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Emilia: tra i Germani e il Papa

Tesori d'Italia30 Gennaio 2019
Testo dell'audio

I castelli dell’Emilia custodiscono, incastonati fra le possenti mura, frammenti di storia italiana ed europea, tracce di un lontano passato, che rivivono fra le pagine e nei musei: per vocazione terra di confine, pur nella sua posizione mediana, l’Emilia ha per secoli rappresentato, bordata a nord dal Grande fiume, il varco di accesso obbligato verso il Centro Italia e l’ultimo baluardo prima di addentrarsi nei domini di occupazione germanica: una zona, che necessitò quindi in passato di una strutturata difesa militare e dove sorsero, grazie alla favorevole posizione, alla fertile agricoltura ed ai vasti terreni numerosi potentati e signorie, che arricchirono in prestigio e segnarono le sorti di questa terra.

Il dominio longobardo

Regione storica dell’antica res publica romana, l’Emilia fu prevalentemente assoggettata al dominio longobardo dopo il mutamento del quadro politico europeo, che fece seguito al tramonto dell’Impero, come dimostrano ancora oggi svariati toponimi che conservano intatti segni della presenza dei più antichi incastellamenti medievali: Sala Baganza, in provincia di Parma, ricorda proprio il dominio degli uomini dalle lunghe barbe, che indicavano con il termine saliz le terre occupate direttamente da un presidio militare, per differenziarle da quelle vassalle.

Oggi il maniero che guarda il torrente Baganza ha cambiato volto e fisionomia, ma si fonda sul nucleo originario della presenza germanica: i Longobardi si erano infatti impossessati della regione alla fine del VI secolo, strappandola lentamente ai Bizantini asserragliati in Romagna; già dall’Alto Medioevo l’Emilia acquista dunque la funzione di linea di confine, ragione che giustifica, assieme alla frammentata suddivisione territoriale, la ricca presenza di fortificazioni, alcune delle quali sopravvissero alle contese dell’Età di Mezzo fino a giungere intatte ai nostri occhi, vestite dello splendore rinascimentale.

Tra il VI e il IX secolo l’Emilia rappresentò la sfumata terra di transizione tra il Nord, saldamente nelle mani dei duchi longobardi, i domini bizantini nell’attigua Romagna e il Patrimonio di San Pietro: a fare da sentinella tra le spartizioni ritroviamo ad esempio il castello di Monteveglio, citato anche nella Descriptio orbis romani da Giorgio Ciprio, costruito dagli esarchi per respingere le brame di conquista dei barbari, i quali sotto la guida del re Liutprando, intorno al 728, accesero gli scontri proprio alle pendici della fortezza nella campagna bolognese, di cui ancora oggi si possono vedere i resti originari. Ma la piccola frazione, nota per la secolare abbazia romanica, sarebbe ritornata alle orecchie degli antichi cronisti, perché, stando alla tradizione, proprio la resistenza degli abitanti fece perdere all’imperatore tedesco Enrico IV la speranza di sottomettere al potere secolare l’universalità del Papato oltre 400 anni dopo.

Tra Impero e Papato

Papa Gregorio VII

L’Emilia ebbe infatti un ruolo preponderante proprio nel suo ruolo di spartiacque tra Nord e Centro Italia, domini imperiali e zone d’influenza papale, durante la lunga lotta che contrappose Roma e l’Impero, per affermare la supremazia dell’una sull’altra autorità e che vide protagonisti i comuni padani. Molte civitates emiliane, nominalmente sotto la giurisdizione tedesca, si stavano di fatto rendendo autonome arrogandosi i privilegi spettanti al monarca: battere moneta, guidare gli eserciti, amministrare la giustizia, riscuotere i tributi.

Nel 1075, l’energico Gregorio VII aveva riaccentuato la posizione teocratica del Papato, per lungo tempo rimasto invece in linea con l’Impero: quale miglior alleato per i tanti Comuni intenti a ribadire un certo grado di indipendenza?

I castelli emiliani testimoniano ancora questo periodo di lotta, basilare per la storia europea; il Pontefice trovò infatti fra i Comuni guelfi, cioè avversi al potere imperiale, ed i feudatari fedeli a Roma i migliori alleati: egli si trasferì presso la marchesa di Toscana, Matilde, per seguire più da vicino il campo di battaglia, nel suo castello a Canossa, sopra un’aspra rupe di candida arenaria, piazzaforte costruita nel 940 e fulcro del complesso difensivo a controllo delle valli appenniniche: oggi la piazzaforte è annoverata fra i monumenti nazionali, nonostante l’antica possanza del complesso sia testimoniata solo da parte delle mura e dal perimetro a recinto.

In questo maniero, dopo essere stato scomunicato mentre scendeva in Italia alla testa di un esercito, per essersi rifiutato di riconoscere la superiore autorità papale, nel 1077 l’imperatore di Germania Enrico IV si umiliò, rimanendo tre giorni e tre notti sotto la tormenta davanti al portone, in attesa di essere ricevuto da papa Gregorio. Questo gesto di penitenza era necessario, poiché la scomunica slegava i sudditi dal vincolo di obbedienza verso il loro sovrano: per intercessione della Gran contessa e di Ugo, abate di Cluny, Enrico fu riammesso nella Chiesa.

Le Signorie

Enrico IV a Canossa, dipinto di Eduard Schwoiser, 1862.

Il Papa dimorò poi a lungo nel castello di Rossena, pittoresca rocca circondata da spalti e bastioni, rimaneggiata nei secoli, tale da conservare però l’imponente torrione medievale ed una caratteristica chiesetta dedicata a Sant’Andrea, nonché nella fortificazione di Carpinete, oggi in provincia di Reggio, di cui rimangono la cinta muraria a trapezio ed il mastio centrale, tipica forma essenziale dei castelli prima del XII secolo, quando assunsero la più nota composizione complessa.

Il conflitto fra Comuni e Impero si acuì sotto il regno degli Svevi, dinastia che pose sul trono i celebri imperatori Federico Barbarossa ed il nipote Federico II, il quale a Fossalta, presso Modena, e sotto le mura di Parma, fu duramente sconfitto dalla Lega autonomistica nel 1249.

Il passaggio verso l’Umanesimo portò al potere diverse Signorie, che si impadronirono delle maggiori città della pianura, come già era avvenuto secoli prima per i villaggi montani, dipendenti da un castello baronale.

Il Quattrocento aprì dunque una nuova fase politica ed un’inedita magnificenza di residenze aristocratiche, sublimi esempi di architettura e fasto ancora oggi, emblema della prosperità, del gusto e della grandezza culturale emiliana.

 

Questo testo di Lorenzo Benedetti è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. È possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it