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La preghiera in genere

Spiritualità03 Marzo 2018
Testo dell'audio

Ad Te, Domine, levavi animam meam.

Chiediamoci cosa sia la preghiera, perché pregare, come pregare ed il rapporto tra la preghiera e la vita.

1. Cos’è la Preghiera?

Una definizione classica della preghiera ci è data da san Giovanni Damasceno (Expositio Fidei 68; De Fide Orthodoxa 3.24): «La preghiera è l’elevazione dell’anima a Dio o la domanda a Dio di beni convenienti». Vogliamo proporre la prima parte di questo enunciato come definizione della preghiera in genere e la seconda parte come definizione della preghiera di petizione.


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Il pregare in genere, dunque, può essere inteso come l’azione di elevare l’anima a Dio o di alzare il cuore a Dio.

2. Perché pregare?

La risposta più facile a questa domanda è: perché il Signore ci comanda di pregare ossia di pregare sempre, colle parole: «Bisogna sempre pregare» (Lc 18.1) e ancora: «Vegliate e pregate in ogni momento» (21.36). Similmente dice san Paolo: «Pregate incessantemente» (I Tess. 5.17).


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Vediamo dunque che la preghiera è un’opera di giustizia, in quanto viene comandata da Dio. In quanto riguarda Dio costituisce la virtù della religione. Ma è anche un’opera di altre virtù, soprattutto dell’umiltà, che pratichiamo quando ci sottomettiamo a Dio nella preghiera; virtù della Fede; della fiducia nella Sua tutela e provvidenza; e dell’amore verso di Lui, «che cresce ad ogni colloquio», come ci insegna il Catechismo di Trento. San Pietro d’Alcantara scrive che lo scopo immediato della preghiera è di farci ottenere la devozione e la facilità di superare le conseguenze del Peccato originale: la pigrizia, la malizia e la ripugnanza a fare il bene.

In breve allora, la preghiera ci aiuta a praticare numerose virtù e, di conseguenza, a crescere nella santità. Ma anche ci protegge dal peccato (dall’ira divina che ne consegue) e dal demonio. Quanto alla preghiera di meditazione ed al peccato mortale, sant’Alfonso Maria de’ Liguori ci insegna che è impossibile meditare e peccare mortalmente allo stesso tempo: chi pecca mortalmente e comincia a meditare «o rinuncia al peccato o rinuncia alla preghiera». Chi non prega, invece, è spinto verso il peccato mortale. Dunque la domanda per noi è semplice: vogliamo essere salvati o non lo vogliamo? Se vogliamo essere salvati: preghiamo!

Ci sono persone che dicono: «Conduco una vita buona, ma non prego». Questo però non è possibile, perché non agiscono in modo giusto verso Dio: non agiscono con la giustizia, né con le altre virtù prima enumerate. Non rivolgono mai uno sguardo a Dio. Ma che preparazione è questa per la vita eterna, cioè per la visione beatifica di Dio? Come possono aspettarsi di essere accolti a braccia aperte da Dio nel Regno dei Cieli dopo la morte, se non Gli hanno dedicato neanche un pensiero sulla terra? O se non hanno fatto lo sforzo minimo di assistere alla Santa Messa la domenica? Se ciò nonostante muoiono in stato di Grazia, sicuramente dovranno aspettare la Visione beatifica per lungo tempo in Purgatorio, come hanno fatto aspettare Dio a lungo in terra.


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Ci sono altre persone che dicono: «Sì! Prego, certo!». Ma la preghiera consiste in un Padre Nostro o in un’Ave Maria, dette a letto, mentre si addormentano. Ma, quando le cose non vanno bene nella loro vita, si ricordano di Lui per supplicarLo di rimediare ai loro errori, se non per accusarne Lui.

3. Come pregare?

Occorre pregare con umiltà, perché sta scritto nel Salmo 101: «Iddio guarda all’orazione degli umili e non disprezza la loro preghiera» e «l’umiliazione di chi si umilia andrà oltre le nubi» (Ecclesiasticus 35.21). «L’umile che prega si presenta con la forza di attrazione del vuoto per l’Essere che vuole riempirlo», dice Padre Augustin Guillerand, certosino. «Nessuna resistenza da abbattere, nessuna presenza da eliminare, nessuna trasformazione da operare. Non vi è che da entrare, prendere il posto, rispondere ad un’attesa e colmarla».

Occorre pregare con fervore, come dice sant’Agostino: «Di solito la preghiera si fa più con gemiti che con parole, più con lagrime che con formule. Iddio pone le nostre lagrime al Suo cospetto e il nostro gemito non è nascosto a Lui, Che tutto ha creato per mezzo del Verbo e non ha bisogno di parole umane».

Occorre pregare con fiducia, con la sicura speranza di essere esauditi, come ci ammonisce san Giacomo (1.6), chiedere «con fede, senza affatto esitare»; inoltre col cuore aperto, come insegna di nuovo il Catechismo romano: «Chi viene a pregare nulla tace, nulla nasconde, ma tutto svela fiduciosamente, rifugiandosi nel grembo di Dio dilettissimo Padre’.

Bisogna pregare in modo raccolto, interiore ed intimo, come il Signore ci rappresenta con l’immagine della camera chiusa (Mt. 6.6): «Ma tu, quando preghi, entra nella tua camera e, chiuso l’uscio, prega il Padre tuo in segreto e il Padre tuo, che vede in segreto, te ne renderà la ricompensa».

Commenta san Giovanni Cassiano: «Preghiamo nella nostra camera quando ritiriamo il nostro cuore interamente dal tumulto e dal chiasso dei pensieri e delle preoccupazioni, e, in una sorta di cuore a cuore segreto e di dolce intimità, riveliamo al Signore i nostri desideri. Preghiamo con uscio chiuso, quando supplichiamo senza aprire le labbra ed in un silenzio perfetto Colui Che non si cura delle parole, ma guarda il cuore. Preghiamo in segreto, quando parliamo a Dio solamente attraverso il cuore e la devozione dell’anima e non manifestiamo che a Lui le nostre domande; così che gli stessi poteri avversari non ne possano indovinare la natura».

Infine, si deve pregare con assiduità, come la vedova che vinse il giudice ingiusto con la sua assiduità e insistenza. «E se talvolta viene meno la volontà, dobbiamo chiedere a Dio la forza di perseverare», dice il Catechismo.

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