La mortificazione custode della castità

Poiché il veleno dell’impurità s’insinua attraverso tutte le fessure, bisogna saper mortificare i sensi esterni, i sensi interni, gli affetti del cuore.
Il corpo ha bisogno di essere disciplinato e occorrendo castigato per stare sottomesso all’anima. Deriva da questo principio la necessità della sobrietà, talvolta anche del digiuno o di qualche esercizio esteriore di penitenza; come pur la necessità, in certe occasioni, specialmente in primavera, di un regime emolliente per calmare l’ebollizione del sangue e gli ardori della concupiscenza. Nulla deve essere trascurato per assicurare il dominio dell’anima sul corpo. Via il sonno troppo prolungato; in generale non è bene rimanere a letto il mattino, quando uno è sveglio e non può più ripigliar sonno.
Nel corpo ogni senso ha bisogno di essere mortificato. Il santo uomo Giobbe aveva fatto patto con gli occhi di non lasciarli correre su persone che gli potessero causare tentazioni. L’Ecclesiastico premurosamente raccomanda di non fissare gli occhi sulle giovani e di stornare lo sguardo dalla donna elegante: “perché molti sono sedotti dalla sua bellezza e la passione vi s’infiamma come il fuoco”. Consigli molto ben fondanti in psicologia: lo sguardo eccita la fantasia e accende il desiderio, il desiderio poi sollecita la volontà e, se questa acconsente, il peccato entra nell’anima.
La lingua e l’udito si mortificano col riserbo nelle conversazioni. Riserbo che spesso manca anche tra le persone cristiane: l’abitudine di leggere romanzi e di frequentare il teatro fa che si parli troppo liberamente di molte cose che si dovrebbero tacere; si va dietro volentieri ai piccoli scandali mondani; talora si ride e si scherza su argomenti più o meno scabrosi. Una certa morbosa curiosità fa che si prenda gusto a queste storielle o piacevolezze; la fantasia se ne pasce rappresentandosi minutamente le scene descritte; i sensi si commuovono e spesso la volontà finisce col prendervi colpevole diletto. Ha dunque ragione S. Paolo di biasimare le cattive compagnie come fonte di depravazione. Ed aggiunge: “Via le parole disoneste, le buffonerie, gli scherzi grossolani, che sono tutte cose sconvenienti”. L’esperienza infatti dimostra che anime pure furono pervertite dalla morbosa curiosità eccitata da conversazioni imprudenti.
Il tatto poi è pericoloso in modo particolare. L’aveva ben capito Henri Perreyve (1831-1865), sacerdote cattolico francese del XIX secolo, il quale scriveva: “Più che altro, o Signore, io vi consacro le mani; ve le consacro fino allo scrupolo. Queste mani riceveranno fra tre giorni la consacrazione sacerdotale. Fra quattro giorni, avranno toccato, tenuto, portato il vostro corpo e il vostro sangue. Voglio rispettarle, venerarle come gli strumenti sacri del vostro servizio e dei vostri altari” … Quando infatti si pensa che il mattino si è tenuto tra le mani il Dio d’ogni santità, si è più disposti ad astenersi da tutto ciò che potrebbe macchiarne la purità. Grande riserbo, dunque, verso sé stesso; verso gli altri si usino pure le ordinarie cortesie, ma si badi a non metterci alcun sentimento appassionato che tradisca disordinato affetto. A un prete che chiedeva se convenisse toccare il polso a una moribonda, S. Vincenzo rispose: “Bisogna guardarsi bene dall’usare questa pratica, perché lo spirito maligno se ne potrebbe servire per tentare il vivo e anche la moribonda. Il diavolo in quei momenti fa strale di ogni legno per assalire un’anima … Non vi immischiate mai di toccar nessuna donna né nubile né maritata, sotto qualsiasi pretesto”.
I sensi interni non sono meno pericolosi degli esterni, e anche quando chiudiamo gli occhi, ricordi importuni e insistenti immaginazioni continuano a perseguitarci. Se ne lamentava S. Girolamo nella solitudine, dove, nonostante l’ardore del sole e la povertà della cella, si vedeva trasportato dalla fantasia in mezzo alle delizie di Roma. Per cui raccomanda insistentemente di scacciare subito queste immaginazioni: “Non voglio che tu permetta ai pensieri di crescere… Finché il nemico è piccolo, uccidilo; sia schiacciata la malvagità nel seme, perché non cresca la zizzania”. Bisogna soffocare il nemico prima che diventi adulto e schiantare la zizzania prima che cresca; altrimenti l’anima viene invasa e assediata dalla tentazione e il tempio dello Spirito Santo diventa covo di demoni.
