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Meraviglie del Guadalquivir

Tesori d'Europa29 Giugno 2019
Testo dell'audio

Un viaggio per le civiltà fluviali europee rincorrendo il Guadalquivir, il fiume di Cordova e Siviglia. 

Nel suo Rivers of Empire, lo storico americano Donald Worster annota: «Scrivere storia senza metterci un po’ d’acqua è lasciare fuori una buona fetta della realtà. La storia umana non è mai arida». Con l’eccezione della Grecia, che comunque aveva il mare, le grandi civiltà antiche sono tutte nate ai margini di fiumi, dagli assiri nella Mesopotamia agli egiziani lungo il Nilo ai romani sul Tevere.

Sono rare le grandi città non situate ai bordi di un fiume. Da Madrid a Lisbona a Parigi a Londra a Vienna a San Pietroburgo, ognuna ha il suo corso d’acqua con il quale ne condivide il destino. Anche i fiumi hanno una loro storia. I fiumi sono vivi. Lo hanno capito i nostri antenati attribuendogli fantastiche leggende, come quella dei Nibelunghi nel Reno; cantando la loro mitica bellezza, come Strauss nel Danubio Blu; facendoli personaggi da romanzo, come l’Adda sul quale Renzo e Lucia sfuggono a Don Rodrigo nel capolavoro del Manzoni; oppure addirittura conferendogli un carattere quasi sacro, come nella saga del Grande Padre Po.

Più d’una volta mi è venuta voglia di sedermi ai margini di un fiume per chiedergli di raccontarmi la sua storia. Ah, se i fiumi di Europa potessero parlare! Quante storie potrebbero narrare!  Dal piccolo Rubicone, muto testimone di quel “Alea jacta est!” con cui Gaio Giulio Cesare iniziò la seconda guerra civile nel 49 a.C.; al maestoso Loira, che nel gennaio 1794 ricevette il martirio delle centinaia di preti gettati nelle sue gelide acque dai rivoluzionari francesi nei pressi di Nantes; al Tago, dalla cui foce partivano le navi portoghesi alla scoperta dell’India; al Neva, sulle cui gelide acque de Maistre ambienta le famose Soirées de Saint-Petersbourg… Fra tutti i fiumi europei, però, c’è ne uno che richiama più fortemente la mia attenzione. Punto di incontro di ben tre civiltà, luogo di feroci guerre durate più di un millennio, fiume di tragedia ma anche di poesia, di asprezza ma anche di sfavillante beltà.

È il Guadalquivir, secondo fiume della Penisola iberica per estensione, sulle cui acque si rispecchiano due delle più belle città spagnole: Cordova e Siviglia. Il fiume nasce a 1.400 mslm, nella Sierra de Cazorla (Jaén) e sfocia nell’Oceano Atlantico nei pressi di Sanlúcar de Barrameda (Cadice), dopo aver percorso ben 657 chilometri nelle provincie di Cordova e Siviglia.  Come tanti altri elementi della geografia spagnola, non si deve cercare nel Guadalquivir una bellezza estetica quanto piuttosto spirituale. «Oh gran río, gran rey de Andalusía, de arenas nobles ya que no doradas!» (Oh grande fiume, grande re dell’Andalusia, di sabbie nobili sebbene non dorate!) cantava il celebre poeta Luis de Góngora (1561-1627).

Dalla Hispania Baetica a El-Andalus

Nel 206 a.C., Publio Cornelio Scipione, detto l’Africano, riprende la Penisola iberica annientando le forze cartaginesi nella battaglia di Ilipa, combattuta proprio ai margini del fiume Guadalquivir, chiamato dai romani Baetis, spina dorsale di quella che sarà la provincia di Hispania Baetica, creata durante la riforma augustea nel 27 a.C. e pressappoco corrispondente alla moderna Andalusia. La capitale era Colonia Iulia Patrizia Corduba, ovvero la moderna Cordova.

La Betica restò largamente al margine dei disordini politici dell’Impero Romano fino al 408, quando inizia il periodo delle invasioni barbariche. Occupata successivamente dai vandali, alani e svevi, la regione ritrovò la pace solo nel 456 con la costituzione del Regno visigotico, prima ariano e poi cattolico dopo la conversione del Re Recaredo nel 587. È in questo periodo che sant’Isidoro di Siviglia scrisse, da testimone, la Storia dei Visigoti in Spagna.

