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Urbi et Orbi

Cultura Cattolica05 Giugno 2018
Testo dell'audio

Secondo la nota e inadeguata classificazione, S. Pio X fu un Papa “religioso” e non “politico”. Nella sua prima allocuzione ai cardinali, egli chiarì però che il Papa non poteva ignorare la politica: «Essendo Egli il capo e primo Magistrato di una società perfetta, quale è la Chiesa, […] deve volere che con i Capi delle nazioni e con i superiori civili ci sia una mutua relazione, se si vuole, dovunque sono cattolici, che sia provveduto alla loro sicurezza e libertà».

La diplomazia della S. Sede, guidata dal Segretario di Stato Cardinale Raffaele Merry del Val, «ministro buono e fedele», come lo definì il futuro Pio XII, fu ispirata al servizio della Verità, non della politica o del compromesso. Merry pensava che «chi serve e rappresenta […] il Vicario del Re Divino, deve saper sostenere ogni confronto di saggezza e di abilità, con chi serve e rappresenta i Principi della Terra […] fermezza tetragona ove l’onore della Chiesa, la maestà sacra del Papa, lo richiedessero».Un memorandum ispirato da san Pio X osservava: «I Rappresentanti Pontificii devono essere ecclesiastici di condotta non solamente morale, ma esemplarmente ecclesiastica. […] il Rappresentante Pontificio è prima ecclesiastico e poi diplomatico».

 

Conversando con Angeli e Santi…

Di origini modeste, digiuno di lingue straniere, privo di titoli accademici, Giuseppe Sarto sembrava inadatto alla diplomazia. La realtà si rivelò diversa. Alla sua prima udienza al corpo diplomatico, i convenuti furono incantati dal  Papa ed espressero la loro sorpresa a Merry, la cui risposta fu che conversare abitualmente con gli Angeli e i Santi non diminuisce la politesse, ma solo la timidezza di fronte ai grandi del mondo.

Pio X non proseguì la fallimentare politica ostile alla Triplice Alleanza (Austria-Ungheria, Germania e Italia) e di ralliement con la Francia condotta da Leone XIII. Tuttavia manifestò più volte il suo amore per la Francia e il desiderio d’avere con essa buoni rapporti. Il governo francese era però guidato da Emile Combes, un ex seminarista per il quale l’anticlericalismo era una vera e propria religione e che riteneva giunto il momento di arrivare alla completa rottura delle relazioni diplomatiche con la Chiesa e la S. Sede, ciò che attuò unilateralmente nel luglio 1904.

Costretto Combes a dimettersi per lo scandalo dell’affaire des fiches, sistema in base al quale si schedavano gli ufficiali cattolici per ostacolarne la carriera, il suo successore Maurice Rouvier ne continuò la politica, facendo approvare nel dicembre 1905 una legge di radicale separazione tra Chiesa e Stato, legge che aboliva il concordato del 1801. Scopo della norma, che tra l’altro affidava la responsabilità del mantenimento delle chiese e dei loro ministri ad “associazioni” sottratte all’autorità del Vescovo, era quello di scardinare l’ordinamento gerarchico e la saldezza dottrinale della Chiesa: «Un breve periodo di separazione porterà la rovina del dogma e della Chiesa» disse un massone.

San Pio X condannò ogni compromesso con la legge. «A chi gli faceva osservare che i Vescovi, il clero di Francia avrebbero perduto tutti i loro beni: [il Papa replicò] – Si guarda troppo ai beni e non al bene della Chiesa!». E a chi gli diceva come avrebbe potuto l’Arcivescovo di Parigi esercitare il suo ministero senza casa, senza rendite, senza edifici religiosi, Pio X rispose che era pronto, se occorreva, «a mandare a quella sede un francescano, obbligato dalla sua Regola a vivere di elemosina, nella assoluta povertà».

La sua fermezza costrinse il governo a rivedere progressivamente gli aspetti più oltraggiosi della legge. Aristide Briand, che di essa era stato relatore, dichiarò poi: «Il Papa Pio X è stato in quella occasione veramente meraviglioso […] il solo che ha visto chiaro». Vittorio Emanuele Orlando, presidente del consiglio italiano nella Grande Guerra, scrisse: «Nulla vi è di più grande dell’attitudine da Lui presa nella lotta col Governo di Francia […] Decisione magnifica per spirito apostolico; ma nel tempo stesso, la più utile e proficua all’interesse politico del Papato».

 

«Austriaco di nascita»

Ricevendo Carlo e Zita, i futuri Sovrani asburgici, san Pio X, nato in provincia di Treviso nel 1835, si dichiarò «austriaco di nascita». Non erano meri complimenti di rito, ma rispecchiavano il fatto che l’Impero asburgico rimanesse l’unica vera grande Potenza cattolica, il punto di riferimento più sicuro per la S. Sede, garanzia della tutela dei diritti della Chiesa negli Stati dell’Impero e la forma di governo più rispettosa del principio d’autorità e della Gerarchia ecclesiastica.

Le relazioni tra Austria-Ungheria e S. Sede furono buone sino alla fine dell’Impero, appoggiate in particolare sulla speciale relazione della Casa d’Austria con il Papato. Alla vigilia dello scoppio della Grande Guerra furono riferite queste considerazioni del Papa: «Il solo Monarca presso il quale io potrei rimettere i miei buoni uffici è l’Imperatore e Re Francesco Giuseppe, in quanto si è mostrato per tutta la vita fedele e leale verso la S. Sede. Ma non posso proprio intervenire presso di lui, perché la guerra, che l’Austria-Ungheria conduce, è senz’altro giusta». Al di là dell’autenticità di questa valutazione, certamente san Pio X vide nell’Impero asburgico, secondo una sua definizione, un «baluardo insigne del Cristianesimo» e «il più forte baluardo della Fede, che alla Chiesa sia rimasto nel nostro tempo».

Le relazioni con la Gran Bretagna, che dallo scisma anglicano non aveva più regolari rapporti diplomatici con la S. Sede, si limitarono a qualche missione speciale, come quella nel giugno 1911, per l’incoronazione di Re Giorgio V, di Monsignor Gennaro Granito Pignatelli di Belmonte, che fu oggetto di particolari riguardi da parte della Corte e invitato a occupare un posto d’onore. L’anno prima Edoardo VII aveva fatto espungere dalla formula del giuramento d’incoronazione ogni riferimento ostile verso la Chiesa cattolica.

Alla fine del Pontificato di san Pio X, la S. Sede intratteneva rapporti diplomatici ufficiali e bilaterali, in Europa, con Austria-Ungheria, Spagna, Baviera e Belgio; in America latina, con Brasile, Argentina e Cile. L’Aja ospitava un’Internunziatura Apostolica. La Prussia, la Russia e la Serbia mantenevano loro Inviati presso la S. Sede, ma non accoglievano rappresentanti pontifici. A livello poi di Delegati Apostolici e Inviati Straordinari, la Santa Sede aveva rapporti, non necessariamente bilaterali, con nove Stati sud-americani. Se i rapporti diplomatici formali non erano molto numerosi, il saldo Magistero del Papa estendeva comunque la sua benefica influenza in tutto il mondo.

 

Questo testo di Massimo de Leonardis è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. E’ possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it

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