A schivare queste pericolose immaginazioni, conviene lasciare la lettura di quei romanzi e di quelle opere teatrali che vivamente e realisticamente descrivono le passioni umane specialmente la passione dell’amore. Queste descrizioni non fanno che turbare la fantasia e i sensi; e ritornano poi persistentemente dando alla tentazione forma più viva e più seducente e talora strappano il consenso. Ora, come osserva S. Girolamo, la verginità si perde non solo con gli atti esterni ma anche con gli interni.
I Santi ci esortano pure a mortificare le immagini e le fantasie inutili. Infatti, l’esperienza insegna che nel vano fantasticare si insinuano presto immagini sensuali e pericolose, per cui, chi vuole prevenirle, non deve volontariamente abbandonarcisi. Si riesce così a poco a poco a mettere l’immaginazione al servizio della volontà.
Cosa particolarmente necessaria al sacerdote che, in virtù della stessa sua professione, riceve confidenze su materie delicate. È vero che ha le grazie particolari del suo stato per non compiacervisi, ma a patto che, uscito dal confessionale, non ritorni volontariamente su ciò che ascoltò; altrimenti la sua virtù subirà dura prova e Dio non si è obbligato a soccorrere gli imprudenti che vanno a cercare i pericoli: “chi ama il pericolo, in esso perirà” dice l’Ecclesiastico (III, 27).
Anche il cuore ha bisogno di essere mortificato quanto la fantasia. È una delle più nobili ma anche delle più pericolose facoltà. Coi voti e col sacerdozio si consacra il cuore a Dio e si rinuncia alle gioie della famiglia. Ma questo cuore resta aperto agli affetti, e se si hanno grazie speciali per ben disciplinarlo, sono grazie di combattimento che richiedono molta vigilanza e molti sforzi.
Oltre ai pericoli comuni il sacerdote ne trova di particolari nell’esercizio del ministero. Senza accorgersene uno si affeziona alle persone a cui fa del bene; e queste da parte loro si sentono portate ad esprimere la loro riconoscenza. Quindi mutui affetti, da principio soprannaturali, ma che, se non stiamo in guardia, diventano facilmente naturali, sensibili, invadenti. È cosa facile illudersi: “Spesso, dice S. Francesco di Sales, pensiamo di amare una persona per Dio e invece l’amiamo per noi stessi; diciamo di amarla per Dio ma in realtà l’amiamo per la consolazione che proviamo trattando con lei”. Un celebre testo, attribuito a S. Agostino, ci mostra i vari gradi per cui si passa dall’amore spirituale all’amore carnale: “l’amore spirituale genera affetto, l’affetto genera ossequiosità, l’ossequiosità genera familiarità, la familiarità genera carnalità”.
A schivare tanta sventura, bisogna esaminarsi ogni tanto e vedere se si trova in sé qualcuno dei segni caratteristici di amicizia troppo naturale e sensibile. Il padre Benoit Valuy (1808-1869), della Compagnia di Gesù, li compendiava così: “quando il viso d’una persona comincia a cattivarsi gli occhi o l’indole sua simpatica commuove e fa palpitare il cuore. Saluti teneri, parole tenere, sguardi teneri, regalucci sempre crescenti … Certi scambievoli sorrisi più eloquenti delle parole; un certo fare libero che tende a poco a poco alla familiarità; favori e riguardi premurosi, offerte di servizio, ecc. Procurarsi conversazioni segrete dove nessun occhio e nessun orecchio dia noia; continuarle a lungo e ripeterle senza motivo. Parlar poco delle cose di Dio e molto di sé e della mutua amicizia. Lodarsi, adularsi, scusarsi a vicenda. Lagnarsi amaramente degli avvisi dei superiori, degli ostacoli che mettono a quei colloqui, dei sospetti che pare che abbiano … Nell’assenza della persona amica provare inquietudini e tristezze. Nelle preghiere venir distratti dalla sua memoria, raccomandarla talora a Dio con fervore straordinario, averne l’immagine profondamente scolpita nel cuore, pensarci il giorno, la notte, sognarla anche. Informarsi ansiosamente dov’è, che cosa fa, quando ritornerà, se non ha affetto per altri. Al suo ritorno sentir trasporti di gioia straordinaria. Soffrire una specie di martirio nel doversene di nuovo separare. Studiare mille astuzie per aver l’occasione di rivederla”.
Non si confidi troppo sulla pietà delle persone con cui si è legati da amicizia; perché quanto più sono sante, tanto più sono attraenti. D’altra parte, queste persone pensano che l’affetto verso un sacerdote non abbia nulla di pericoloso e vi si abbandonano senza timore; bisogna quindi che il sacerdote sappia tenerle a rispettosa distanza.