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I vaccini e il medico nazista Pernkopf: un caso morale

Analisi e commenti22 Febbraio 2021
Testo dell'audio

In questi giorni, in Italia e nel mondo, è in corso un dibattito morale sulla liceità morale della vaccinazione contro il Covid. Tratterò ampiamente il tema in un webinar, cioè una conferenza on-line, con possibilità di domande, che terrò il 23 febbraio alle 18.00 sul portale Schola Palatina. Qui vorrei limitarmi a trattare la questione attraverso un esempio interessante.

Negli anni Novanta del Novecento, la dottoressa Susan Mackinnon, una pioniera nella chirurgia del sistema nervoso periferico della Washington University di St. Louis, in una difficile operazione non riusciva a trovare un nervo, ma conosceva un atlante di anatomia che avrebbe potuto aiutarla: l’Atlante di Anatomia umana (Topographische Anatomie des Menschen) di Eduard Pernkopf, in sette volumi, considerato il miglior esempio di disegni anatomici al mondo, usato da molti chirurghi del sistema nervoso periferico. Trovò il nervo in pochi minuti proprio grazie alle illustrazioni di questo volume e salvò il suo paziente dall’amputazione di una gamba.

Però l’autore dell’opera, il professore di anatomia austriaco, Eduard Pernkopf (1888-1955) preside della Facoltà di Medicina di Vienna era un ardente seguace di Hitler e i disegni del libro, provengono anche dai corpi di centinaia di persone uccise dai nazisti. Il libro era al centro di un acceso dibattito etico: vi erano alcuni che affermavano che il libro era contaminato dal suo passato e avrebbero voluto che fosse rimosso da tutte le librerie, mentre altri consideravano moralmente lecito il suo uso.

La dottoressa Mackkinnon si rivolse ad esperti come il rabbino Joseph Polak, autore del libro After the Holocaust the Bells Still Ring e la dottoressa, Sabine Hildebrandt, che aveva studiato a lungo il Terzo Reich. Questi studiosi, assieme ad altri, elaborarono il cosiddetto Protocollo di Vienna: una serie di raccomandazioni sull’uso del libro di Pernkopf, che furono approvate nel 2017 da un gruppo di esperti dello Yad Vashem, il museo dell’Olocausto di Gerusalemme. Il protocollo prevede che il libro si possa usare a patto che ci sia consapevolezza e condanna della sua origine.
La questione morale è stata oggetto anche un articolo della moralista Cathleen Kaveny, dal titolo “Appropriation of Evil: Cooperation’s Mirror Image”, apparso nel 2000 sulla rivista Theological Studies, e più recentemente di un intervento del prof. Stefano Kampowski, ripreso da Corrispondenza Romana. Cathleen Kaveny è una studiosa di diritto e di teologia americana. Stephan Kampowskiè professore di Antropologia filosofica presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, quello originale, non quello epurato da mons. Paglia. E’ stato uno dei primi critici delle tesi morali del cardinale Kasper, nel saggio, di cui è autore, con Juan José Pérez-Soba, Il vangelo della famiglia nel dibattito sinodale oltre la proposta del cardinal Kasper.


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I due autori applicano questo caso al dibattito sui vaccini e sostengono che l’utilizzo nella ricerca scientifica di materiale proveniente da aborto diretto più che costituire una cooperazione al male, si configuri come appropriazione del male, in quanto l’azione del soggetto agente (appropriatore) non facilita quella di un altro soggetto, ma prende vantaggio dall’azione di un altro soggetto (agente ausiliare).

Il problema riguarda il rapporto tra un atto buono che si vuole compiere nel presente e un atto malvagio che è stato compiuto nel passato.

Si può parlare di cooperazione al male? Sembra di no, proprio perché manca la concomitanza delle due azioni. Il classico esempio di cooperazione è quello di colui che tiene la scala al ladro. I moralisti dicono che se è d’accordo con il ladro coopera formalmente con lui, perché ne condivide l’intenzione. Se però è costretto a farlo sotto minaccia di morte, la sua cooperazione non è formale, ma materiale, priva dell’adesione della volontà, obbligata sotto minaccia, ed è considerata dai moralisti lecita. Ma questa cooperazione, formale o materiale, prossima o remota, a seconda del tipo di concorso che si presta all’atto immorale, riguarda il presente e non il passato: è concomitante all’atto.


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Ci può essere una cooperazione con il male avvenuto nel passato?

C’è un modo in cui si può cooperare anche con il male del passato, ed è la cooperazione formale. Poiché il passato non può essere cambiato, oggi è metafisicamente impossibile per chiunque dare assistenza materiale ai crimini nazisti degli anni Trenta e Quaranta. La cooperazione formale, invece, rimane una possibilità metafisica, anche se riguarda azioni passate: consiste nell’approvarle. Si può fare un esempio con la legge 194 sull’aborto. L’approvazione giuridica della legge, nel 1978, fu un atto gravemente immorale. I responsabili della legge 194, che è un atto compiuto nel passato, sono quelli che allora lo misero in atto e quelli che oggi direttamente lo approvano, nelle intenzioni, parole e negli atti, cooperando formalmente a quel crimine.

In effetti, nel caso dei vaccini anti-Covid-19, il vaccinatore e il vaccinato non cooperano in alcun modo all’atto abortivo, già compiuto nel passato (1972 e 1985), ma si appropriano degli esiti prodotti da quell’atto iniquo per trarne vantaggio E trarre beneficio dall’azione cattiva di qualcun altro non è necessariamente una cooperazione formale al male, come non fu cooperazione al male l’uso del libro di Pernkopf, da parte della dottoressa Mackinnen, per salvare un suo paziente.


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