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Rasiglia, uno scrigno tra i monti umbri

Tesori d'Italia30 Novembre 2019
Testo dell'audio

C’è un borgo, nascosto tra i boschi umbri, che è come uno scrigno, dove il filo della Storia s’intreccia con una natura incontaminata e con un passato laborioso. Mulini, filande, sorgenti, arte e fede sono gli elementi che, integrandosi, delineano il profilo di un paese: ecco Rasiglia.

Situata nella Valle del Menotre, a soli 18 chilometri da Foligno, Rasiglia è una ferita di roccia e sorgente, che si spacca tra faggete grigioverdi e cespugli di ginestre odorose. Un’oasi tra le montagne in cui un giorno, oltre mille anni fa, l’uomo decise che la pietra sarebbe diventata casa, l’acqua mestiere. L’origine del piccolo borgo, infatti, è rappresentata dalla sorgente Capovena, che nasce fendendo la terra proprio a monte dell’abitato e si dirama in canali che scivolano sul dorso delle case, lavorandone i fianchi ad ogni stagione.

Qui l’acqua è l’economia del paese

La bellezza connaturata di questo luogo si è trasformata nel corso dei secoli in una ricchezza. Almeno fin dalla Signoria dei Trinci (XIV sec.), del cui passaggio rimane traccia nel rudere dell’antico castello, Rasiglia comincia infatti a contraddistinguersi per una fiorente attività mercantile, legata allo sfruttamento delle acque per la lavorazione di lane e pellami: nascono concerie, gualchiere da panno, filande, tintorie che, con i dovuti ammodernamenti, saranno attive fino al secondo dopoguerra. Nel suo periodo più fiorente, Rasiglia conta ben tre lanifici con annesse tintorie, tre mulini, un ufficio postale, una filiale della Cassa di Risparmio di Foligno, a riprova del cospicuo transito di uomini e merci attivo sul territorio.

Ancora oggi è possibile vedere e toccare con mano tutti gli antichi strumenti e macchinari che componevano l’intera filiera tessile: dalle cardatrici agli arcolai, dai telai lignei al più moderno telaio Jacquard, fino alla centralina idroelettrica dei primi del ‘900, situata proprio ai piedi della sorgente, necessaria ad alimentare i lanifici. Restano ancora intatti due mulini quattrocenteschi, l’antichissima gualchiera da panno, la straordinaria opera di ingegneria rappresentata da chiuse e canali che attraversano l’intero borgo.

Crollo e rinascita

Come la maggior parte delle frazioni montane del territorio umbro, tuttavia, anche Rasiglia subisce un improvviso spopolamento a seguito del sisma del 1997. Il paese resta quasi totalmente abbandonato a sé stesso per ben dieci anni, fino al 2007, quando dalla nostalgia e dall’amore di pochi, si riparte per guardare al futuro: nasce così Rasiglia e le sue sorgenti, un’associazione di promozione sociale volta al recupero e alla valorizzazione dei beni paesaggistici e storico-antropologici del borgo.

Attraverso il volontariato di abitanti ed appassionati, attraverso il dialogo con gli anziani e la riscoperta delle antiche tradizioni, prendono vita le manifestazioni “Penelope a Rasiglia” e “Natale a Rasiglia: paese presepe”, il cui ricavato viene impiegato per piccoli e grandi interventi di salvaguardia, riqualificazione e non solo: dalla bonifica dell’area della sorgente al recupero del lavatoio, dal restauro di muretti e fontane alle battaglie per una pavimentazione coerente con il paesaggio, l’associazione ha poco a poco risanato le ferite di questo incredibile scrigno dell’Umbria, curandone ogni angolo come si fa con la propria casa.

Tagliare l’erba, ripulire il fiume, scegliere fiori per le aiuole ed innaffiarli con cura, costruire sedute lungo le vie, accudire colombe e caprette: sono questi i piccoli gesti necessari ogni giorno, affinché Rasiglia possa preservarsi meravigliosa com’è.

L’associazione accoglie inoltre scuole di ogni ordine e grado, che arrivano a Rasiglia per visitarla, ma soprattutto per immergersi in laboratori didattici relativi all’antica arte della tintura e tessitura tradizionali: bambini e ragazzi toccano con mano il vello della pecora appena tosato, che poi si trasforma in filo e matassa, preparano con fiori e radici bagni di colore in cui immergere il tessuto e tingerlo di infinite varietà di colori.

Un museo a cielo aperto

Oggi il visitatore che giunge in questo luogo rimasto celato a molti, non troverà solo scorci da fotografare, acqua di sorgente da bere, il rumore di cascate da ascoltare chiudendo gli occhi. Oggi Rasiglia è molto di più: è un museo a cielo aperto, lungo le cui strade compaiono installazioni che raffigurano donne e filande, che rievocano pensieri e poesie; un museo fatto di macine quattrocentesche e grandi setacci, di roccia spugnosa e muraglioni di pietra, di telai immensi, ingranaggi, arcolai; un museo fatto di stanze, di oggetti, ma soprattutto, di persone.

Rasiglia non è un luogo qualsiasi. È imparare ad ascoltare la terra e gli occhi e le voci. È la prova tangibile che realizzare un’utopia, fatta di collaborazione e lavoro per il bene comune, è possibile. Rasiglia è un luogo da vivere. Rasiglia è casa.

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Questo testo di Maria Palma Cesarini è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. È possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it

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