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Palazzo Leopardi e la Biblioteca di Monaldo

Tesori d'Italia31 Luglio 2019
Testo dell'audio

A Recanati è perfettamente conservato il palazzo della famiglia Leopardi. Al suo interno si possono visitare le sale della ricchissima biblioteca fondata dal conte Monaldo e le stanze in cui il genio poetico di Giacomo si formò.

Ciascuno di noi ricorda fin dai tempi degli studi scolastici i nomi e le figure del conte Monaldo e di sua moglie, la marchesa Adelaide Antici, genitori di Giacomo Leopardi. Qualcuno ricorda, all’interno delle lettere inviate da Giacomo agli amici, le varie descrizioni della cittadina di Recanati e della vita che in essa si conduceva.

Sicuramente la maggior parte di noi ha in mente i componimenti poetici leopardiani in cui si colgono le suggestioni del luogo. È così che, giunti a Recanati, improvvisamente le sterili nozioni scolastiche assumono forma e colore di fronte alla tangibilità del palazzo in cui Monaldo insieme ad Adelaide e ai loro cinque figli vissero giorno per giorno.

Il palazzo

Il palazzo Leopardi è costituito dall’unione di diversi edifici secondo il progetto, comprensivo anche del rifacimento della facciata, elaborato alla metà del XVIII secolo dal canonico Carlo Orazio Leopardi (zio di Monaldo). A costui si deve anche il disegno dello scalone marmoreo all’interno, sviluppato in due ampie rampe a chiocciola aperta che conducono fino al piano nobile dell’abitazione.

Nell’intercolunnio dello scalone Carlo Orazio inserì un architrave in pietra che si trovava sull’ingresso della precedente facciata del palazzo con la seguente scritta: «Pace a questa casa. Sia sana la gioventù, tranquilla la vecchiaia. Questa casa fu infatti fonte di giustizia e di pace».

Queste parole sembrano sintetizzare ciò che Monaldo concepiva riguardo al funzionamento e al significato del nucleo familiare.

La biblioteca

Ma la vera impronta personale del conte Monaldo la si ritrova al primo piano del palazzo nelle sale della vasta biblioteca che negli anni egli costituì con perseverante amore e dedizione. Fin dall’età di tredici anni Monaldo acquistò libri.

Inizialmente alla rinfusa, quasi seguendo un furore che lo portava ad accumulare il sapere; più avanti seguendo criteri sempre più selettivi e miranti alla completezza della raccolta.

Ma l’acquisizione e la spedizione di opere letterarie era ardua all’interno della provincia marchigiana. Durante l’invasione dello Stato Pontificio da parte delle armate francesi, la diffusione di testi, e di conseguenza il mercato librario, furono favoriti in modo determinante a causa della chiusura di numerosi conventi e questo permise a Monaldo di concludere vantaggiosi acquisti per la propria biblioteca.

Nelle ininterrotte scaffalature in legno sono contenuti attualmente 20.000 volumi, di cui 15.000 rappresentano il nucleo originario formato dagli acquisti diretti del conte. Il resto è frutto del successivo interesse della figlia Paolina, l’amata sorella di Giacomo, del figlio minore Pierfrancesco e di altri discendenti della famiglia.

Il gruppo dei testi appartenuti a Giacomo arriva a 300 elementi. È noto che Monaldo giunse a mettere in difficili condizioni finanziarie la propria famiglia pur di aggiungere pezzi alla propria raccolta di libri. Meno noto è forse che una scritta incisa al di sopra di uno degli ingressi alle sale di lettura invita gli amici e i concittadini, oltre ai parenti, ad accedere e godere dei tesori contenuti nella “libreria” (come era chiamata all’epoca): «Filiis amicis civibus Monaldus de Leopardis bibliothecam a. MDCCCXI».

È perciò evidente una predisposizione del tutto disinteressata e decisamente moderna alla circolazione del sapere all’interno della comunità cittadina.

Come è anche molto moderno lo spirito con cui egli rese disponibili alla curiosità e alla formazione culturale dei figli anche i libri cosiddetti “proibiti”, messi cioè all’indice dalla Chiesa. Di particolare interesse è la prima edizione della famosa Biblia Sacra Polyglotta (sei volumi, Londra 1657), con cui il giovane Giacomo studiò e apprese da solo il greco e l’ebraico.

Purtroppo lo stesso Giacomo testimonia ai posteri quanto gli sforzi paterni nella diffusione della cultura a un ambito più vasto della cerchia familiare non abbia avuto successo: «… le dirò senza superbia che la libreria nostra non ha eguale nella provincia … Sulla porta ci sta scritto ch’ella è fatta per li cittadini e sarebbe aperta a tutti. Ora quanti pensa Ella che la frequentino? Nessuno mai» (lettera a Pietro Giordani del 1817).

Le sale destinate alla biblioteca sono quattro più una sala interamente dedicata ai manoscritti. Da qui si accede allo studio personale di Monaldo, impreziosito ancora dagli arredi d’epoca come tutte le altre sale. Da questa stanza il conte controllava il lavoro dei propri figli.

Anche se Monaldo ammette in una lettera di non amare le “femine letterate”, Paolina ebbe la possibilità di studiare come i fratelli, e probabilmente è lei a redigere, sotto dettatura del padre, parte della “Voce della Ragione”, il quindicinale che il conte pubblicò finché fu sospeso dalla Curia per la franchezza dei suoi contenuti.

