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Il Salento viaggio dell’anima

Tesori d'Italia09 Giugno 2018
Testo dell'audio

Anche nel Salento la fede si manifesta, sia attraverso la devozione del passato che ha lasciato tracce importanti, sia attraverso la tradizione popolare.

Da sempre mèta ambita per le popolazioni a cavallo tra Europa e Mediterraneo, tra Occidente ed Oriente, il Salento ha visto succedersi, non senza stratificazioni, genti autoctone ed invasori, di origine greca prima e romana poi, per poi conoscere numerose dominazioni – bizantina, longobarda, normanna e sveva –, che hanno coinvolto tutta la regione in complesse vicende storiche, politiche ed economiche. Tutti questi transiti, spesso non privi di risvolti cruenti, han lasciato un patrimonio artistico ricchissimo e variegato, che declina, di volta in volta con propri linguaggi, forme e contenuti, il senso del sacro e della bellezza.

Tra castelli, fortificazioni, masserie, palazzi d’epoca, borghi, torri d’avvistamento e specchie – cumuli di pietrame delle più svariate origini, alcuni con funzione tombale, altri difensiva –, antichi dolmen e menhir, oliveti e frantoi ipogei – scavati nella pietra –, grotte, siti archeologici, aree marine, pozzi e pozzelle, si snodano itinerari della fede, che uniscono i luoghi di culto e di forte religiosità di quel passato estremamente stratificato e culturalmente contaminato che ha vissuto l’antica Terra d’Otranto. Duemila anni di Cristianesimo sono rappresentati in queste terre attraverso le evoluzioni del linguaggio artistico e architettonico.

 

Le chiese rupestri

Il Salento è stato a lungo terra bizantina. Le suggestioni culturali e religiose dell’Oriente cristiano si conservano in cripte o chiese rupestri – scavate nella roccia – di epoca medievale, che punteggiano il territorio e sono spesso elegantemente affrescate. Luoghi di culto e di pellegrinaggio ma anche d’incontro e di festa per le comunità locali. Per noi, popolo della contemporaneità, rappresentano la pura e autentica fede delle origini. Sono tantissime.

La più antica sembra essere la cripta di Carpignano Salentino, intitolata a santa Cristina, che custodisce un ciclo di pitture parietali, tra cui uno con un’iconografia inconsueta: un Cristo in trono al centro di un’Annunciazione, risalente al 959. Uno dei tanti volti del complesso simbolismo sacro del Medioevo. Il dipinto è conosciuto col nome di gruppo di Teofilatto, dal nome del pittore che l’ha realizzato.

Anche Otranto ha i suoi gioielli di fede antica: nelle sue vicinanze si trovano le cripte di San Nicola, Sant’Angelo e San Giovanni, e nel cuore della città vecchia, la piccola basilica di San Pietro, antica cattedrale, nella quale ammiriamo ancora oggi parte della sua decorazione pittorica databile al X-XI secolo. A Vaste c’è la cripta intitolata ai Santi Stefani, il cui curioso nome è dovuto alla molteplice raffigurazione di Santo Stefano; a Lizzano, la chiesa rupestre della Ss. Annunziata; e così via. Gli occhi del Cristo Pantocratore – “Creatore di tutto” –, attirano lo sguardo e invitano alla preghiera i fedeli nella penombra di atmosfere raccolte.

 

Il Barocco leccese, un «unicum»

Dal Medioevo, un balzo nell’era moderna, a cavallo tra fine Cinquecento e inizio Settecento. Nella capitale del Salento il Barocco leccese si connota di caratteristiche uniche, che lo distinguono dalle altre declinazioni di questo stile, che abbraccia l’Italia e l’Europa intera.

1571, con la famosa battaglia di Lepanto la Santa Alleanza sconfigge la flotta turca. Per Lecce – ma non solo – si apre un periodo storico, in cui la paura delle scorribande piratesche e delle invasioni dal mare viene scongiurata. E, come spesso accade, la stabilità e la prosperità vengono celebrate con una grande fioritura edilizia ed artistica. Qui, la ritrovata pace viene interpretata come segno della benevolenza divina, la stessa benevolenza che fece risplendere d’abbondanza la natura e la fertile terra, riflesso della Creazione.

A render unico il Barocco del posto è, in assoluto, la materia prima: la pietra leccese. Detta anche pietra gentile per la sua docilità di lavorazione, è una pietra tufacea chiara, che col tempo indurisce e assume tonalità calde, ambrate. Il Barocco leccese non recepì la rivoluzione concettuale degli spazi della Roma barocca, la continua generazione di volumi dinamici: si “limita” ad intervenire sulle superfici, a movimentare le facciate con vere e proprie scenografie, che mascherano e dissimulano la rigidità della struttura sottostante, sia essa costruita ex novo o di origine antica.

È stata riconosciuta, inoltre, nel Barocco leccese l’influenza del cosiddetto plateresco spagnolo (da “plata”, che significa argento), uno stile che attinge dal repertorio decorativo specifico della lavorazione dell’argenteria. Ed ecco allora trionfare, per tutto il centro storico, queste superfici di pietra che sembrano perdere la loro consistenza, la loro massa.

Ovunque: nelle innumerevoli chiese e cappelle, nelle sfarzose dimore gentilizie come nelle più piccole abitazioni, nelle corti, sulle finestre, sui balconi, sulle porte. Per prendere respiro, per divenire ricamo, per trasformarsi in morbido movimento e prendere talvolta forma umana in statue dai gesti enfatici e teatrali in un infinito germogliare della vita che si origina nel soffio benevolo di Dio.

 

Questo testo di Anna Adami  è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. E’ possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it