Guerra e pace in Medio Oriente

Quante volte l’abbiamo sentito ripetere nelle scorse settimane: il presidente americano Donald Trump è un pazzo, il primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu è un criminale e l’Iran è stato vittima di una ingiusta aggressione!
E ancora: quante volte abbiamo sentito ripetere che l’attacco americano e israeliano all’Iran non è stato solo ingiusto, ma sbagliato da un punto di vista strategico ed è destinato a rivelarsi un boomerang. L’Iran uscirà più forte dal conflitto e l’America di Trump umiliata. E’ questo il ritornello ripetuto dalla maggioranza dei media europei, e condiviso da larga parte dell’opinione pubblica occidentale.
La verità è che Donald Trump ha molte responsabilità, a cominciare dalla sua politica ambigua nei confronti di Putin. Il suo linguaggio inoltre non è degno di un autentico statista che ambisca ad entrare nella storia. Ma Trump è il presidente eletto dagli Americani e quando un paese è in guerra, vanno valutate le conseguenze della sconfitta non del presidente, ma del paese. E la guerra in Medio Oriente, piaccia o non piaccia, è divenuta una prova generale per il ruolo dell’America nel mondo. Un fallimento di Trump sarebbe il fallimento non solo di un uomo politico, ma della nazione americana. Cosa accadrebbe, infatti, se gli Stati Uniti perdessero la loro credibilità in Medio Oriente, se Israele uscisse indebolita dal conflitto, se i Pasdaran e gli Hezbollah rafforzassero il loro potere in Iran e in Libano? Il baricentro dell’equilibrio internazionale si sposterebbe a favore della Cina e della Russia e la prima a pagarne le spese sarebbe l’Europa che, per usare un’espressione di Alessandro Manzoni nei Promessi sposi, può essere considerata come “Il vaso di coccio, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro…”. Questo dato è oggettivo e non può farci desiderare una sconfitta americana, al di là degli errori di Trump nella attuale crisi medio-orientale.
Ma è vero poi che l’Iran sta vincendo la guerra? Un giornalista bene informato, Marco Respinti, basandosi su fonti non favorevoli a Trump, come The New York Times, e The Telegraph di Londra, afferma che la vittoria dell’Iran non esiste, non tanto perché la sua leadership è stata decapitata, ma perché le sue infrastrutture militari e civili sono state piegate e se la tregua dovesse finire sarebbero definitivamente distrutte. L’effetto boomerang poi sembra avere colpito più l’Iran che l’America, visto che gli accordi di Abramo, che questo paese ha cercato di sabotare con la strage del 7 ottobre 2023, sono tornati alla ribalta riavvicinando con più forza i paesi arabi e Israele (“Libero”, 10 aprile). Certo l’Iran ha dimostrato una capacità di resistenza che Trump non aveva previsto, ma è proprio la sua reazione furiosa a confermare la portata della minaccia militare che esso rappresenta, non solo verso Israele, ma nei confronti dell’equilibrio internazionale. Siamo certi che se l’Iran avesse avuto la bomba nucleare non l’avrebbe usata? E non è giusto pretendere, come condizione di pace, la sua rinuncia all’uranio arricchito?
Il nodo centrale, per Trump, non risiede tanto nell’andamento militare del conflitto, quanto nella rappresentazione mediatica che ne viene fatta. Le democrazie, a differenza dei regimi autocratici e totalitari, si fondano sul consenso dei cittadini. Questo le rende più vulnerabili a forme di pressione indiretta, come la disinformazione, la propaganda e le operazioni di guerra psicologica. In altre parole, il campo di battaglia non è solo fisico, ma cognitivo: riguarda ciò che le persone pensano, temono, accettano o rifiutano. Lo spazio del consenso diventa il vero obiettivo strategico, perché, in ultima analisi, nelle democrazie non basta vincere la guerra sul campo: bisogna anche vincerla nell’opinione pubblica.
Infine, non bisogna mai dimenticare che la pace non può essere separata dalla giustizia. Uno spunto di riflessione lo ha offerto Antonio Socci, ricordando il discorso che il cardinale Joseph Ratzinger, futuro Benedetto XVI, tenne il 4 giugno 2004, in occasione del sessantesimo anniversario dello sbarco alleato in Normandia: “Quando, il 5 giugno 1944, iniziò lo sbarco delle truppe alleate nella Francia occupata dalla Wehrmacht, l’evento rappresentò per il mondo intero, compresa una gran parte dei tedeschi, un segnale di speranza: la speranza che in Europa presto sarebbero arrivate la pace e la libertà.
Che cos’era accaduto? Un criminale con i suoi accoliti era riuscito a impadronirsi del potere in Germania. Sotto il dominio del Partito, il diritto e l’ingiustizia si erano intricati tra loro in maniera pressoché indissolubile, tanto da travasarsi spesso l’uno nell’altra e viceversa. (…) Così fu di fatto necessario che il mondo intero intervenisse a spezzare il cerchio dell’azione criminale, perché fossero ristabiliti la libertà e il diritto. Oggi noi siamo grati al fatto che questo sia avvenuto, e a esser grati non sono soltanto i Paesi occupati dalle truppe tedesche. Noi stessi, i tedeschi, siamo grati perché, con l’aiuto di quell’impegno, abbiamo recuperato la libertà e il diritto. Se mai si è verificato nella storia un bellum iustum è qui che lo troviamo, nell’impegno degli Alleati, perché il loro intervento aveva come scopo il bene anche di coloro contro il cui Paese la guerra era condotta.
Questa constatazione mi pare importante perché mostra, sulla base di un evento storico, l’insostenibilità di un pacifismo assoluto. E ciò non ci esenta in alcun modo dal porci con molto rigore la domanda se oggi sia ancora possibile, e a quali condizioni, qualcosa di simile a una guerra giusta, vale a dire un intervento militare, posto al servizio della pace e guidato dai suoi criteri morali, contro i regimi ingiusti. Soprattutto, si spera che quel che abbiamo fin qui detto aiuti a comprendere meglio che la pace e il diritto, la pace e la giustizia sono inseparabilmente connessi. Quando il diritto è distrutto, quando l’ingiustizia prende il potere, la pace è sempre minacciata ed è già, almeno in parte, compromessa”.
E’ vero che “il mondo ha tanto bisogno della pace”, come ha ribadito Leone XIV all’Angelus del10 aprile. Il Papa ha anche giustamente criticato Trump, quando il presidente americano ha minacciato l’Iran dicendo di voler distruggere la sua civiltà. Ma il cardinale americano Raymond Burke, che conosce bene Papa Leone, in un’intervista al vaticanista Nico Spuntoni su “Il Giornale” dell’11 aprile ha precisato: “La narrazione di uno scontro in atto è esagerata. Il Papa ha invitato tutti a lavorare per la pace, come è giusto che sia. La sua bussola è l’insegnamento della Chiesa che si trova nel Catechismo e che è stato sviluppato classicamente da Sant’Agostino. Mi unirò al Santo Padre per questo momento di preghiera fondamentale in un tempo di crisi come quello attuale. Sono ben felice di rispondere all’appello per chiedere che la pace sia restaurata al più presto possibile. Dobbiamo seguire quanto rivelato a Fatima nel 1917 e recitare il rosario alla Madonna, che è regina della pace“. Come non condividere queste parole del cardinale Burke? (Roberto de Mattei)