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Il Castello di Melfi

Tesori d'Italia19 Dicembre 2018
Testo dell'audio

La vita di Melfi medievale gravitava tutta intorno al suo castello. Nel borgo vivevano coloni, artigiani e militari al servizio esclusivo di esso.

Nell’odierno nucleo centrale di questo maniero si riconoscono i tratti dell’originaria fortezza normanna eretta, nel 1041, su una preesistente rocca bizantina, da Guglielmo Braccio di Ferro e ricostruita da suo fratello Roberto il Guiscardo, in una posizione che era strategica in quanto al confine tra Campania e Puglia. Esso era inizialmente a pianta quadrata con torri angolari.

Due furono in particolare gli interventi architettonici più rilevanti che diedero nel tempo al castello le forme e l’imponenza attuali. Il primo è da attribuirsi a Federico II di Svevia nel XIII secolo. Infatti, egli fece costruire una grandiosa doppia cortina muraria difesa da numerosi torrioni e fece scavare attorno il grande fossato per rendere la fortezza più inespugnabile, mentre all’interno venivano creati gli ambienti di servizio, come le stanze per la guarnigione, una nuova sala del trono, resa indispensabile dalla sontuosa vita di corte e dal ruolo più importante del regno, le stanze dell’amministrazione e poi stalle, cisterne, prigioni, tutti ambienti che si affacciavano sui sette cortili interni.

Quando in seguito Melfi fu data in feudo a importanti e nobilissime famiglie quali gli Acciaiuoli, i Caracciolo e i Doria, si resero necessari al contrario lavori per trasformare la fortezza in palazzo signorile.

Oggi, pur conservando il suo aspetto prettamente medievale, il castello porta i segni di tutti i successivi interventi strutturali, avvenuti nel corso di almeno cinque secoli, gli ultimi dei quali risalenti al Cinquecento.

Ne risulta la mancanza di una planimetria unitaria e una molteplicità di stili. Nella sua forma attuale, infatti, il castello ha la pianta di un poligono irregolare con dieci torri, tre delle quali pentagonali e le altre quadrate o rettangolari.

Teatro di Concili e grandi eventi politici

Il castello di Melfi fu teatro di eventi “storici” durante l’era normanna e federiciana. Infatti, a Melfi, sede della Contea di Puglia, si tennero cinque concili ecumenici, organizzati da cinque diversi Pontefici tra il 1059 e il 1137.

Niccolò II nell’estate del 1059 soggiornò nella rocca fortificata dove in giugno stipulò il Trattato di Melfi, poi, dal 3 agosto al 25 agosto celebrò il I Concilio di Melfi e infine con il Concordato di Melfi riconobbe i possedimenti conquistati dai normanni, nominando Roberto il Guiscardo Duca di Puglia e Calabria. La città di Melfi, che attraversava un periodo storico importante, fu promossa a Capitale del Ducato di Puglia e Calabria.

Poi Papa Alessandro II dal primo agosto 1067 presiedette il II Concilio di Melfi; ricevette il Principe longobardo di Salerno, Gisulfo II e i fratelli Roberto il Guiscardo e Ruggero d’Altavilla.

Nel corso del III Concilio di Melfi, nel 1089, Papa Urbano II, oltre ad esaminare questioni ecclesiastiche, come il celibato dei preti, esortò ad un “pellegrinaggio armato”, così inizialmente venne chiamata la Prima Crociata in Terra Santa. Esortazione che sarà rinnovata al Concilio di Clermont e diretta specificamente ai nobili, che avrebbero dovuto essere essi stessi pellegrini, ai quali era promessa l’assoluzione di tutti i peccati senza altra penitenza. Ma i primi ad accogliere questo invito formarono un’armata di poveri e gente raccogliticcia, priva di esperienza militare, anche se animata da un iniziale forte ardore religioso. Questa crociata, detta dei Pezzenti, condotta da Pietro l’Eremita, finì rovinosamente com’era da prevedere.

Nel 1101 il Papa Pasquale II convocò il IV Concilio di Melfi e infine Innocenzo II nel 1137 celebrò il V Concilio di Melfi, ultimo della serie.

Vi fu anche nel 1130 un Concilio di Melfi non riconosciuto dalla Chiesa, perché organizzato dall’antipapa Anacleto II, che istituì il Regno di Sicilia.

Le “Costituzioni Melfitane”

Quando poi ai normanni succedettero gli Svevi, Re Federico II, pur privilegiando Palermo e Napoli ove iniziava la fondazione dello Studium, volle promulgare da Melfi, un codice di leggi unico per il Regno di Sicilia, un’opera di enorme importanza nella storia del diritto, con il nome ufficiale di “Constitutiones Regni utriusque Siciliae”, dette anche Constitutiones Augustales o di Mellfi. Estensore Per delle Vigne, il Codex ricevette anche il contributo del sovrano e di tutta la corte.

Le costituzioni miravano limitare i privilegi delle famiglie nobili e dei prelati e in particolare prevedevano la partecipazione delle donne in caso di successione dei feudi.

Il sovrano svevo amava trascorrere a Melfi, Castello San Gervasio e Lagopesole i suoi momenti di riposo, essendo appassionato falconiere.

Da fortezza a museo

L’importanza storica del castello, però, in un certo senso finì con la caduta degli Svevi. Con l’arrivo degli angioini, infatti, la capitale fu trasportata a Napoli e Melfi scivolò sempre più in secondo piano, anche se il castello continuava a vivere, ampiamente ristrutturato.

Nel periodo aragonese fu testimone di riunioni durante la sanguinosa “congiura dei baroni” contro Re Ferrante d’Aragona e suo figlio.

Nel corso poi della guerra tra Francia e Spagna per la conquista del Regno di Napoli, l’esercito francese di Pietro Navarro e del maresciallo Odet de Foix, fu compiuto il cruento assedio di Melfi, passato alla storia come la “Pasqua di sangue”. La popolazione fu massacrata in gran parte e il principe di Melfi, assediato nel castello, si arrese.

La città saccheggiata e incendiata fu abbandonata per mesi dai melfitani che ancora ricordano la fuga nel Vulture con l’annuale processione della Pentecoste. Gli aragonesi vincitori dovettero ricorrere a particolari incentivi per ripopolarla.

Nel 1531 l’Imperatore Carlo V donò il principato di Melfi a Filiberto di Chalons e poi al principe Andrea Doria assieme a 25.000 scudi.

Dopo di allora la popolazione, oppressa dalle tasse, conobbe una crescente povertà, divenendo nell’Ottocento anche terra di brigantaggio.

Nell’ultima parte del secolo scorso, Melfi ha iniziato a risollevarsi grazie alla presenza di alcune industrie.

Il castello normanno svevo, donato nel ’50 dai Doria alla Stato, ospita ora il Museo nazionale del Melfese, sistemato in tre sale del piano terra e conserva reperti archeologici a partire dall’epoca preistorica. Nella torre, vicino all’ingresso, è conservato il “Sarcofago di Rapolla”, meraviglioso capolavoro opera di artisti dell’Asia Minore.

 

Questo testo di Elisa Alberti è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. È possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it

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