È peraltro evidente e profondo l’amore e l’orgoglio paterni per le capacità dei figli e in particolare di Giacomo, il primogenito, di cui descrive entusiasticamente al cognato Carlo Antici l’ingegno e la cultura smisurata, aggiungendo tuttavia la propria preoccupazione per gli eccessivi sforzi compiuti dal giovane: «Devo continuamente sgridarlo perché non tolga al sonno, al cibo, al sollievo ogni momento che può, per darlo allo studio» (lettera a Carlo Antici del 1815).

Fu in queste sale che Giacomo si dedicò a quello studio forsennato che egli stesso racconta nei suoi scritti. Il suo sguardo vagava per queste sale, ed è giusto cercare nell’arredamento, negli oggetti che lo circondavano, oltre che nei testi che leggeva, l’ispirazione dell’enorme eredità letteraria che ci ha lasciato.

Perciò ci imbattiamo nei dipinti di Rosa da Tivoli e vi scorgiamo i “figurati armenti”, le pareti dei saloni sono le “dipinte mura” (Le Ricordanze, 1829), e affacciandosi alla finestra di una delle sale della biblioteca, la stanza prediletta dal poeta, si scorge di fronte la casa del cocchiere, un tempo abitata da Teresa Fattorini, colei che divenne l’immortale Silvia.

Io gli studi leggiadri/ talor lasciando e le sudate carte, / ove il tempo mio primo/ e di me si spendea la miglior parte/ d’in su i veroni del paterno ostello / porgea gli orecchi al suon della tua voce (A Silvia, 1828).

Conversazione con Anna Leopardi

In questo viaggio tra passato e presente, tra suggestioni e continui rimandi poetici siamo stati gentilmente accolti e accompagnati dalla contessa Anna, vedova di Pierfrancesco Leopardi, e dalla signora Carmela. Grazie alla loro disponibilità ci è stato possibile accedere, oltre che alla biblioteca e alle sale del piano nobile, anche al secondo piano, particolarmente interessante per i dipinti di famiglia che vi sono conservati.

Parlando a lungo con la contessa abbiamo potuto approfondire le nostre conoscenze sulla famiglia, sulla storia della biblioteca e soprattutto sul personaggio di Monaldo. Chiediamo perciò alla nostra ospite qualche informazione a proposito della genealogia familiare e apprendiamo che il primo documento ufficiale della casata è una pergamena del 1207, oggi conservata nell’archivio di casa Leopardi.

Attraverso venti generazioni si giunge al marito della contessa Anna, il conte Pierfrancesco Leopardi (m. 1979) diretto discendente di Pierfrancesco, fratello minore di Giacomo, l’unico tra i figli di Monaldo ad aver proseguito la stirpe dei Leopardi.

Un nipote del poeta, Giacomo (m. 1903), donò i più importanti manoscritti leopardiani allo Stato italiano, e suo figlio Ettore (m. 1945), il suocero della contessa Anna, ha ceduto alla Biblioteca di Napoli altri manoscritti, molti dei quali erano stati gelosamente trattenuti dalla famiglia di Antonio Ranieri, l’amico degli ultimi anni di Giacomo.

Altri autografi sono attualmente in possesso degli eredi Antici (famiglia della madre di Giacomo). Nonostante la generosa diffusione dei manoscritti, la contessa ci informa che la biblioteca di Monaldo è ancora ricca di tesori: vi è custodita una Bibbia della fine del XV secolo, le raccolte della rivista “La voce della Ragione” manoscritte (probabilmente da Paolina sotto dettatura del padre), numerose edizioni delle opere leopardiane pubblicate tra il 1816 e i primi anni del XX secolo, molta parte dell’epistolario del poeta e i suoi manoscritti giovanili.

Infine sono particolarmente interessanti le osservazioni della contessa Anna a proposito della figura di Monaldo, da sempre considerata dispotica e oppressiva nei confronti del geniale figlio. Egli era, come è noto, politicamente conservatore e reazionario, ma molto tenero e attento al bene della sua famiglia e della sua comunità. Monaldo, lo abbiamo già accennato, aveva particolarmente a cuore la diffusione della cultura nell’ambito cittadino oltre che familiare. Quando fu gonfaloniere (dal 1816 al 1819 e dal 1823 al 1826) si occupò attivamente della modernizzazione dei servizi cittadini e si incaricò personalmente di acquistare il vaccino contro il vaiolo, che fece obbligatoriamente somministrare a tutta la popolazione. Si interessò, inoltre, di agricoltura e tentò di bonificare a sue spese l’Agro pontino, anche se poi l’impresa, come ci racconta la contessa, fu un completo fallimento.

Ne scaturisce l’immagine di un uomo attivo e impegnato a livello culturale e ancor più sociale. Un uomo schietto e spesso poco compreso, allora come oggi: un fervente cattolico, un politico che si ritirò amareggiato da ogni carica; un erudito i cui scritti non sono abbastanza conosciuti; un padre probabilmente apprensivo che è stato considerato un educatore integralista, mentre ha permesso che Giacomo avesse i mezzi per nutrire la propria mente. Tutti i mezzi, anche ciò che egli stesso non condivideva.

Questa complessa personalità emerge vivida dal più grande monumento storico che oggi ci rimane di Monaldo: la biblioteca del palazzo, con i libri, i manoscritti, gli scaffali ordinati per argomento e tutta l’atmosfera di una parte importante della storia letteraria italiana che ancora vi si respira.

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Questo testo di Michela Gianfranceschi è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. È possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it

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