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La chiesa di S. Maria degli Angeli: luogo di preghiera e di contemplazione

Tesori d'Italia21 Novembre 2020
Testo dell'audio

Il nome esatto della chiesa è S. Maria degli Angeli, ma i milanesi preferiscono mantenere la vecchia denominazione di “chiesa di Sant’Angelo”. È una delle più belle di Milano, eppure è poco conosciuta, forse perché schiacciata dalla notorietà del Duomo anzitutto, nonché di altre splendide chiese monumentali come Sant’Eustorgio e Sant’Ambrogio. Oppure perché oscurata dalla fama mondiale del Cenacolo vinciano, che si trova nella chiesa di Santa Maria delle Grazie.

Eppure la chiesa di Sant’Angelo merita davvero di essere conosciuta e visitata, perché ricca di tesori d’arte e di storia. La zona è quella che da piazza della Repubblica porta in via Turati e da qui in via Moscova, un’area ad alta densità di traffico. Ma dopo appena un centinaio di metri in via Moscova, all’incrocio con corso di Porta Nuova, si apre una bella piazzetta alberata, piazza Sant’Angelo, dominata dall’omonima chiesa e, sulla destra, dal grande complesso del convento dei Frati Minori e dell’Angelicum, sede di attività religiose, culturali e sociali, nonché del Terz’Ordine Francescano, della Fondazione e dell’associazione onlus “Fratelli di San Francesco d’Assisi”.

La grande facciata della chiesa presenta tre portali. Quello centrale è più grande rispetto ai laterali. La parte superiore, con tre finestroni, è separata da un grande cornicione retto da quattro colonne. In alto la facciata è completata da un frontone triangolare, al vertice del quale spicca la croce di ferro battuto. Sopra il finestrone centrale, in una nicchia, si trova la Statua dell’Immacolata. Altre statue di Gerolamo e Marcantonio Prestinari (sec. XVI – XVII) ornano la facciata: si riconoscono quattro Santi francescani, tra cui san Francesco d’Assisi e sant’Antonio da Padova, mentre il portale maggiore è dominato dall’altorilievo, raffigurante san Michele Arcangelo che sconfigge il diavolo.

È invece opera di uno scultore contemporaneo, Giannino Castiglioni (1884-1971), la bella fontana che si trova sul sagrato, con una statua in bronzo di san Francesco. Sui bordi della vasca sono incisi i versi del Cantico delle Creature. Sul sagrato della chiesa e nelle vie adiacenti ogni anno, nel giorno del Lunedì dell’Angelo, si rinnova una delle più antiche tradizioni milanesi, risalente al XIII secolo, la Fiera dell’Angelo. Anche quest’anno oltre duecento espositori hanno offerto al pubblico principalmente fiori, ma anche specialità gastronomiche, prodotti di artigianato, stampe, libri e giocattoli. In questa Fiera sono sempre presenti i frati, che offrono i prodotti delle abbazie e dei conventi d’Italia: dall’enogastronomia ai prodotti naturali per la cura della persona, fino all’artigianato.


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Insomma, Tradizione, Storia e Arte sono vive e ricchissime, a testimoniare come Milano trovi in verità le sue fondamenta in una spiritualità che non è mai venuta meno, neanche nei tempi più oscuri della Storia. Come si intuiscono essere anche le tinte dell’attuale. La facciata della chiesa di S. Maria degli Angeli si presenta come un bell’esempio di stile barocco. Qui fecero pochi danni quei “restauri” ottocenteschi, che hanno fatto perdere a molti monumenti illustri le loro caratteristiche originarie

All’interno, senza dubbio, la prima cosa che colpisce è la sensazione netta di “trovarsi in una chiesa”, cosa non comune al giorno d’oggi, con i cosiddetti templi “moderni”, raramente ravvisanti un luogo di culto e privi o quasi di ogni nozione del Divino. L’interno della chiesa di S. Maria degli Angeli, a croce latina, è formato da una grande navata unica, lungo la quale si aprono, su ambo i lati, una serie di cappelle gentilizie – otto per lato e tre affacciate sul transetto -, che appartennero a famiglie patrizie ed a corporazioni della città di Milano.

Tali famiglie e tali corporazioni, nel corso dei secoli, ne ordinarono le decorazioni, sicché oggi possiamo ammirare in queste cappelle dipinti e sculture che partono dal XVI secolo fino ad arrivare alla metà del secolo scorso. Ricorrente è la decorazione costituita dal sole raggiante col monogramma IHS, simbolo di Cristo diffuso da san Bernardino da Siena. Il transetto, il presbiterio e la stessa sagrestia sono ricchi di numerosi affreschi, quadri e sculture, opere di maestri del XVI secolo, di cui proponiamo ora alcuni tra gli esempi più significativi.


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Nella Cappella Gallarati, dedicata a santa Caterina d’Alessandria, si trova una copia della tela di Gaudenzio Ferrari (1475 – 1546), raffigurante il Martirio della Santa. L’originale è custodito alla Pinacoteca di Brera, che la ricevette in dono dal governo austriaco, il quale a sua volta l’aveva acquistata dopo la soppressione del convento. Le tele laterali di Antonio Campi (1524 – 1587) raffigurano l’una “La Decapitazione”, l’altra “L’Imperatrice Faustina che visita la Santa in carcere”. Giocate sul forte contrasto luci-ombre, queste tele rappresentano un precedente lombardo alla pittura di Caravaggio. Nella Cappella successiva, la seconda a destra, ecco un’altra grande opera: san Carlo in Gloria, dipinto di Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone (1573 – 1626). La Cappella è dedicata a san Carlo Borromeo.

