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San Filippo Neri e la Via delle Sette Chiese a Roma

Tesori d'Italia03 Aprile 2019
Testo dell'audio

Nel Medio Evo erano numerosi i luoghi santi, mete di pellegrinaggi. I più famosi ancora oggi sono visitati da numerosi credenti: Gerusalemme in Terra Santa, culla del Cristianesimo; Compostela in Spagna ove riposano secondo la tradizione le spoglie dell’Apostolo San Giacomo; Monte Sant’Angelo al Gargano, ove apparve l’Arcangelo Michele; Roma, centro della Cristianità, dai mille luoghi sacri, tra questi le tombe degli Apostoli Pietro e Paolo.

All’epoca si viaggiava a piedi o con mezzi di fortuna, e per giorni e giorni in preghiera e in penitenza, alla ricerca della pace del Signore, tra mille pericoli. Oggi sono itinerari facili da percorrere, in auto o in aereo o in treno, attraverso regioni e paesi che ricreano il corpo e lo spirito. In Italia si ripercorre ancora la Via Francigena per rivivere situazioni ed emozioni di un tempo. Non si è spenta questa voglia di testimoniare la fede alla maniera antica scegliendo gli antichi santuari o gli antichi eremi, un po’ discosti dalla città, oggi siti meravigliosi, ameni, a volte turistici, ieri luoghi di malaria e mal sicuri.

Alla fede si unisce il weekend, e non è da condannare, perché sono le persone anziane a visitare i luoghi santi. Agli antichi, di cui l’Europa è ricchissima, si sono nel tempo aggiunti dei nuovi, Lourdes, Lisieux, Fatima, Pietralcina. Questi sono, possiamo dire, santuari a carattere internazionale, ma innumerevoli sono quelli locali, ogni città ha il suo santuario, a volte entro le mura cittadine, a volte appena “fuori porta”.

L’itinerario delle Sette Chiese a Roma

Dobbiamo però rammaricarci che molti pellegrinaggi un tempo famosi sono stati dimenticati. Rimangono ricordi attraverso lapidi o vie a loro memoria. A Roma c’è Via delle Sette Chiese, un tempo fuori città, che congiunge la Basilica di San Paolo fuori le Mura con la Basilica di San Sebastiano. Chi sa perché questa strada si chiama così? Molti non se lo chiedono neanche. Eppure era un antico itinerario, come è scritto nelle guide, «celeberrimo per l’antichità, per il culto, per le venerande reliquie dei martiri, per le sacre indulgenze», rimesso in auge nel 1567 da san Pio V e da san Filippo Neri, uno dei patroni insieme a san Pietro della Città Eterna.

Veniva compiuto a Carnevale e in autunno. Le chiese erano: le quattro Basiliche Maggiori, S. Sebastiano, S. Croce in Gerusalemme, S. Lorenzo fuori le mura. Con il tempo da sette si ridussero a quattro, alle basiliche patriarcali, per poi essere definitivamente cancellato dalla memoria popolare. Qualche vecchio romano ne ha sentito parlare.

Non è da poco ripercorrere l’intero cammino, ci vogliono buone gambe, come vuole una vera processione di penitenti. San Filippo aveva scelto il periodo del Carnevale per preservare soprattutto i giovani dal peccato e dalle ricadute. Inoltre, l’itinerario prevedeva soste in mezzo alla natura. Siamo nella Roma del Cinquecento, città con ampi spazi verdi o coltivati all’interno delle mura cittadine, città contornata da vigne, orti, campagna incolta disseminata di ruderi, di memorie.

Certamente non una vera scampagnata, come si potrebbe considerare con occhi moderni e increduli. I luoghi toccati dai penitenti erano e sono ricchi di ricordi storici, fonte di meditazione. Infatti, visitando antiche chiese e sepolcri di santi e martiri ci si sente più vicino ai tempi dei primi cristiani e diventa più facile pregare, la stessa fede si ravviva. Ma come sarebbe oggi possibile attraversare Roma, tra auto e bus, cantando inni sacri e salmodiando “Vanità di vanità – Ogni cosa è vanità. / Tutto il mondo è ciò che ha – Ogni cosa è vanità”?

La spiritualità di san Filippo Neri

Chi oggi percorre Via delle Sette Chiese, dopo appena un chilometro dalla Basilica di San Paolo, trova una chiesetta o, per dirla da romani, “chiesoletta”, con fissata al muro, lungo la strada, una lapide in marmo con la scritta Via Paradisi, Via del Paradiso. In san Filippo si fondevano religione, cultura e natura in una serena armonia.

