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Un viaggio in Irlanda, dove la terra è più vicina al cielo

Tesori d'Europa19 Gennaio 2019
Testo dell'audio

Irlanda: forse la terra è più vicina al cielo, qui. O, più probabilmente, è più forte l’amore che lega al cielo la terra. Sì, perché la luce che mi sbatte sul volto, qui, cade dall’alto per un angolo assurdo, ha l’aspetto siderale di un bagliore che giunge estremamente obliquo, di taglio, come se fosse l’ultimo passaggio della luce sul mondo. Le cose, allora, assumono un colore stranissimo e vivo. La luce le investe, e me con loro, come se un angelo giocasse a far uscire, dal sole che stringe per gioco fra le mani, un solo raggio di sole, come fanno i bambini con l’acqua.

Una capitale giovane

L’incontro del viaggiatore con il mondo irlandese avviene quasi sempre dalla capitale, nella quale si sbarca, via mare o via aereo. Dublino, il cui nome si vede scritto anche nell’antica lingua celtica, Áth Cliath, ovvero Dubh Linn, “il guado scuro”, come la chiamarono i suoi fondatori, i vichinghi invasori.

Veduta di Dublino

Dublino è una capitale giovane, allegra, vivacissima: è l’immagine propagandistica di un’Irlanda che negli ultimi anni è divenuta fenomeno di massa, in corrispondenza con il boom economico dell’Isola. L’Irlanda tuttavia ha saputo “reagire” al benessere diffuso a suo modo: sui cartelli stradali, sulle scritte degli autobus, sui libri, campeggia la doppia scritta che ricorda strenuamente l’identità irlandese; rigorosamente prima in gaelico e – sotto – in inglese, scrivere annunci nella propria lingua, qui, vuol dire anche appartenere a un luogo, a una tradizione.

Allora l’irishness non sembra dissolversi nemmeno in quella piccola metropoli che ormai è Dublino. In mezzo alla città scorre la Liffey, il fiume il colore della cui acqua sembra nero: lo stesso colore della Guinness, che in Irlanda, non è solo una marca di birra. E la birra non è semplicemente una bevanda alcoolica.

Ma Dublino conserva anche le memorie della storia più recente e drammatica della Nazione: i palazzi del potere inglese che furono espugnati da Michael Collins e Eamon de Valera, quando nel 1916 l’Irlanda si alzò per rivendicare la sua piena libertà. Dublino risuona ancora, nei pub, delle sue antiche canzoni, dei racconti di un passato che gli irlandesi non hanno nessuna intenzione di lasciar passare.

L’Irlanda del “respiro umano della vita”

Tuttavia, l’Irlanda profonda la dobbiamo ancora incontrare, e per farlo, con tutto il rispetto dei cento villaggi, della campagna, dell’Irlanda rurale e profonda, il consiglio è quello di andare ad Ovest. Lì, agli estremi confini d’Occidente, c’è l’Irlanda eterna, con tutto il suo fascino. È impressionante quanto sia umana la dimensione di vita irlandese. Le altitudini iperumane dei palazzi, le velocità meta-antropologiche dei mezzi di trasporto, le megalopoli alienanti fatte di non-luoghi: tutto, qui, sembra trasformato, dal tocco lieve di una fata commossa, in un verde sterminato e indefinibile, costellato preziosamente di casette e luci, come in un vastissimo presepio.

Il fatto che siano soltanto in tre milioni ad abitare questi prati sconfinati è determinante: c’è spazio per tutti, non serve costruire in verticale. Ma non è soltanto questo: il respiro “umano” della vita qui caratterizza ogni cosa, intride l’esistere stesso.

Qui, ai limiti del mondo, si è al mondo umanamente, finalmente. Il tempo scorre come un respiro, e le cose accadono con il loro ritmo, non con quello che viene loro impresso. Il mostruoso e la morte sono confinati ad altri luoghi: nei simboli, nei miti, nelle leggende, nei versi: che il popolo irlandese, come pochi altri, ha composto in quantità.

