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In Afghanistan ci sono i cristiani e vengono perseguitati

SVelata14 Settembre 2021
Testo dell'audio

“Come sono fatti i cristiani?”; “Ci ammazzano se lo scoprono”. È il dialogo surreale tra Ali Ehsani e suo padre, quand’era solo un bambino in Afghanistan. Ehsani è scappato in Italia alla fine degli anni Novanta, insieme a suo fratello, aveva 8 anni, e da un giorno all’altro si trovò con la casa distrutta e senza mamma e papà. Quei genitori che gli avevano parlato di Gesù seppur tra mille raccomandazioni di non dirlo a nessuno. In Italia è diventato scrittore e professore.

Nei giorni scorsi aveva lanciato un appello ad Asia News e tramite la Fondazione Meet Human è riuscito a portare in Italia una famiglia di cristiani nascosti in Afghanistan. Da giorni avevano perso le tracce del padre. E Ali Ehsani s’era immedesimato nel medesimo dramma vissuto da bambino, quello che ha raccontato in Stanotte guardiamo le stelle.

Una famiglia turkmena che aveva conosciuto su Whatsapp tramite uno studente afgano che vive a Roma – anche lui cristiano, ma come in un timore impresso nel DNA di chi è nato in Afghanistan, non se l’erano detto subito. L’operazione, che ha del miracoloso, è però riuscita perfettamente e grazie alle informazioni fornite da Ali e all’impegno dei militari italiani. Li ha portati subito a messa e li ha visti piangere tutto il tempo: “non siamo mai andati a messa, non avevamo questa libertà”.

Ehasani s’è fatto voce del dramma di tutti quegli afgani costretti a vivere la fede in Cristo in clandestinità – e già prima del catastrofico ritiro delle truppe -, ma quanto resta raro il suo gesto? Siamo al cospetto dell’unica minoranza al mondo che è come se non esistesse. Per la quale non solo nessuno si batte il petto o s’inginocchia, ma viene rivendicata anche una certa discriminazione. Per loro non esiste iniziativa degna di nota da parte della comunità internazionale. Già nel primo Emirato islamico (1996-2001) si veniva uccisi perché cristiani. C’era una vera e propria caccia, appena ricominciata, porta a porta.


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Ehsani racconta di aver “scoperto” di essere figlio di cristiani  (assassinati dai Talebani nel primo Emirato islamico) quando un compagno di classe gli chiese perché i genitori non andassero mai in moschea. Gli venne un dubbio. I Talebani non si sono istituzionalizzati, come piace ripetere oggi e com’è convinta parte della politica anche nostrana. In questi 20 anni di esperienza occidentale, con il ritiro deciso da Biden, sono stati consumati tutti i sacrifici e gli sforzi. E l’incapacità di gestire la presenza delle truppe straniere ha esasperato l’ostilità afghana. Zabiullah Mujahid, portavoce del nuovo governo di Kabul, ha chiesto all’Italia di riconoscere il nuovo governo, aggiungendo di essere amico intimo di Pechino e di essere interessato a quel progetto di nuova via della Seta che il governo Conte I ha sottoscritto con orgoglio. E molti analisti si aspettano che l’appello accorato sarà accolto in Italia, proprio mentre resiste il silenzio sul destino dei cristiani di Kabul: chiunque, identificato come cristiano, sarà ucciso. Mujahid ha ribadito da subito che qualsiasi diritto sarebbe ritornato nell’ambito della shari’a.

