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Convegno sull’Amazzonia, ecco i rimedi al Sinodo

Zoom: una notizia alla settimana16 Ottobre 2019
Testo dell'audio

Non sono mancate le sorprese al convegno internazionale dal titolo «Amazzonia: la posta in gioco», promosso sabato scorso dall’Istituto Plinio Corrêa De Oliveira a Roma. Innanzi tutto, la presenza del card. Walter Brandmüller, che ha seguito i lavori pomeridiani e guidato i momenti di preghiera, nonché impartito la benedizione finale.

Poi il fuori-programma rappresentato da un videomessaggio di mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana, nel Kazakistan, ma ordinato sacerdote proprio in Brasile, dove ha anche studiato teologia presso l’Instituto Sapientiae. Mons. Schneider è stato molto chiaro: «I redattori dell’Instrumentum Laboris ricorrono al trucco di drammatizzare la mancanza di celebrazioni eucaristiche nell’Amazzonia per avviare l’ordinazione di sacerdoti sposati indigeni. In realtà, per salvarsi non è assolutamente necessaria la ricezione sacramentale della Santa Eucarestia, bensì la fede retta, la preghiera ed una vita conforme ai Comandamenti di Dio», come dimostra l’esperienza dei Padri del deserto oppure quella dei fedeli giapponesi, che si mantennero cattolici per più di 200 anni senza sacerdoti, o dell’Unione Sovietica sotto il regime comunista. Costoro si sono tutti affidati alla Comunione spirituale, che ha donato loro forza e consolazione: «Quanti difendono un clero sposato con lo stratagemma dei “viri probati” considerano i popoli amazzonici inferiori, perché suppongono ch’essi non abbiano la capacità di dare alla Chiesa sacerdoti celibi, generati dal proprio ambiente». Ciò nasconde una forma di «razzismo nascosto. Non bisogna abusare di questi popoli nell’interesse delle proprie ideologie decadenti e di eresie teologiche, fabbricate in Europa». Ed ancora: «Il Papa ha il preciso dovere, conferitogli da Dio, di preservare nella sua purezza e integrità la verità della fede cattolica, la costituzione divina della Chiesa, l’ordine sacramentale istituito da Cristo e l’eredità apostolica del celibato sacerdotale. Il Papa non può sostenere minimamente, con il silenzio o con una condotta ambigua, il contenuto ovviamente gnostico, naturalistico e parzialmente panteistico di parti dell’Instrumentum Laboris». Qualora viceversa lo approvasse, «violerebbe gravemente il suo dovere di successore di Pietro e causerebbe un’eclissi spirituale», benché passeggera, poiché Cristo poi provvederebbe a spazzarla via, «inviando di nuovo nella sua Chiesa Santa Papi coraggiosi e fedeli, affinché le porte dell’inferno non siano in grado di sconfiggere la roccia di Pietro».

Al termine del convegno è stata presentata l’ultima sorpresa, un video, che ha permesso di conoscere il vero volto dell’Amazzonia, quella di chi la vive e di chi vi vive davvero: la regione è stata attraversata in soli 20 giorni da 45 giovani dell’Istituto Plinio Corrêa De Oliveira, che in così breve tempo sono riusciti a raccogliere oltre 22 mila firme per una petizione, presentata venerdì scorso in Vaticano alla Segretaria del Sinodo, così da far sentire la voce autentica dei popoli dell’Amazzonia e non quella mediata da Ong e media, popoli, che, in stragrande maggioranza, chiedono di evitare «ogni tentazione di sincretismo religioso» e di «non fungere da cassa di risonanza per teorie ben lungi dall’avere l’approvazione della comunità scientifica», sebbene «ampiamente propagate dai potenti di questo mondo»: esse «non rappresentano il sentimento comune dell’uomo della strada di quella regione», come spiega il presidente dell’Istituto Plinio Corrêa De Oliveira in un apposito comunicato-stampa.

Quanto al convegno, moderato da Julio Loredo, ad aprire i lavori, cui in mattinata ha preso parte anche il card. Raymond Leo Burke, è stato il principe imperiale Bertrand d’Orléans e Braganza, autore del libro «Psicosi ambientalista», che ha ripercorso dal punto di vista storico il significato della presenza cattolica in Brasile, soprattutto con i missionari: «Fino alla metà del secolo XX, il 97% dei brasiliani si diceva cattolico. Con la crisi del cosiddetto progressismo, della teologia della liberazione post-conciliare o Patto delle Catacombe, la cui anima fu il vescovo Helder Câmara, si è scesi al 50%: un Nunzio Apostolico in Brasile mi ha detto, non molto tempo fa, che stiamo perdendo l’1% di fedeli all’anno. L’intera epopea evangelizzatrice e civilizzatrice, dopo le riforme del Concilio Vaticano II, è regredita velocemente nella regione a fronte di una sconcertante espansione delle sette “pentecostali”». Quanto al Sinodo, «secondo l’Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica, ci sarebbero 896,9 milioni di indios, di cui appena il 20% vive in Amazzonia, vale a dire 179.330 indios. Si giustifica un intero Sinodo a fronte di un numero così esiguo? Anche per loro, la soluzione non sarebbe forse quella di tornare a fare ciò che la Chiesa ha sempre fatto, con risultati magnifici in passato?».

