< Torna alla categoria

La felicità terrena e la morale tomista

Teologia Morale10 Gennaio 2023
Testo dell'audio

Nello scorso podcast abbiamo esaminato il fine ultimo e abbiamo capito che esso è Dio. Dobbiamo però oggi capire come possiamo raggiungere il nostro fine ultimo mediante la nostra esistenza terrena.

LA FELICITÀ TERRENA – Se la felicità perfetta non può essere raggiunta in questo mondo dal momento che, per le condizioni d’incarnazione che pesano sull’esercizio della nostra intelligenza, noi possiamo conoscere Dio solo per l’analogia delle cose sensibili, occorre un fine ultimo, che consisterà nel preparare quanto meglio possibile l’anima umana alla contemplazione di Dio. Questa preparazione s’attuerà per mezzo delle finalità molteplici dell’esistenza terrena e confluirà nell’acquisizione della virtù.

 

  1. a) Le finalità molteplici. La vita umana comporta una intera gerarchia di fini molteplici e diversi che derivano dalle condizioni concrete nelle quali si esercita l’attività dell’uomo. Gli enti si ordinano al loro fine ultimo per l’intermediario dei loro fini prossimi. Nella vita concreta degli uomini, si troverà una varietà infinita di finalità particolari, che diversificano in certo modo il fine ultimo e modificherà immensamente le differenti vie umane, quanto alla loro materia, senza mancare di ordinarle tutte (di diritto, almeno) all’unico fine ultimo temporale e sopratemporale. Ciò che importa, infatti, è salvaguardare sempre, almeno virtualmente ed implicitamente, la relazione obbligatoria al fine ultimo assoluto.

 

  1. b) La volontà retta e la virtù – Così, quali che siano, materialmente, le finalità diverse dell’esistenza umana, devono essere tutte informate dalla volontà retta che conferisce ad esse il loro orientamento al sommo bene. Se la perfezione e il fine ultimo della nostra natura consistono nella contemplazione di Dio oltre i limiti del corso terreno della vita, il fine e la felicità di questo medesimo itinerario non possono consistere che nell’amore di Dio e nell’acquisizione della virtù, che generano la gioia della buona coscienza. Per noi si tratta invero di tendere verso un oggetto che non possediamo ancora e, per ciò stesso, la perfezione quaggiù consisterà non tanto nel conoscere Dio (vista l’imperfezione di questa conoscenza) quanto nel porsi nella condizione di conoscerlo, dopo la morte, nel modo più perfetto possibile. Ed è proprio in questa condizione che ci pone la virtù.

Per quel che riguarda gli altri beni finiti (materiali, corporali, spirituali), si deve dire che essi sono fatti per aiutare l’uomo a svolgere il meglio possibile il suo compito su questa terra, cioè per aiutarlo ad acquistare e a praticare la virtù. Sono dunque desiderabili ed utili alla felicità terrena nella misura in cui sono ordinati, per mezzo della virtù che essi condizionano e servono, al sommo bene e al fine ultimo dell’uomo, la contemplazione di Dio.

 

LA MORALE TOMISTICA – Il tipo più perfetto e più coerente d’una morale razionale è fornito dalla dottrina di San TOMMASO, il quale, utilizzando i lumi che gli venivano dalla Rivelazione cristiana, corregge e completa ARISTOTELE, in una propria prospettiva, parlando di un finalismo oggettivo, e proponendo una morale che soddisfa tutte le giuste esigenze delle altre teorie morali.

 

  1. Il finalismo oggettivo della morale tomistica. San TOMMASO mostra che il bene morale è obbligatorio, in quanto esprime un ordine di diritto, voluto da Dio, creatore e legislatore della nostra natura; che la perfezione e la felicità devono essere accessibili a tutti e richiedono, per compiersi nella loro pienezza, la immortalità dell’anima e le sanzioni della vita futura: che la perfezione umana consiste nell’avvicinarsi a Dio, fine e bene oggettivi dell’uomo, mediante la pratica delle virtù morali.

