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La Verità, da fatto a esperienza

Arte e Cultura13 Maggio 2021
Testo dell'audio

«Cos’è l’uomo nella natura?», si chiedeva Pascal, meditando sulla relazione tra nulla e infinito: «Un nulla rispetto all’infinito, un tutto rispetto al nulla, qualcosa di mezzo tra il tutto e il nulla. Infinitamente lontano dalla comprensione di questi estremi, il termine delle cose e il loro principio restano per lui invincibilmente celati in un segreto imperscrutabile: egualmente incapace d’intendere il nulla donde è tratto e l’infinito che lo inghiotte». In questo dilemma esistenziale, l’uomo resta capace di pensare e ragionare. Diceva san Tommaso: capace – ancora dopo il peccato originale – di cogliere Dio, sé stesso, il mondo. Capace di riconoscere il vero e aderirvi. Senza identificarsi con la Verità in quanto tale.

La filosofia moderna concepisce in modo immanente la relazione tra Dio-mondo e la relazione tra uomo-Dio. Da una parte non cede all’assurdità di negare persino la sussistenza della realtà, ridotta a illusione in sé stessa. Dall’altra, però, rinuncia a cercare il vero in quanto tale, ma solo nella misura in cui è vero per l’uomo. La relazione con l’uomo, la sua esperienza conoscitiva diventano il criterio primo, persino rispetto all’essere, al vero, alla realtà in quanto tale e indipendente dall’uomo.

La metafisica occidentale era nata in Grecia con Platone, quando quest’ultimo – contro il relativismo dei Sofisti – aveva indicato l’esistenza di modelli eterni e sovrasensibili, noti come Idee: forme universali e perfette, rispetto a cui le cose materiali sono copie. Platone aveva indicato la natura delle Idee (da non confondere con i pensieri umani) come indipendenti, quanto alla loro esistenza e sussistenza, dalla conoscenza umana. L’essere viene prima della (eventuale, possibile, parziale, effettiva o erronea) conoscenza umana dell’essere stesso. È perché l’essere esiste, è perché la cosa sussiste in sé e indipendentemente da me, che io posso vederla, farne esperienza, conoscerla ecc.; il pensiero umano è una conseguenza della realtà sussistente in sé.

La modernità ribalta questo assunto, dando priorità al pensiero umano. Non nega la verità del mondo fisico o della matematica o dell’esistenza di Dio. Ma tali verità non sussisterebbero più indipendentemente dall’uomo. Tali fatti sarebbero solo per l’uomo nell’immanenza conoscitiva e nell’esperienza della coscienza. Cartesio afferma che l’unica verità davvero indubitabile è l’«Io» in quanto «cosa pensante», ponendo quindi l’evidenza dei corpi e della matematica come ammissibile solo alla luce del pensiero dell’uomo. Solo a partire dal fatto che «Io» certamente esisto, certamente penso, certamente ho idee, certamente ho l’idea innata di Dio, certamente questo Dio esiste e mi fa da garante buono e perfetto della conoscenza. Tutto il sistema conoscitivo non viene negato. La realtà non è ridotta a illusione. E la conoscenza non è ricondotta ad un banale relativismo. Tuttavia, il criterio ultimo è l’uomo e la sua coscienza. Il suo essere pensante è l’assioma ultimo, alla luce di cui è possibile affermare l’esistenza del mondo, la verità della matematica, l’attendibilità della esistenza di Dio, l’efficacia della conoscenza.


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Questo assunto – come mostrato da Gervasio Passadore ne Il Cristo ateo in Feuerbach – è anticipato da Lutero quanto alla fede: la fede non sarebbe più un aderire, bensì un’esperienza della coscienza. Dio non sarebbe nulla in sé, ma esisterebbe solo nell’uomo, per l’uomo. La coscienza diviene così la condizione stessa della rivelazione e della verità di fede. L’uomo diventa il criterio ultimo persino rispetto a Dio. Si tratta di una vera e propria metafisica della coscienza. Dio viene ricondotto alla spiritualità umana, a tal punto che la fede in Dio può sussistere anche senza Dio.

Mentre per la teologia cattolica (ed anche per la logica) il fatto di Dio è prioritario rispetto alla fede e la determina (ne è condizione necessaria), per il luteranesimo la relazione è capovolta: Dio esiste perché l’uomo vi crede; Dio esiste nella coscienza umana. Ora, allora, è la coscienza la condizione necessaria per Dio stesso. Coerentemente, allora, sarà possibile, intendere questo “Dio della coscienza” non come esistente in sé, ma come esistente nell’uomo. In modo radicale, ma logicamente possibile, come una sua stessa proiezione. Lutero diventa il padre dell’ateismo filosofico, nella misura in cui sia possibile intendere quel “dio che esiste solo per l’uomo e nell’uomo” come un dio creato inconsciamente dall’uomo stesso. Proiezione della sua stessa coscienza. Alienazione religiosa.

La fede cattolica è, di contro, proprio questo: un cercare e aderire liberamente e con ragione alla Verità, al fatto che è indipendente dalla nostra stessa fede o decisione o coscienza. Perché per la fede cattolica vale molto più il fatto rispetto alla coscienza del fatto. Per la fede cattolica il fatto sussiste in sé e non nell’esperienza soggettiva. La fede cattolica si oppone, cioè, al “principio di immanenza”, benché sia proprio tale principio a segnare un carattere specifico di tutta la modernità.


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Questo testo di Pierluigi Pavone è tratto dalla rivista Radici Cristiane. Visita il sito radicicristiane.it

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