La Cappella dedicata a san Gerolamo, detta anche Cappella del Sacro Cuore, è ornata con decorazioni a stucco e “Storie di san Gerolamo”, opera di Ottavio Semini (1530 – 1604). L’ottava Cappella sulla destra, dedicata a sant’Antonio da Padova, è una delle più belle. In essa possiamo ammirare gli affreschi di Simone Peterzano (1540 – 1596), che fu maestro del Caravaggio, affreschi raffiguranti episodi della vita del Santo. La cupola dell’altare è decorata con la Gloria di Dio Padre, opera dei Fiammenghini, nome comune sotto cui sono ricordati i fratelli Giovanni Mauro (1575 – 1640) e Giovanni Battista (1560 – 1627) Della Rovere.

Nella Cappella di san Michele Arcangelo, la prima a sinistra, commissionata dalla famiglia Sansoni, che la utilizzò anche come luogo di sepoltura dei propri cari, la decorazione fu interamente realizzata dal pittore manierista Panfilo Nuvolone (1581 – 1651). Domina la scena la pala centrale con “La Vergine fra san Girolamo e san Michele che scaccia il demonio”, mentre le restanti decorazioni sono allegorie delle virtù. Panfilo Nuvolone, col suo stile composto è uno degli ultimi esponenti della corrente manierista, in un’epoca in cui si andava ormai affermando lo spirito barocco.
Le successive Cappelle, dedicate a san Diego e a san Pietro di Alcantara, ospitano opere di altri maestri: il già citato Morazzone e Camillo Procaccini (1561 – 1629).


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Nella quinta Cappella a sinistra, detta Cappella Durini e dedicata a san Giacomo Apostolo, abbiamo uno dei migliori esempi del cosiddetto barocchetto lombardo, in cui sculture, marmi, dipinti e affreschi costruiscono armoniosamente una decorazione estrosa e viva. Concorsero alle opere lo scultore Giuseppe Rusnati (1650 – 1713), il pittore Stefano Maria Legnani, detto il Legnanino (1660 – 1713) e, per gli affreschi della volta, Giovan Battista Sacchi (1679 – 1762) e Giuseppe Antonio Castelli, detto il Castellino (1655 – 1724). L’intera Cappella è rivestita fino alla cupola di marmi policromi, mentre sull’altare spicca la statua in marmo di san Giacomo Apostolo. È questa senza dubbio la Cappella più ricca di decorazioni e quella alla cui realizzazione concorse il maggior numero di artisti.

Anche il transetto e il presbiterio consentono di continuare questo straordinario viaggio tra gli artisti lombardi. Ottavio Semino (1530 – 1604) decorò la Cappella Brasca, sita nel transetto, nella quale troviamo anche alcuni monumenti funebri, opere di Martino Bassi (1542 – 1591) e di Annibale Fontana (1540 – 1587). La Cappella del Crocefisso e la Cappella della Santità Francescana sono invece opera di un contemporaneo, Giannino Castiglioni, che già abbiamo ricordato per la realizzazione della fontana con la statua di san Francesco, sita sul sagrato della chiesa.

Il presbiterio è decorato da una vasta serie di affreschi di Camillo Procaccini. Nel tondo centrale si può ammirare “L’Assunzione di Maria”. Dello stesso artista sono le tele che ornano il fondo del coro: “L’Annunciazione”, “La Fuga in Egitto” e “La Morte della Madonna”. Infine, l’Altare Maggiore, splendido esempio di barocco in marmi policromi, fu scolpito nel 1708 da Giovanni Battista Dominioni. Restando nella chiesa è doveroso ricordare l’organo a canne, opera di grande pregio: è stato realizzato da Giovanni Tamburini (1857 – 1942), uno dei maggiori organari del mondo nel secolo passato e fondatore della ditta che ancor oggi porta il suo nome.

La Sagrestia presenta una decorazione rococò e contiene diverse tele, tra cui una “Natività della Vergine” di Giulio Cesare Procaccini (1574 – 1625).
La suddivisione del tempio in Cappelle gentilizie favorì questa grande ricchezza di firme, perché nel corso dei secoli le famiglie patrizie e le corporazioni si rivolsero sempre ai migliori artisti dell’epoca, sicché possiamo dire che la chiesa di Sant’Angelo non solo costituisce un importante esempio di barocco lombardo, ma è anche l’occasione, per lo studioso e per l’appassionato d’arte di poter vedere dal vivo l’evoluzione della pittura e della scultura in periodi ricchissimi dal punto di vista artistico.

Cosa vi sia all’origine di tanta bellezza, di tanta armonia quali quelle di cui è intrisa la chiesa di S. Maria degli Angeli? Anche il profano in materia di arte resta colpito dall’insieme di opere di tanti maestri, che sembrano fondersi in modo armonioso, creando un ambiente al tempo stesso di preghiera e d’ammirazione. Senza dubbio alla base di questi fenomeni artistici v’era una fede realmente vissuta, una società capace di riconoscere la propria dipendenza da Dio Creatore, quindi tale da voler nelle sue espressioni artistiche rendere quella Gloria nella quale si realizza la bellezza. Non vi è da stupirsi per la freddezza delle cosiddette “chiese” moderne, edifici destinati solo a raccogliere persone, ma sovente non a render gloria a Dio. La moderna società del relativismo, tra le molte cose smarrite, deve annoverare anche questa: capacità di esprimersi attraverso il bello, l’armonioso; in una parola attraverso l’Arte, quella vera.

 

Questo testo di Paolo Deotto è tratto dalla rivista Radici Cristiane. Visita il sito radicicristiane.it

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