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“Se vi interessa la vita eterna, andate a Ravenna”

Tesori d'Italia06 Febbraio 2019
Testo dell'audio

André Frossard (1915-1995) è stata una delle personalità più affascinanti che hanno solcato il secolo XX. Figlio del fondatore e primo segretario del Partito Comunista Francese, egli stesso professò il credo marxista e un ateismo molto militante finché, nel 1969, visitando una Chiesa, si convertì al cattolicesimo guardando il tremolare della lampadina che indicava la presenza reale di Gesù Cristo nell’Eucaristia.

Il resoconto di questo fatto – Dio esiste, io l’ho trovato – è una commovente pagina di fede e letteratura. Le sue straordinarie doti di scrittore lo resero uno degli intellettuali e saggisti più in vista Oltralpe, al punto di farlo divenire, nel 1987, uno degli “immortali” dell’Académie Française.

Una visione profetica

Frossard era un innamorato dei mosaici di Ravenna, ai quali aveva dedicato meditazioni e pagine di particolare bellezza e profondità nel libro Il Vangelo secondo Ravenna (Itaca, Castelbolognese 2004).

André Frossard e Giovanni Paolo II

Quando Giovanni Paolo II visitò la città adriatica, fu proprio lui ha fargli da cicerone in mezzo alle meravigliose basiliche della città romagnola. Così riassumeva il suo pensiero su questo posto unico al mondo: «Ravenna (…) è una visione profetica di ciò che sarà il mondo quando Cristo avrà finito di salvarlo, un mondo riconciliato, trasfigurato dalla luce, che è il colore della carità divina», suggerendo ai suoi lettori: «se il vostro destino eterno vi interessa, andate a Ravenna. Esso sta scritto sui suoi muri».

Ravenna è uno scrigno nascosto. L’estrema semplicità e austerità dei muri esteriori in umili mattoni, tipici dell’architettura del V e VI secolo a cui risalgono le sue chiese più importanti, fanno un contrasto armonico con i suoi mosaici interni, «che brillano da millecinquecento anni come un fuoco di gioia cristiana fra il crepuscolo dell’Impero e la notte dei tempi selvaggi».

E in questo paradosso l’autore francese legge «l’invincibilità del cristianesimo», che ha potuto cristallizzare in mezzo al fragore delle lotte fra il liquefacente Impero e le orde barbariche, dando vita a una singolare sintesi «delle tecniche antiche con l’ingenuità gotica».

Infatti, in mezzo ai pantani delle foci del Po, Ravenna fu l’ultimo rifugio di quella potenza che per secoli piegò il mondo al suo volere ma che ora, per sopravvivere, doveva sposare le sue raffinate principesse ai rudi capitani goti, anticipando così quella civiltà europea arrivata fino ai nostri giorni.

La forza del cristianesimo sta nella sua debolezza

André Frossard si chiede: «Come ha potuto sbocciare questo fiore senza perdere un petalo sotto il martellare delle armi, senza essere trascinato via dal torrente fangoso delle invasioni?». E, dandosi una risposta, trae una lezione quanto mai opportuna per i giorni in cui viviamo:

«Questa fede che sembra destinata a morire, vive; disarmata, vince. Ha attinto la sua forza nelle ancor recenti persecuzioni che dovevano annientarla (…) il mormorio della sua preghiera ha spezzato le leggi del destino».

Ravenna è per Frossard una città assai comune nell’apparenza, senza grande pregio architettonico visibile, in mezzo a un paesaggio non particolarmente bello, anzi, piuttosto monotono nella sua piattezza e melanconia, ma adatto a preparare il visitatore lentamente, attraverso «il vuoto e il silenzio», al raccoglimento e alla contemplazione.

