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La sanzione come conseguenza dell’atto morale

Teologia Morale26 Settembre 2023
Testo dell'audio

 

 

Prima di iniziare a vedere l’atto morale dal punto di vista soprannaturale, l’ultimo passo è capire qual è la conseguenza naturale degli atti umani. La sanzione è ciò che corrisponde al merito o al demerito, l’insieme delle ricompense o dei castighi connessi all’osservanza o alla violazione della legge morale. Essa deve essere distinta sia dal semplice favore – che può essere gratuito, cioè non meritato, o fondato su un merito di pura convenienza, – sia dal salario o stipendio che sono in rapporto all’affetto materiale dell’attività e sono di per sé indifferenti alla qualità morale di questa attività.

 

NATURA DELLA SANZIONE – Comprenderemo la natura della sanzione, formandoci una giusta idea della sua necessità e finalità propria.

 

  1. Necessità della sanzione. Ogni legge deve avere una sanzione, senza la quale sarebbe illusoria; per questo non v’è una sola legge umana che non obblighi sotto pena di qualche privazione più o meno grave. Il colpevole può essere colpito nei suoi beni, nell’onore, nella libertà e persino nella vita.

Ma vi è sempre una sanzione anche per la legge naturale? Si può rispondere affermativamente, se si considera la sapienza e la giustizia di Dio, legislatore supremo dell’ordine morale. E in verità, è proprio di un legislatore prudente e saggio favorire l’osservanza della legge che impone e perciò congiungere formalmente all’osservanza un merito e alla violazione della legge un demerito. Senza questa sanzione, l’osservanza e la violazione della legge avrebbero gli stessi effetti; la qual cosa sarebbe contraria alla regola della giustizia, per cui ognuno dev’essere trattato secondo le sue opere. Fare il bene e fare il male diverrebbe indifferente.

 

  1. Finalità della sanzione. La legge morale definisce i mezzi con i quali l’uomo deve orientarsi verso il suo fine ultimo, in funzione del quale sarà più facile cogliere il valore della sanzione morale mirante a procurare l’attuazione o il ripristino dell’ordine, di cui la legge è l’espressione ideale. Così intesi, né la ricompensa né il castigo sopraggiungono all’attività morale dal di fuori: un antropomorfismo giuridico di tal genere qui non deve trovare applicazione. La ricompensa e la pena sono il frutto naturale sia della libera fedeltà alla legge morale, sia della ferita che il peccatore ha inflitto a se stesso con la libera defezione del suo volere. Esse sono, in certo modo, l’espressione e lo svolgimento stessi dell’attività morale retta o pervertita.

Sotto questo aspetto la sanzione è: rimuneratrice, quando assicura il conseguimento del fine ultimo; vendicativa, quando impone un castigo proporzionato alla gravità della colpa (la sua forma assoluta è lo scacco definitivo dell’uomo nell’attuare il suo ultimo fine); medicinale, se previene la violazione della legge con la minaccia o se serve a far emendare il colpevole. In quest’ultimo caso, la sanzione ha un carattere provvisorio e relativo; è più un ausilio alla legge morale, che non una sanzione vera e propria.

 

Bisogna stare attenti a quell’idea erronea per cui la sanzione sarebbe una conseguenza arbitraria degli atti morali, imposta dal di fuori dalla volontà del legislatore. La sanzione morale è, invece, un elemento intrinseco e costitutivo dell’ordine da cui non può essere separato. La felicità è legata al bene e il bene alla felicità, essendo l’uno e l’altra aspetti di una sola e identica realtà. Si può ben dire, in questo caso, che la pratica del bene è interessata, ma di un interesse che è tutt’uno con la forma stessa della moralità, la quale fa sì che il bene diventi il nostro bene: il vero interesse sta nel non avere nessun altro interesse all’infuori del bene, essendo la felicità relativa alla perfezione del bene.

 

LA SANZIONE PERFETTA – I moralisti che hanno contestato il valore morale della sanzione hanno, in generale, preso di mira le sanzioni esteriori al dovere. Gli stessi ammettono però che l’obbedienza alla legge morale trova la sua sanzione sia nelle conseguenze naturali dei nostri atti, e cioè nella gioia e nella pace della coscienza, sia, al contrario, nella infelicità della coscienza. Tutta la questione sta nel sapere se le conseguenze naturali dei nostri atti o la soddisfazione intima della coscienza rispondano alle esigenze di una sanzione perfetta.

Occorre, infatti, che la sanzione sia: universale, investa cioè tutti gli atti morali, buoni o cattivi, interiori o esteriori; proporzionata alla qualità morale dell’atto; ed infine efficace, ossia capace di assicurare il rispetto della legge. È facile vedere che nessuna sanzione terrena, neppure quella della coscienza, risponde a queste tre esigenze.

 

  1. Le sanzioni esteriori. Nessun moralista ha mai sognato di sostenere che la condotta morale possa trovare una sanzione adeguata nelle ricompense o nei castighi dati dai tribunali (sanzione legale) o dalla società (sanzioni sociali). Le une e gli altri non riguardano che gli atti esteriori, anzi una parte infima di questi, colti nella loro pura materialità, e non nel loro autentico valore morale ed anche in modo talvolta ingiusto.

Più spesso si ricorre alle sanzioni naturali, fisiologiche e materiali. Il vizio, si dice, trae con sé la decadenza fisica, la rovina e la infelicità delle famiglie. È troppo facile rispondere che se questi sono gli effetti normali di un vizio perseverante e grave, una salute florida può ben accompagnarsi a vizi coltivati con discrezione e, se così si può dire, saggiamente misurati. Quanto poi ai favori della fortuna, essi vanno di frequente a quelli che sanno unire all’assenza di scrupoli una notevole abilità corrispondente. D’altra parte, la virtù non richiede necessariamente né la salute né la fortuna: anzi, in molti casi, conduce a sacrificare i beni del corpo e i beni materiali. Le sanzioni naturali sono dunque ben lontane dal rispondere a ciò che l’idea di sanzione morale esige.

 

  1. La sanzione interiore. Di tutte le sanzioni terrene, quella della coscienza è la più alta e la più bella, perché non v’è gioia che possa essere paragonata a quella d’una buona coscienza. Tuttavia questa sanzione rimane ancora insufficiente ad attuare l’ordine assoluto; noi sappiamo, infatti, che gli errori e le ignoranze della coscienza e i limiti del suo discernimento le impediscono di essere un giudice perfettamente preciso e integro. Per questo le anime delicate non sono mai soddisfatte di se stesse, né pienamente sicure del valore morale della loro attività. Inversamente, i rimproveri della coscienza diminuiscono in ragione della malizia che dovrebbero punire: i cattivi finiscono per godere della pace relativa che apporta loro l’abitudine al male.

La sanzione dell’altra vita. Dobbiamo concludere che il bene e il male morale non trovano in questa vita una sanzione adeguata. Ritroviamo così, per un’altra via, una verità già stabilita nello studio del fine ultimo, là dove si è dimostrato che il fine ultimo non può essere raggiunto qui nella sua perfezione. Servendoci di considerazioni distinte perveniamo ad un’identica conclusione e ciò prova ancora che, nell’ordine morale, la sanzione e il fine ultimo sono tutt’uno. L’uno e l’altro punto di vista ci rinviano al di là di questa vita, in un mondo in cui l’infelicità sarà unita al male morale e la felicità riconciliata  col bene.

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