La parola è poi andata all’avv. Jonas Marcolino Macuxí, dirigente dell’etnia macuxí in Amazzonia, che ha puntato l’indice contro chi li voglia escludere dal processo di sviluppo e condannare al ritardo sociale, come la Funai, Fondazione nazionale degli Indio, i teologi della liberazione, i movimenti ambientalisti, alcune Ong, «che hanno raccolto milioni in nome degli indios, semplicemente a beneficio dei propri interessi o a vantaggio dei loro finanziatori». Oggi, però, «migliaia di indigeni si sono già integrati, non vivono più nell’età della pietra scheggiata, né praticano l’antropofagia», specie grazie alla libertà ed all’autonomia raggiunta col nuovo governo del presidente Bolsonaro.

Il prof. Luiz Carlos Molion, meteorologo dell’Università federale di Alagoas, ha negato che esistano «cambiamenti climatici o riscaldamento globale causati dall’uomo. Ciò che esiste è una naturale variabilità del clima». Ed ha negato anche che un’eventuale «deforestazione generalizzata dell’Amazzonia», quand’anche fosse attuata, possa incidere realmente «sul clima globale, perché è di piccole proporzioni rispetto all’area oceanica». Ma, per attuarla, la deforestazione globale, al tasso medio attuale, non potrebbe avvenire prima dei prossimi 780 anni. Non solo: papa Francesco sbaglia, quando cita i bacini dell’Amazzonia e del Congo come «polmoni del mondo», in quanto, in realtà, ha spiegato il prof. Molion, «l’ossigeno proviene principalmente dagli oceani».

Nel pomeriggio, il prof. Stefano Fontana, direttore dell’Osservatorio card. Van Thuân per la Dottrina Sociale della Chiesa, ha sottolineato come la prospettiva teologica del Sinodo sull’Amazzonia sia non solo «l’esito di un lungo percorso teologico sbagliato», ma anche «tutta europea, elaborata sulle cattedre universitarie renane e dell’Europa centrale» su presupposti quali «la teologia della liberazione, la teologia del popolo e la nuova eco-spiritualità di Leonardo Boff», che a loro volta si fondano sulla teologia politica di Metz, sulla svolta antropologica di Rahner e sulla nouvelle théologie: «Né Metz, né Rahner, né il loro maestro Heidegger insegnavano in America Latina, ma a Friburgo in Brisgovia e ad Innsbruck in Austria». In poche parole, si tratta di «una colonizzazione teologica delle avanguardie europee», trasformatesi in «forze che hanno occupato stabilmente spazi e potere nella Chiesa».

Il Prof. Roberto de Mattei, storico e presidente della Fondazione Lepanto, ha spiegato come «al paradigma culturale dell’Amazzonia, noi contrapponiamo il paradigma culturale della Civiltà Cristiana» e «ad una Chiesa dal volto amazzonico, il volto di una Chiesa una, santa, cattolica, apostolica e romana. Come a Lepanto e a Vienna, noi combattiamo in difesa della nostra fede», benché i nemici oggi non siano più esterni, bensì «soprattutto interni», per cui «noi, semplici laici, abbiamo il diritto e anzi il dovere di custodire la dottrina, che ci è stata insegnata, e di difendere la civiltà, che abbiamo ricevuto dai nostri Padri».

Ha concluso la sessione pomeridiana del convegno José Antonio Ureta, autore de Il cambio di paradigma di papa Francesco, che, dopo aver evidenziato l’apostasia intrinseca alla «Chiesa dal volto amazzonico» proposta dal Sinodo, ha presentato il compito, che spetta oggi ai fedeli cattolici: «Come molti missionari versarono il loro sangue per portare la luce del Vangelo agli indigeni, anche noi dobbiamo essere disposti a fare altrettanto, se ciò fosse necessario per preservare nella sua purezza verginale il volto divino di nostra madre, la Chiesa Cattolica, apostolica e romana. Se, per un misterioso disegno della Provvidenza, vi fosse un’eclissi dell’insegnamento ufficiale della Chiesa o un’accettazione chiara o ambigua delle eresie della teologia India, le nostre voci continueranno a proclamare le verità della fede». È la grazia, che l’illustre relatore ha invocato sui presenti. È la grazia, che chiediamo tutti.

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