Pascoli di freschezza imperitura

Sì, la contemplazione. L’accademico francese afferma che se «l’arte è a Firenze, il sogno è a Venezia, la gloria a Roma; nel suo incavo di terracotta, l’acqua pura della contemplazione è a Ravenna». Ma di una contemplazione particolare. Tutta propria del luogo dove è nata e si è sviluppata. Diversa da quella delle immagini o icone bizantine, che più che attirare, tengono la distanza, con una «maestà che non trema, fa piuttosto tremare coloro che l’avvicinano», invitando a una preghiera districata dall’impurità umana.

«Luoghi ammirevoli. Ma Ravenna – ci dice Frossard – che non lo è meno, è l’esatto opposto. I suoi mosaici si aprono al visitatore, lo trascinano nei loro pascoli di freschezza imperitura, lo chiamano a partecipare nella felicità tranquilla degli amici di Dio, bandito ogni timore, ogni lacrima asciugata (…) Ravenna è il paradiso degli azzurri e dei verdi indicibili, per cui non esiste alcun paragone possibile, soprattutto con i mosaici propriamente bizantini, che hanno uno spirito tutto diverso» in cui, predominando l’oro nella sua inalterabilità, simbolizzano diversamente la vita eterna.

Ravenna con i suoi smaglianti colori, è anch’essa anticipazione dei “nuovi cieli e nuova terra” di cui parla l’Apocalisse. Tuttavia terra e cieli autentici. Davanti alla verzura del prato sull’abside di Sant’Apollinare in Classe, egli afferma: «L’arte di Ravenna raggiunge qui una tale genialità che questo prato, che io non so come qualificare se non come melodioso, sembra tremare sotto un’impalpabile rugiada. Non si può concepire un universo più tenero, più armonioso e meglio composto». Sono i colori di questo mondo sublimati nell’Eternità.

“Ed il suo Regno non avrà fine”

Le rappresentazioni del diavolo, delle tentazioni, del peccato, così frequenti nell’arte medievale successiva, a Ravenna non trovano posto perché «la storia qui è finita» e il male è stato superato.

La chiave di lettura dei mosaici di Ravenna è una visione cristocentrica, che dalla croce si espande su ogni singolo dettaglio. E la Croce si trova dappertutto: dalla geometria delle Chiese ai piccoli motivi apparentemente accessori.

Eppure non vediamo mai Cristo inchiodato su di essa, perché a Ravenna «tutto è compiuto e noi viviamo l’era della Risurrezione, quel momento del Credo quando il cristiano canta “E il suo regno non avrà fine”».

Dopo Cristo e la Croce, ecco le teorie dei santi e delle sante di San Apollinare Nuovo che vestiti di «candore e di sole (…) con la testa china come i gigli alla brezza, vanno con passo identico per il loro prato di smeraldo e di fiori (…) con la levità della schiuma sull’onda; si sente che ormai nulla impedirà il loro dilagare nella gloria».

L’arte è contemplazione

Commentando San Vitale, quella chiesa dalla architettura «di una ingegnosità senza pari», André Frossard ci fornisce un validissimo registro interpretativo dell’arte di ogni tempo.

«L’arte è un frammento di contemplazione caduto nella materia. Quando essa, in un secolo privo di fuoco spirituale, si appesantisce al punto di oscurare e soffocare la contemplazione, l’artista non ha altra risorsa che distruggerla, ed ecco l’arte contemporanea, che fa volare in tutte le direzioni i brandelli folgoranti e calcinati della sua prigione, i quali, nella loro caduta, sfigurano l’essere umano e disseminano per il mondo i pezzi scompaginati, contorti e ormai freddi della gigantesca esplosione. Se invece la contemplazione ha ragione della materia, allora la materia trasfigurata diventa luce, ed è la fiammata di San Vitale di Ravenna».

E con queste significative parole di Frossard, ci congediamo da «questo diluvio di pietre preziose cadute dal settimo cielo», ricordando sempre con lui che, ahinoi, «ci sono secoli in cui non piove».

 

Questo testo di Giacomo Monti è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. È possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it