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“Il giardino di Gesù”, ovvero l’abazia di Maguzzano

Tesori d'Italia24 Agosto 2019
Testo dell'audio

«Il giardino di Gesù», così nel 1945, san Giovanni Calabria definì l’abbazia di Maguzzano, dove ha tutt’oggi sede la sua Opera. Ma la struttura è molto più antica: risale all’VIII secolo d.C., è stata a lungo dei Benedettini, poi dei Trappisti, infine dei Piccoli Servi della Divina Provvidenza, che vi fondarono una scuola. Ecco le vicende di storia e di fede, che qui si sono svolte nei secoli.

Di Maguzzano si trova traccia certa nelle antiche carte sin dal 1298, ma sicuramente sul posto risiedeva una comunità originaria di molto antecedente. Già nella preistoria il ritrovamento di materiali dell’industria litica e ceramiche risalenti all’età del Bronzo antico segnalano la presenza di insediamenti umani organizzati, in zona. Dal V secolo Brescia – assieme a Cremona, Bergamo, Mantova e Verona – fu area d’influenza dei Celti Cenomani. Seguendo il crinale del monte Rova per poi scendere a Barcuzzi, pare che da Lonato passasse la carrareccia, costruita in altura per collegare in modo sicuro Brescia con Verona.

I cippi miliari, di epoca romana, ritrovati a Maguzzano ma originariamente prelevati nel retroterra di Rivoltella, oggi sono custoditi presso il Museo di Santa Giulia, a Brescia. Sono entrambi del IV secolo, come attestano le dediche a Cesare Gaio Quintino Traiano Decio il primo e ai due Augusti Flavio Valentino e Flavio Valente il secondo: il loro compito fu quello di segnare l’antica via romana detta ad Flexum, segnalata anche nel Catasto austriaco del 1828 come «via comunale detta dei Sassi che viene dalla Bettola». Il primo cippo, verso la fine del XV secolo, venne peraltro riutilizzato dai Benedettini per costruire la loro chiesa.

Così tutto ebbe inizio…


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In una lapide, murata sotto un portico del cortile d’ingresso, viene sintetizzata la storia dell’abbazia: presente già attorno all’VIII secolo d.C., come testimoniato dal vescovo Raterio e da alcuni frammenti di muratura ritrovati in zona, la struttura venne distrutta dagli Ungari attorno al 922 d. C., poi fu ricostruita, munita questa volta di una solida recinzione e di una torretta di avvistamento.

La vita amministrativa e civile della zona ha sempre ruotato attorno al perno di quella microscopica comunità, rappresentata dall’abbazia. Nel 1190 papa Clemente III concesse ai monaci indipendenza da Verona ed autogestione del territorio. Tra il XIV ed il XV secolo le guerre tra Milano, Verona e Mantova, oltre a problemi di ordine economico ed alle discordie tra Comuni confinanti, indussero i monaci a dare in locazione l’abbazia ed i tanti terreni di sua proprietà, essendo le strutture inagibili e non più abitabili già nel Trecento e sino ai primi anni del Quattrocento.

La comunità benedettina si rifugiò per quasi un secolo (trent’anni dei quali in unione con l’abbazia padovana di Santa Giustina) dentro le mura della fortezza di Lonato, dove costruì un monastero ed utilizzò come propria chiesa di riferimento quella dei Santi Giacomo e Filippo, costruita agli inizi del XV secolo, per devozione, da Giovanni Lana de’ Duci, morto senza eredi il 15 agosto 1424.


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L’abate commendatario

Dopo la Bolla del 23 aprile 1423 di papa Martino V e su incarico del suo esecutore, il Vescovo di Brescia, mons. Francesco Marerio, don Francesco Grana da Bergamo venne investito nel 1424 della reggenza dell’abbazia di Maguzzano, diroccata, come primo abate “commendatario”: ciò significa che l’amministrazione del complesso gli fu affidata in via temporanea, per la precisione sino al 1438.

Don Grana acquisì la chiesa dei Santi Giacomo e Filippo di Lonato, che venne unita al monastero da papa Eugenio IV con Bolla del 22 novembre 1434. I monaci acquistarono una casa attigua a tale edificio sacro e qui si trasferirono definitivamente: potrebbe trattarsi, secondo recenti studi, dell’area corrispondente al cortile interno dell’Istituto “Paola di Rosa”, sul lato opposto e parallelo al muro della chiesa, dove una sequenza di locali con volta a crociera a sesto rialzato, di sapore quattrocentesco, risulterebbe coeva all’edificio sacro. Ciò fu registrato, nero su bianco, anche presso la Camera Apostolica di Roma col nome di Monasterium S. Mariae de Lonato alius de Maguzano.


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La rinascita

Sino al 1463 si succedettero altri due commendatari: il primo fu l’abate Mauro Teoboli; il secondo, nominato da papa Callisto III nel 1455, fu l’abate Giovanni Martinengo, che qui rimase otto anni. Poi, nel 1463 dovette rinunciare, poiché il monastero era «tutto rovinato in tal maniera che potevano abitare a gran fatica quattro persone». Il papa Pio II allora, con una Bolla apostolica inviata al Vescovo di Verona, mons. Ermolao Barbaro, affidò il monastero di Lonato all’abate di Sant’Eufemia di Brescia, Teodoro da Tortona, incaricatone fino al 1473, in quanto procuratore della Congregazione di Santa Giustina di Padova.