Una lenta passeggiata verso Ovest

La strada che collega Dublino con l’Ovest si consumerebbe, nelle accelerate tempistiche extrairlandesi, nel giro di un paio d’ore, forse meno: se qui vi fosse un’autostrada; se non vi fossero soste in ogni incantevole, minuscolo villaggio sperduto della West Ireland; se l’autista non fosse inspiegabilmente amico di ogni passeggero, e non discutesse per svariati minuti con ognuno ad ogni fermata a proposito del clima, della vita, e di quant’altro. Allora il viaggio da Dublino all’Ovest è come una lenta passeggiata: si contempla il verde indefinibile che ricopre pressoché interamente l’Irlanda, isola di smeraldo. Ma non è semplicemente “verde” quel colore: è qualcosa di più: di più forte, di più accesso. Di più verde.

Come il mare aperto è molto più che blu, l’Irlanda, nella sua bellezza, è molto più che verde: è un colore più verde del verde, che intride ogni cosa. Persino le pecore, persino gli sparuti passanti sotto i grigi ombrelli, persino il cielo. Sì, in Irlanda il cielo è verde. “Il cielo d’Irlanda” è davvero qualcosa di fatato. In Irlanda il cielo stesso è meteoropatico. Muta continuamente.

Aristotele, nella Fisica, dice che un luogo può essere compreso solo dal suo limite: è lì che ne capiamo la consistenza. Forse per questo l’Europa, qui, nel suo lembo più estremo a Occidente, di fronte all’Atlantico, diviene più chiara nella sua essenza. La costa ovest dell’Isola d’Irlanda: dal Donegal al Kerry, passando da Sligo e Galway, richiede di essere visitata, esplorata, ammirata.

Non c’è solo lo spettacolo della natura, che si fa maestoso nelle Cliffs of Moher affacciate sull’Atlantico, o dolce sui placidi laghi come il Lough Corrib, ma anche quello della storia, che si intravede nelle suggestive rovine dei tanti monasteri devastati dalla furia iconoclasta inglese: Glendalough, Clommacnoise, Cashel. Una graziosa, affascinante città dell’Ovest dove si può sostare e che può servire come base d’appoggio per l’esplorazione della parte occidentale dell’isola è Sligo.

Sligo è il “crocevia del Nord”, così chiamata perché punto di transito quasi obbligato per il passaggio verso la contea del Donegal, nella parte nordoccidentale del Paese. Sligo conta poco più di 25.000 abitanti; numero che parrebbe esiguo, ma che nei poco più di tre milioni di cittadini irlandesi, di cui circa un milione stanziati a Dublino, assume un ruolo di rilievo.

Alla fine d’Europa

San Patrizio scaccia i serpenti

Da Sligo si può andare nel Connemara, una delle zone più selvagge dell’isola, costellata da fiordi solitari. Il capoluogo è Clifden, uno dei paesi più a ovest della nazione più a ovest dell’Occidente. Un passo oltre, e il mondo termina: oltre c’è lo sconfinato che l’Ulisse dantesco volle fatalmente vedere. Il Connemara, con i suoi silenzi e il verde deserto, ci ricorda che questi luoghi vennero spopolati nel periodo della Grande Carestia, quando migliaia e migliaia di Irlandesi furono costretti a lasciare l’Isola, direzione America, miseramente in cerca di fortuna.

Poco distante da qui, Galway è invece una città coloratissima, animata, piena di musica e di voglia di vivere. Fra le capriole delle nuvole, i gabbiani levano in alto grida che percuotono i timpani dei pescatori che fanno rotta verso le isole Aran, che si scorgono all’orizzonte, l’ultimo avamposto d’Irlanda e d’Europa prima di migliaia di miglia d’acqua. Sulle Aran, le rovine di fortezze pietrose preistoriche ci affascinano, e ancora una volta ci ricordano la storia antichissima di questa terra.

Prima di far ritorno a Dublino, vale la pena – per cercare di cogliere l’anima dell’Irlanda – far visita al Croagh Padraig, presso Westport, la montagna sacra dalla cui cima san Patrizio, dopo un lungo periodo di digiuno e preghiera, comandò ai serpenti di lasciare per sempre l’Irlanda, in una sorta di grande esorcismo. E in Irlanda, ancora oggi, i serpenti non ci sono. Scalare il Croagh Padraig, una ripida pietraia, significa ripercorrere il cammino secolare di ascesi di questo popolo straordinario. Una volta compiuto questo pellegrinaggio, ogni cosa e ogni luogo di questa terra avrà un senso, dai castelli normanni ai monasteri, dai dolmen alle grandi croci di pietra.

 

Questo testo di Paolo Gulisano è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. È possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it

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