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La “morte rossa” italiana

Storia02 Aprile 2021
Testo dell'audio

Un senso di vertigine coglie chi oggi, a cento anni dalla fondazione del PCI, apre il libro rosso del comunismo italiano e della sua ideologia totalitaria. Non è facile dare ordine razionale all’insieme di condizionamenti ideologici, finanziamenti segreti, ricatti, fedi cieche e pulsioni omicide, che caratterizzò il comunismo internazionale. Di certo, la dimensione più inquietante fu quella genocida, tanto più spaventosa, perché impossibile da quantificare, nemmeno per approssimazione. Dalla rivoluzione bolscevica in poi, passando attraverso i vari continenti, le vittime del comunismo sono state calcolate fra gli 80 e i 100 milioni, ma è impossibile contare le tombe nelle distese siberiane, nelle campagne cinesi della rivoluzione culturale maoista, nelle foreste cambogiane dei khmer rossi o nelle bidonville etiopiche di Menghistu. Così la cifra complessiva potrebbe essere doppia.

La sua enormità ha prodotto in Italia una singolare scissione. In segreto il PCI, dalla sua nascita e fino alla caduta dell’Urss – dunque, anche durante il periodo dello “strappo” di Berlinguer – in qualità di maggiore partito comunista d’Occidente ha continuato a ricevere finanziamenti da Mosca, per lo più in milioni di dollari. E grazie a questo denaro ha costruito la sua potente organizzazione sul territorio, senza eguali in Italia. Ma pubblicamente la vulgata antifascista ha alimentato il mito di un comunismo italiano “diverso” dagli altri del socialismo reale. Si è costruita l’immagine di un PCI dalle mani pulite, cofondatore della democrazia repubblicana.

Ma ancora non basta a valutare la complessità del fenomeno, anche perché la morte rossa italiana, paragonata a quella planetaria, può sembrare poco rilevante. L’errore di prospettiva è dovuto alla varietà delle situazioni in cui, con l’implicito o dichiarato appoggio del PCI, i delitti sono stati commessi. A cominciare dagli italiani emigrati in Unione Sovietica dopo il 1917, attirati dalla sirena della giustizia proletaria, e poi risucchiati con la connivenza di Togliatti nell’imbuto delle repressioni staliniane organizzate contro i “trotzkisti“: intorno alle cinquemila persone, cui vanno aggiunti i 1.500 italiani di Crimea, deportati e decimati per fame e stenti nelle steppe del Kazakistan. Un caso di emigrazione assimilabile a quello sovietico fu quello dei “monfalconesi“, italiani originari della Venezia Giulia, che si trasferirono a Fiume e in altre località della neonata Jugoslavia, spinti dalle medesime illusioni. A loro è toccata per tragica ironia un destino rovesciato: proprio perché fedeli all’ideale staliniano, dopo lo scisma di Tito finirono nei gulag dell’Adriatico o liquidati dopo processi sommari, con l’accusa di lavorare a favore dell’Unione Sovietica.

Una sorte simile, anch’essa ascrivibile al comunismo titoista, fu quella degli italiani d’Istria e Dalmazia, assassinati e poi sepolti nelle foibe con la pratica dell’incatenamento: metodo che consentiva di risparmiare pallottole, giacché l’uccisione del primo, trascinato sull’orlo di una cavità carsica, provocava la caduta degli altri ancora vivi. In questo caso – come, del resto, riguardo agli italiani scomparsi nell’Urss – la contabilità dell’orrore è in corso. Ma il numero approssimativo di vittime italiane, supposto sino ad oggi sulle 16-17 mila, va aggiornato in seguito al ritrovamento recente in Slovenia di 581 foibe trasformate in tombe.


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Ma il bilancio non sarebbe completo se non vi includessimo il sangue dei vinti. Cioè gli italiani, fascisti e non, assassinati fra il 1943 e il ‘49 dalla “giustizia partigiana“. Approssimativamente 4.500 persone, fra le quali anche numerose donne e sacerdoti. L’epicentro fu il cosiddetto “Triangolo della morte” compreso fra Reggio Emilia, Bologna e Ferrara, ma i confini sono labili, come il conteggio delle vittime e le stesse motivazioni. Infatti, se nel particolare clima di odio e vendette familiari emiliano-romagnolo la furia omicida incubava da tempo, la stessa macchina partigiana comunista contribuì al pieno dispiegarsi della violenza fratricida (come in Friuli, con la liquidazione della brigata anticomunista Osoppo).

La causa va ricercata già nella struttura delle formazioni comuniste, largamente finanziate da Mosca. Esse si distinguevano per il ricorso al terrorismo individuale, la presenza di commissari politici e soprattutto per l’attesa dell’”ora X”, in cui l’Italia intera liberata avrebbe dovuto trasformarsi in una repubblica comunista. Qualcosa di quel piano sanguinoso, messo in atto dalla cosiddetta “Volante Rossa” a Milano e dintorni, sarebbe poi trasmigrato nell’ideologia omicida e neoleninista delle Brigate Rosse.

 


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Questo testo di Dario Fertilio è tratto dalla rivista Radici Cristiane. Visita il sito radicicristiane.it

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