Si succedettero vari rettori, priori, abati, amministratori e governatori, finché, il 5 maggio 1488, il Capitolo Generale di detta Congregazione decise di annettere l’abbazia alle cure dei monaci di San Benedetto in Polirone. Con delibera del 5 maggio 1491, i nuovi proprietari decisero di ricostruire tutto il complesso, così da renderlo un luogo di riposo per religiosi malati o anziani: il 9 ottobre di quell’anno presero il via i lavori, la nuova chiesa venne consacrata il 23 ottobre 1496 da mons. Bernardino Fabio, Vescovo di Faro, poi proseguì gli interventi con la realizzazione del suo elegante chiostro, corrispondente a quello attuale.

Più volte, anche formalmente tramite interventi del Consiglio Comunale, Lonato lamentò una certa “disattenzione” da parte dei monaci di Maguzzano verso la cura, anche pastorale, della chiesa dei Santi Giacomo e Filippo, spesso abbandonata, addirittura chiusa, priva di Sante Messe domenicali, divini uffici e Dottrina cristiana, come invece era prescritto che vi si svolgesse. Rimostranze, che, tuttavia, rimasero inascoltate.

Lo scempio napoleonico

Nel 1797 la zona fu occupata dai Francesi, facenti parte dell’Armata d’Italia. Con l’istituzione della Repubblica Bresciana e di quella Cisalpina, Maguzzano non fu più Comune autonomo, venne associato a Piadenghe. Il monastero con tutte le sue proprietà fu espropriato, compresa la chiesa dei Santi Giacomo e Filippo di Lonato, ed il patrimonio venduto tutto a mano privata, per la precisione al «cittadino» Paolo Tenchetta con atto del 4 settembre 1797. L’abbazia rimase a lungo inutilizzata, tranne nel periodo estivo come luogo di soggiorno. Gli archivi vennero in parte bruciati, in parte dispersi. La chiesa di Lonato fu, invece, ceduta al Comune ed alla relativa parrocchia, divenendo prima caserma, poi stalla per cavalli, magazzino, teatro, infine, nel 1852, per volontà del curato Cerebotani, oratorio per la Gioventù.

I Trappisti ed i Poveri Servi

Dal 1816 cambiò di nuovo la geografia locale e Maguzzano fu fatto rientrare sotto lo stesso Comune di Lonato. Nel 1904, oltre un secolo dopo, l’abbazia tornò nelle mani di religiosi, nello specifico dei monaci trappisti cistercensi, provenienti da Stauoëli, in Algeria. Nel 1908 essi realizzarono l’adiacente cimitero, tuttora utilizzato. Nel 1915 un incendio distrusse l’antico portico d’ingresso e parte delle cantine.

Nel 1938 i monaci lasciarono l’abbazia per unirsi ai Confratelli di Notre Dame d’Aiguebelle, in Francia: l’antico monastero, il 24 settembre, finì ai Poveri Servi della Divina Provvidenza, fondati da san Giovanni Calabria, che ne divenne proprietario il 15 gennaio 1939. Qui strutturò il seminario minore della sua Opera. Nel 1940 venne istituita anche una scuola media inferiore, che rimase in funzione sino al 1970. Recita una lapide oggi presente nel cortile del complesso:

«In quest’abbazia dal 1940 al 1970 studiarono 882 “Buoni Fanciulli”, gratuitamente accolti da don Calabria, affidati solo alla Divina Provvidenza. Oltre 100 diventarono sacerdoti e religiosi non solo dell’Opera: per don Calabria i suoi studenti erano liberi di fare qualsiasi scelta nel Signore. Gli altri sono diventati bravi padri di famiglia con ottime professioni. Con riconoscenza, ringraziamo la Divina Provvidenza, san Giovanni Calabria, i suoi religiosi, le Sorelle dell’Opera nascoste in clausura, che ci donarono tutta la loro vita. Gli ex-allievi di Maguzzano, 16 ottobre 2011».

Nel 1944, nel pieno della seconda guerra mondiale, i Tedeschi requisirono il cortile dell’abbazia, per farne un’officina di riparazione dei mezzi militari. Poi abbandonarono la struttura il 28 aprile 1945. Poco prima, il 20 marzo, scrisse san Giovanni Calabria:

«Come penso al caro Maguzzano, da Gesù guardato con occhio di particolare predilezione! Terreno di paradiso, sia il giardino di Gesù. Da dove, con la grazia di Dio, tanto bene irradierà nel mondo, usque ad finem terrae».

Nel 1945 san Giovanni Calabria ospitò a Maguzzano il Metropolita della Chiesa ortodossa rumena, Vissarion Puiu, in fuga dal comunismo. Disse trattarsi di un lontano parente di uno degli ospiti, perché la sua presenza non suscitasse sospetti e non vi fossero ritorsioni.

Dal dopoguerra ad oggi la chiesa è parrocchiale della microscopica comunità di Maguzzano e Barcuzzi (una ventina di anime in tutto). Qui l’Opera fondata da san Giovanni Calabria ha sempre riposto grande cura nel preparare in modo adeguato le funzioni liturgiche con canti gregoriani o brani di Perosi, specie per le ricorrenze solenni. Dal 1970 ad oggi l’abbazia di Maguzzano è divenuta un centro per ritiri mensili, convegni ed esercizi spirituali.

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Questo testo di Francesco Corradi è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. È possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it

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