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La virtù morali

Teologia Morale12 Dicembre 2023
Testo dell'audio

 

Nel podcast di oggi parleremo delle virtù morali in generale. La volontà libera, come abbiamo visto, è il principio essenziale degli atti umani. L’elemento della volontarietà come s’è visto è spesso rafforzato o diminuito dal gioco delle disposizioni morali che si sovrappongono alla volontà e pesano sulla scelta che essa opera. Queste disposizioni sono di due specie: le passioni e gli «abiti». Dal punto di vista psicologico le passioni sono considerate piuttosto come inclinazioni predominanti o stati, mentre qui le consideriamo quali movimenti più o meno forti dell’ appetito sensibile, aventi un loro peso sulla decisione della volontà e sul giudizio della coscienza. Sotto questo aspetto, il giudizio morale sulle passioni è stato dato quando abbiamo studiato i gradi di volontarietà, ed è inutile qui ripeterlo.

Gli abiti corrispondono contemporaneamente alla passione, intesa nel senso di inclinazione più o meno stabile, e alla abitudine. Gli abiti operativi si situano tra le facoltà e i loro atti, come determinazioni particolari che procurano alle diverse facoltà una facilità più o meno grande a produrre le loro operazioni. Ora studieremo gli abiti in quanto costituiscono delle disposizioni morali o, per servirsi di termini ormai consacrati, delle virtù e dei vizi.

GLI ABITI PRATICI – Abbiamo altre volte distinto gli abiti entitativi, che hanno per soggetto immediato la sostanza stessa d’un essere, e gli abiti operativi, che si manifestano attraverso una inclinazione. Gli abiti operativi si suddividono in abiti speculativi (intuizione dei primi princìpi, scienza e saggezza) e abiti pratici, che sono cioè in rapporto all’azione. La nostra ricerca riguarda gli abiti pratici, tra i quali l’uno (la prudenza) riguarda l’intelligenza, e gli altri (virtù e vizi) la volontà. Tuttavia, dal momento che la prudenza implica nella volontà l’amore del bene e la retta intenzione, la si pone nel novero delle virtù morali.

 

LE VIRTÙ MORALI

 

  1. a) Definizione. La radice della parola virtù, da vir (vis), sottolinea l’idea di fortezza e, a questo titolo, qualifica, in generale l’energia della volontà e designa una buona qualità dello spirito che fa retta la vita e di cui non si può fare un cattivo uso. Il vizio, che è il contrario della virtù, si definirà dunque mediante un difetto di energia e consisterà in una cattiva qualità dello spirito, che fa vivere male e di cui non si può fare un buon uso. Il riferimento al buono o cattivo uso serve a distinguere la virtù e il vizio dalla passione, che può essere tanto buona quanto cattiva.

Le virtù, considerate specialmente dal punto di vista morale, si definiscono come disposizioni stabili a ben agire, acquisite alla luce della ragione e aventi per soggetto immediato la volontà.

  1. b) Origine. La definizione delle virtù morali ne precisa l’origine naturale. Innanzitutto, esse sono acquisite, e non innate, se non nel senso che preesistono in potenza nella ragion pratica, come gli abiti speculativi (intuizione dei princìpi) preesistono nella virtù dell’intelletto-agente. Le virtù sono acquisite alla luce della ragione, nel senso che hanno la loro prima fonte nell’intelligenza dell’ordine morale e delle sue condizioni assolute.  Infine va ricordato che, risultando da atti volontari, le virtù riguardano immediatamente la volontà, la quale, col moltiplicare le medesime determinazioni, fortifica se stessa e acquista una particolare potenza d’azione. Più si fa il bene dunque e più si è facilitati nel farlo. È un processo simile a quello che avviene in palestra: quando si inizia ad allenarsi, essendo i muscoli molto deboli, si ha grande difficoltà nel sollevare grandi pesi. Via via che ci si allena con pesi crescenti, i muscoli si fortificano e diviene più semplice sollevarli.
  2. c) La legge dell’ascesi. La virtù deriva, dunque, sia dalla rettitudine della ragione che dall’esercizio. Senza dubbio un solo  abito basta a creare un inizio di virtù abbozzata, che non avrà stabilità né meriterà autenticamente il nome di virtù se non come effetto di una pratica prolungata.

Quando una virtù o un vizio ci sembrano interamente formati fin dal primo atto, ciò è possibile perché erano, per così dire, preformati da atti di virtù o di vizi connessi o da certe disposizioni ereditarie. Di solito le virtù dell’ordine naturale sono il frutto della buona volontà, congiunta ad una pratica perseverante. Si diventa prudenti, a forza di intendere e di meditare i consigli altrui e di esercitare il proprio giudizio; si diventa coraggiosi, prendendo familiarità col pericolo; padroni dei propri sensi, sottomettendoli ad una lunga disciplina. La legge della virtù e quella di tutte le abitudini: essa impone un’ascesi (ossia esercizio).

La virtù è essenzialmente personale. Non è un’eredità, non risulta necessariamente dalle circostanze, dall’educazione, dall’ambiente. L’eredità non può causare la virtù, ma solamente delle predisposizioni, che non ingenerano infallibilmente né la virtù, né il vizio. Succede delle predisposizioni morali quello che accade per le predisposizioni intellettuali, che si possono ereditare senza per questo ereditare né la scienza né l’arte. Il fatto che vi siano delle famiglie di artisti e di pensatori prova soltanto che certe felici attitudini sono ereditarie in quelle famiglie in cui sono assiduamente coltivate dall’educazione. Allo stesso modo, le predisposizioni morali non divengono vizi o virtù che nella misura in cui sono favorite dall’esempio, dall’educazione e soprattutto dalla volontà personale. È opportuno rilevare che le virtù sono più personali che non i talenti speculativi e artistici: così le predisposizioni morali che si recano con sé alla nascita possono fallire molto più presto e più facilmente delle predisposizioni intellettuali o artistiche. La virtù è sempre il prezzo dello sforzo, della buona volontà e dell’esercizio perseverante.

  1. d) Finalità delle virtù morali. Che le virtù siano necessarie è facile convincersene se consideriamo quanto numerosi, incessanti e multiformi sono i doveri che incombono all’uomo, il quale deve astenersi da ogni male e fare il bene con tutte le sue forze, vincere o guidare le sue passioni, trovare la giusta misura in ogni circostanza e conformarsi a molteplici prescrizioni, regole e convenienze, che non è permesso trasgredire o disprezzare. Solo in grazia delle virtù, cioè dell’abitudine al bene sotto tutte le sue forme, l’uomo sarà capace di assolvere i suoi doveri; solo le virtù gli permetteranno di fare il bene con costanza, prontezza e diletto, i quali sono frutti dell’abitudine in generale.

Questi sono i tre aspetti della finalità delle virtù morali, le quali determinano e fissano le inclinazioni e le attrattive, assicurano la costanza della condotta virtuosa, facilitano l’azione sopprimendo una folla di esitazioni e di atti intermedi divenuti inutili e producono così la prontezza a fare il bene e a fuggire il male. Infine, esse divengono una seconda natura e così, come la natura stessa, rendono piacevoli tutti gli atti di cui sono il principio.

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