Ed è così che, dopo 100 anni, la Chiesa cattolica ha appena chiuso in Afghanistan. “Mission accomplished”, missione compiuta: sono le parole affidate a Twitter, di padre Giovanni Scalese, prete barnabita, dal novembre 2014 superiore della missione cattolica ‘sui iuris’ dell’Afghanistan nonché cappellano dell’Ambasciata italiana a Kabul, dopo il suo rientro a Fiumicino col ponte aereo delle autorità italiane. Con lui, in Italia, anche cinque suore missionarie della Carità di Madre Teresa, oltre a quattordici ragazzini disabili, alcuni in gravi condizioni, assistiti in Afghanistan dalle suore della Carità. Nel 1919 l’Italia fu il primo paese a riconoscere l’indipendenza dell’Afghanistan. Per mostrare la sua gratitudine, il governo aveva chiesto all’Italia come potesse ringraziare: Roma rispose chiedendo il diritto di costruire un luogo per il culto. Il governo afgano fu spiazzato dalla scelta, perché l’Italia, invece di chiedere vantaggi in campo economico, come i diritti per le esplorazioni delle miniere, aveva optato per un allargamento della libertà religiosa. Fu perciò inserita una clausola nel trattato italo-afgano del 1921, che le dava il diritto a costruire una cappella nell’ambasciata. L’opera pastorale iniziò nel 1933, quando papa Pio XI affidò la cappellania dell’ambasciata italiana ai barnabiti.

Il cristianesimo è arrivato in Afghanistan con gli apostoli san Tommaso e san Bartolomeo nel II Secolo, dunque cinque secoli prima della nascita dell’islam. Eppure dall’avvento di Maometto sono diventati presto una minoranza perseguitata. Il 16 maggio 2002 papa Giovanni Paolo II istituì una missione sui iuris per l’Afghanistan. Nel 2004 arrivarono le suore di Madre Teresa per svolgere la loro opera umanitaria. Oggi, a seguito del fallimentare ritiro delle forze internazionali da Kabul, sia i barnabiti sia le suore hanno lasciato il Paese e, di fatto, la Chiesa cattolica ha “chiuso”. Le suore rientrate in Italia hanno tristemente ammesso: “Siamo distrutte. È tutto finito, non c’è speranza a Kabul”. È proprio così: oggi i più grandi reati sono possedere una Bibbia e non indossare il velo. Nel Paese i culti non musulmani sono proibiti per legge. Convertire dall’islam a un’altra religione o rinunciare ad Allah è considerato apostasia ed è un reato capitale, che può essere punito con la pena di morte.


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Le conversioni sono di fatto vietate, i cristiani quindi non possono svolgere alcun tipo di evangelizzazione. Il cristianesimo da decenni è vissuto privatamente, in casa propria.

La Corte europea dei diritti dell’uomo aveva preso atto della drammatica situazione della comunità cristiana in una sentenza del 5 novembre 2019. Anche perché di fatto la Costituzione, approvata nel gennaio 2004, conteneva già elementi di ambiguità. Infatti, se da un lato si fa riferimento alla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo all’art. 7, dall’altro l’islam è dichiarato religione di Stato e “non possono esserci leggi contrarie ai principi e alle decisioni della sacra religione dell’islam (art. 3)”. Questa contraddizione, nella vita quotidiana, affida ai tribunali che applicano la shari’a, l’interpretazione e il giudizio sui singoli casi riguardanti blasfemia o apostasia: reati peraltro non previsti nel codice penale. Se ieri le conversioni erano di fatto vietate e chi abbandonava l’islam per abbracciare altre religioni era costretto a vivere clandestinamente la propria fede, oggi i cristiani afgani, più che mai, dovranno vivere la loro fede nell’ombra. E non si aspettano un semplice indurimento delle loro condizioni di vita, ma una morte certa, annunciata in anticipo. Chi crede in Cristo rischia il tradimento anche da parte dei membri della propria famiglia.

L’autrice americana Mindy Belz ha riportato le allarmanti parole di un cristiano in Afghanistan: “Una persona che lavora con le reti di chiese domestiche in Afghanistan riferisce che i suoi leader hanno ricevuto lettere di avvertimento dai Talebani nelle quali c’era scritto: ‘sappiamo dove siete e cosa state facendo’ ”. Prima del ritorno dei Talebani, l’Afghanistan era già il secondo Paese dove i cristiani sono i più perseguitati, secondo il Global Persecution Index 2020. Domani, l’Afghanistan sarà sicuramente testa a testa con la Corea del Nord per il primo posto in classifica. La Chiesa è nel mirino, ma non interessa a nessuno. Eppure è bene che si sappia: sì, in Afghanistan ci sono i cristiani.


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