanno la capacità di operare secondo la legge naturale: per questo la loro coscienza li loderà.
  3. La maggior parte dei Padri della Chiesa non pone alcun dubbio nel seguire questa idea della Bibbia, che l’uomo cioè può compiere opere buone, accette a Dio, e che le tracce di pura virtù si trovano anche nel paganesimo grazie ai raggi del Logos che risplendono ovunque. 

La dottrina pelagiana esagerò questa capacità naturale e negò il carattere essenzialmente soprannaturale dell’ordine della salvezza. In opposizione ad essa S. Agostino sembra spesso contestare ogni possibilità di una moralità naturale, accetta a Dio. Ma non raramente egli afferma il bene naturale al di fuori del Cristianesimo e non soltanto secondo il suo valore umano, ma anche nella sua relazione con Dio. È Dio, il fine di ogni uomo che compie in coscienza il bene (De Gen. ad litt., I, n. 10. De Sermo D. in monte, 2, n. 32). Nell’anima degli uomini lontani da Dio c’è l’immagine divina in sicure tracce in quella “legge di natura, mediante cui l’anima intelligente conosce e compie certi atti proporzionati” (De spir. et litt., n. 48). In coloro cui fu concesso solo di volere, ma non di compiere il bene, bisogna riconoscere come buono almeno questo volere (Ad Simpl., I, q. 1). In colui che non ancora ama Dio, ma seriamente lo teme, evitare il peccato è cosa moralmente buona (Sermo, 99, n. 6).

  1. Tommaso distingue con perfetta chiarezza la moralità naturale e soprannaturale secondo il fine, la natura e la dignità: “La ragione e la volontà sono naturalmente ordinate a Dio, in quanto egli è principio e fine della natura, secondo la proporzione della natura. Ma in quanto egli è oggetto della beatitudine soprannaturale, la ragione e la volontà non sono secondo natura sufficientemente ordinate” (Summa Theologiae I-II, q. 62, a. 1 ad 3). “Sebbene l’uomo senza la Grazia non possa evitare il peccato mortale, fino al punto di non peccare mai, non è però impedito dall’acquistare l’abito della virtù per astenersi dalle opere cattive, come avviene per lo più e specialmente in quelle opere che sono molto contrarie alla ragione” (ibid. q. 63, a. 2 ad 2; cfr. ibid. q. 65, a. 1).

 

  1. L’intelletto riconosce nel bene morale naturale non solo un valore terreno, ma anche una relazione morale con Dio.
  1. La coscienza esprime in forma generale il suo incondizionato “Tu devi”, con l’idea della legge eterna, la volontà di Dio. Noi ubbidiamo a questa voce di Dio, quando osserviamo i precetti generali della Morale.
  2. Il fine ultimo di ogni vero volere morale è il bene in senso assoluto. Non un bene umano o sociale, ma il più alto, il più prezioso, l’infinito bene. Anche quelli che non conoscono e non hanno presente il Dio personale, quando s’inchinano innanzi alla bellezza e alla dignità della virtù e le ubbidiscono, sono in qualche modo da questo bene determinati e guidati. Perciò giustamente S. Agostino adopera la parola “caritas” ora per indicare l’amore personale a Dio, ora il semplice amore della giustizia. Afferma con la sua testimonianza precisamente quella realtà. Così anche all’atto buono naturale il più alto valore morale proviene da Dio, fine supremo della vita.
  3. Neanche la Grazia eccitante di Dio è esclusa nel bene naturale. Fonte di questo bene non è la Grazia in senso stretto: in tal senso si fonda sul concorso generale eccitante e concomitante della divina potenza.

L’atto morale per questi motivi può essere buono e accetto a Dio, anche se l’uomo che agisce non è ancora giunto alla vita soprannaturale, ma in quanto peccatore è ancora lontano da Dio. Certo è quella una bontà limitata e imperfetta. Non sgorga dalle profonde sorgenti dell’anima, non è dedizione completa a Dio, mistica comunione con Dio. Perciò non produce frutti per la vita eterna.

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