 

  1. Carattere sintetico della morale tomistica. Un carattere nettamente rilevato della morale tomistica è quello d’includere, senza alcun artificio, ma solo in virtù dei suoi princìpi, tutto ciò che vi è di giusto nelle differenti teorie morali. Da una parte, essa riconosce effettivamente alla ragione il diritto e l’obbligo di determinare il dovere, ma si guarda bene dal condannare il sentimento; al contrario, essa esige che i sentimenti, attraverso i quali si manifestano le nostre tendenze profonde, collaborino alla vita morale e, debitamente gerarchizzati dalla ragione, ricevano un giusto riconoscimento.

D’altra parte, questa dottrina, se esclude ogni possibilità di prendere il piacere per fine dell’attività umana, sostiene che la felicità è realmente l’aspetto soggettivo della nostra perfezione attuale; a questo titolo, in dipendenza cioè dal bene oggettivo che è Dio, fine ultimo universale, la felicità dovrebbe essere il frutto della nostra attività morale. Lo stesso piacere entra come elemento integrante nell’insieme dell’attività morale, non essendo di per sé cattivo: poiché è mezzo e non fine, deve soltanto subordinarsi ai fini ultimi della vita morale.

Infine, questa dottrina salvaguarda, come giustamente vogliono le teorie razionalistiche, l’autonomia dell’agente morale, sottolineando che la legge morale, alla quale costui è tenuto ad obbedire, non è un’ingiunzione arbitraria venuta dal di fuori, ma la legge stessa della sua natura, tal quale Dio l’ha creata, così che, obbedendole, è al voto profondo della natura, nello stesso tempo che a Dio, ch’egli obbedisce. Si può dunque dire che questa dottrina effettua la sintesi di tutte le esigenze della moralità.

In effetti la morale tomista è proprio la risposta a tutte le obiezioni che oggi vengono mosse all’insegnamento morale della Chiesa. Infatti, le persone tendono a respingerlo in quanto si è artificialmente fatto in modo che tale insegnamento fosse considerato come un’imposizione esterna e arbitraria e, perciò stesso, ingiusta e da eludere, privilegiando l’autonomia personale, l’autodeterminazione, la libertà. Queste, secondo taluni, costituirebbero la vera realizzazione dell’uomo. Quanto detto si manifesta, in maniera particolarmente veemente, soprattutto dopo la Rivoluzione del ’68, il cui principale slogan era “vietato vietare”, nell’ambito della sessualità umana. In particolare, in tale epoca si è posto proprio l’accento sulla cosiddetta “liberazione” dalla morale oscurantista della Chiesa, ponendo come fine della sessualità non più la procreazione, ma il piacere in se stesso. Funzionale a tale narrativa è stato il far credere che la Chiesa condannasse tale piacere di per sé, quando abbiamo visto, invece, come S. Tommaso lo ritenga una cosa buona, semplicemente a patto che sia un mezzo e non un fine. Per quanto detto in precedenza, possiamo notare come è proprio nel momento in cui si pone come fine ultimo il piacere derivante dalla sessualità che si agisce contro la propria natura e la sua piena realizzazione. In effetti, si può dire, che chi agisce in tal modo non è davvero libero, ma totalmente schiavo delle proprie passioni, tanto da non riuscire a riprendere un percorso di virtù se non con estrema fatica. Le persone ingannate dagli slogan della Rivoluzione non sono realmente felici perché non riescono a compiere il bene e a soddisfare pienamente le esigenze della propria natura, che, come abbiamo già ricordato, rimane sempre la stessa per tutti gli uomini in tutte le epoche. Nei prossimi podcast, vedremo invece come la legge morale, lungi dall’essere un’imposizione esterna all’uomo, è invece il recinto che gli impedisce di cadere nel baratro ed è il motivo della sua reale felicità.

Da Facebook