Andando avanti si giunge alle catacombe di San Sebastiano, Cymiterium catacumbas, ultima tappa del pellegrinaggio. Da secoli, dal V o VI secolo che le catacombe non erano più frequentate, i santuari sotterranei che esse custodiscono caddero così nell’oblio, gli itinera ad santos, ossia la devozione popolare era nei secoli venuta meno fino alla “rinascita “ nel Cinquecento ad opera di san Filippo Neri.

Lungo la via delle Sette Chiese o nei suoi pressi si trovano numerose e famose catacombe. Come sopra accennato, con le Catacombe di san Sebastiano, all’epoca un tutt’uno con quelle di san Callisto, si concludeva la visita alle sette chiese.

Il culto dei santi e dei martiri era lo scopo principale che si era proposto san Filippo Neri, riportare la Roma rinascimentale a credere e a pregare di più. Non dimentichiamoci che la rivoluzione protestante era alle porte di Roma e che il “sacco di Roma” ad opera dei lanzichenecchi era avvenuto nel 1527.

Il cardinale Newman così tratteggia l’apostolato di san Filippo:

«A casa propria, nel cuore della cristianità, risiedeva il suo compito. E ciò non voleva dire predica di fede, bensì rinnovamento interiore, e il suo mezzo per la conversione non era costituito dal battesimo, ma dalla “penitenza”; il confessionale era la sede del suo apostolato, ascoltare le confessioni il suo carisma particolare. Come Francesco Saverio battezzò migliaia di persone, così Filippo fu all’opera del rinnovamento per 45 anni, ogni giorno e quasi ogni ora, insegnando, incoraggiando e indicando ai peccatori la via stretta della salvezza».

Forse ora riusciamo meglio a comprende la visita alle sette chiese, cammino di penitenti alla ricerca del perdono divino. Non si creda però che i pellegrini si battessero lungo tutto il tragitto il petto tra lacrime, salmi e inni sacri. Faceva parte del pellegrinaggio anche la merenda, il cammino era lungo e faticoso, si prolungava un intero giorno.

San Filippo Neri, il santo della letizia, portava tra i pellegrini anche gioia, con il suo fare gioioso e arguto da toscano quale era, un “mistico nei panni di buffone” fu definito. Un essere così umano che di Lui si è detto:

«Non si avvicinava con una faccia triste, non si comportava come se volesse fare il missionario (…) era sereno, socievole, disinvolto, tuttavia, gettava la sua rete, parlava di questo e di quello: ma prima o poi si deve iniziare a fare del bene…».

Anche Goethe ne rimase affascinato…

Oggi non si onorano più come una volta i santi patroni della città ove si è nati o si vive, la festa del santo si è trasformata in festa gastronomica e folcloristica. Sopra abbiamo riportato il ritratto del Santo da parte di un uomo di chiesa, per concludere, desideriamo citare quanto Goethe scrisse nel suo Viaggio in Italia, impressionato dalla grande umanità del Santo.

Nel soggiorno romano del poeta tedesco (giugno 1787-aprile 1788), a Roma erano ancora vivi nella memoria l’opera e la vita di san Filippo Neri. Goethe si sentiva attratto dalla figura di questo folle santo che ne scrisse una brevissima biografia, San Filippo Neri, il santo della letizia, dalla quale traiamo questo passaggio:

«…Filippo era uomo di singolarissimo valore, che pur mirava sempre a frenare quell’istinto dominatore che è innato negli uomini suoi pari, e a nascondere le qualità brillanti della sua natura a furia di rinunzie, di privazioni, di beneficenza, di umiltà e di mortificazioni. Il pensiero di apparire agli occhi del mondo come un maniaco, per così meglio dissolversi ed essere in Dio e nelle cose divine, fu la sua continua aspirazione, e a questa intese sempre educare esclusivamente se stesso e quindi i suoi discepoli. Era veramente compenetrato della massima si S. Bernardo: “Spernere mundum, spernere neminem, spernere se ispsum, spernere se sperni”, massima che sembrava anzi aver ricevuto da lui vita novella».

Il Nostro ha parlato del nostro Santo, in un altro passo del suo Viaggio in Italia, a Napoli il 26 maggio 1787, nel quale confessa di aver scelto «il suo Santo, di averlo festeggiato con computazione gioconda, secondo il suo esempio e la sua dottrina». E più avanti: «Filippo Neri aveva distillato l’essenza della sua dottrina nella massima di S. Bernardo, (…) ma per acconciarsi al terzo punto, dovrebbe essere in odore di santità».

E noi umilmente ricordiamo ai romani dei nostri giorni il santo patrono di Roma, san Filippo Neri e le Catacombe a Lui tanto care come luogo di preghiera e di meditazione.

 

Questo testo di Eugenio Ragno è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. È possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it

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