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Josquin Desprez, 500 anni dopo

Arte e Cultura05 Agosto 2021
Testo dell'audio

Il Quattrocento inoltrato si era ormai lasciato alle spalle la grave crisi del Trecento coi suoi traumi. Le arti registrarono il cambio di atmosfera e virarono con decisione verso l’Umanesimo e gli albori del Rinascimento. L’Italia conobbe la ben nota, quasi miracolosa fioritura delle arti figurative, dalla Toscana al Veneto alle Marche: argomento ben noto ai nostri studenti. La musica si rinnovò anch’essa, lasciando le affascinanti astrusità ritmiche e le bizzarrie melodiche dell’Ars Nova e trovando prevalentemente sbocchi in un repertorio “facile”, popolareggiante: le laude omofoniche nel repertorio sacro e soprattutto frottole, ballate e madrigali nel repertorio profano, che non necessariamente venne scritto e tramandato, ma spesso fu volentieri improvvisato o memorizzato nelle corti, nelle feste, nelle case dell’alta borghesia.

Anche più a nord, dal ducato di Borgogna verso Piccardia, Fiandre ed Olanda, il Quattrocento offrì un’esplosione di talenti: se la pittura, con i miracoli della tecnica ad olio, fece la sua parte, in quelle terre fu la musica a conoscere uno sviluppo quasi improvviso e stupefacente. I maestri genericamente detti fiamminghi nel corso del XV secolo sembrarono monopolizzare la vita musicale “alta”, nelle corti e nelle cattedrali di mezza Europa. Nacque una sorta di scuola, una comunità di musici, tanto teorici quanto esecutori, che tramandò di generazione in generazione tecniche, convenzioni e stili, esattamente come andavano facendo le nostre botteghe dei grandi artisti visivi e plastici. La trafila normale di un compositore fiammingo consisteva nell’iniziare a cantare da bambino, come soprano voce bianca, nel coro di un’importante abbazia o sede episcopale; continuare dopo la muta della voce come tenore o basso; e poi cercarsi un posto di maestro di cappella o compositore di corte.

Ma, se dobbiamo fare un nome che da solo compendii questa simbiosi tra le due culture, eccoci a parlare di Josquin Desprez. Lasciò questa terra 500 anni fa, il 27 agosto 1521. Un anniversario importante. Facciamo un attimo mente locale: il mondo e, naturalmente, soprattutto l’Italia celebrarono col massimo risalto Leonardo da Vinci nel quinto centenario della morte (1519-2019). Quest’anno ci stiamo ricordando di Josquin? Certo, anche la sospensione di festival, concerti dal vivo e congressi internazionali non avrà aiutato; ma non è questo il punto. Anche in condizioni normali, pre-virali, le commemorazioni non sarebbero state affatto comparabili e tantomeno da noi. Eppure, nella considerazione dei contemporanei, Desprez fu il Leonardo della musica, quasi esattamente suo contemporaneo (Cambrai, 1450 circa – Condé, 1521), il più grande musicista mai esistito, l’ultimo della cristianità occidentale indivisa, ammirato tanto dai papi quanto da Lutero, dalla Francia quanto dalla Spagna: l’uomo che portò al massimo livello artistico tutte le tecniche e gli stili, che i predecessori avevano perfezionato nel secolo precedente.

Il paragone con Leonardo è suffragato da un’importante circostanza biografica: i due furono contemporaneamente illustri ospiti presso la corte milanese degli Sforza all’inizio degli Anni Ottanta. Anzi, c’è di più. Alla Pinacoteca ambrosiana è conservato un celebre ritratto leonardesco, nei secoli passati riferito ad un nobiluomo, ma ai nostri tempi correttamente identificato come Il Musico. Il personaggio ritratto ha infatti in mano un cartiglio con notazione musicale. Ebbene, i tratti nordici del volto – e, secondo alcuni studiosi, anche quel poco che si decifra delle note – paiono identificare il musicista proprio con Josquin. Il quale ad ogni modo, ne siamo certi, circa trentenne, era al servizio dell’importante famiglia milanese.


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Questo testo di Stefano Torelli è tratto dalla rivista Radici Cristiane. Visita il sito radicicristiane.it

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