Nel 711, nuovo colpo di timone. Alla testa di diecimila guerrieri musulmani, Tariq ibn Ziyad invade la Hispania e annienta le forze cristiane nella battaglia del fiume Guadalete, nella quale il Re Don Rodrigo trova la morte. Era la fine del Regno visigotico e l’inizio della dominazione musulmana, destinata a durare fino al 1491. I musulmani ribattezzarono il fiume wadi al-Kabir, “il fiume grande”, trasformandolo nella principale arteria di comunicazione di El-Andalus.

Sintesi felice

Nei successivi secoli, ai bordi del Guadalquivir si verificherà uno dei fenomeni forse più affascinanti della storia europea. Spesso, quando si vuole esaltare la bellezza dell’arte araba-musulmana (soprattutto in chiave di critica a quella “barbara” del Medioevo cristiano), si citano esempi andalusi: l’Alhambra di Granada, la Giralda di Siviglia, la moschea di Cordova e via dicendo. Orbene, questi non sono affatto modelli di arte araba-musulmana, bensì il frutto d’una sua felice sintesi con l’arte romano-visigotica. Credo non sia azzardato affermare che fu proprio in questa regione di confine, in contatto col mondo cristiano di matrice romano-visigotica, che la cultura araba diede il meglio di sé, sia in campo artistico che scientifico.

D’altronde, anche lo spirito spagnolo, in contatto con questa cultura, produsse alcune manifestazioni che, fino ai giorni nostri, ne costituiscono un po’ la sostanza. Basti pensare al flamenco, musica tipicamente andalusa, oggi invece universalmente ritenuta come rappresentativa della Spagna. L’Andalusia compendia, in certo senso, il meglio dei due mondi. Ai valori religiosi e culturali della civiltà cristiana occidentale, associa quella magia sognatrice propria del mondo arabo.

Un viaggio nella leggenda

Per accorgersene basta navigare sul Guadalquivir, dalla sorgente alla foce. Un viaggio che ci introduce nella leggenda, tra castelli, boschi, torri e montagne dove religione, storia e arte si fondono. Già dalla sorgente, nella Sierra de Cazorla in provincia di Jaén, siamo catapultati nel cuore delle vicende legate alla Riconquista.  Su una collina si staglia, austero e maestoso, il castello di Yedra. Costruito dai musulmani nel secolo XI come punto d’osservazione avanzato, fu conquistato nel 1232 da san Ferdinando III di Castiglia, che ne fece omaggio all’arcidiocesi di Toledo.

A due passi, sempre nei pressi di Cazorla, troviamo il Castello della Iruela, costruito come roccaforte cristiana e affidato ai cavalieri templari. A strapiombo sulla montagna, il castello sembra incarnare la sfida dei cristiani nei confronti dei seguaci di Maometto. Scendendo dalla Sierra, il Guadalquivir attraversa la cittadina di Santo Tomé vicino alla quale, e più concretamente nel Cerro de las Albahacas, ebbe luogo la battaglia di Baecula, in cui Scipione l’Africano sconfisse pesantemente i cartaginesi di Asdrubale, fratello di Annibale. Ancora più a valle, e dopo aver superato Villanueva de la Reina, il Guadalquivir bagna la città di Andújar, dove Ferdinando III radunò le forze cristiane che, al comando di Alvaro Pérez de Castro, detto El Castellano, sconfissero i musulmani di Siviglia.

Cordova

Arrivando in pianura, ai piedi della Sierra Morena, il nostro sguardo si estasia quando, a destra sopra il ponte romano, appare in tutto il suo splendore Cordova. Capitale della Hispania Ulterior durante la Repubblica Romana, della Hispania Baetica durante l’Impero, e di El-Andalus durante la dominazione musulmana, nel secolo X Cordova giunse a contare più di mezzo milione di abitanti, la più grande città del mondo. Oltre che per i suoi sfavillanti monumenti, Cordova è nota anche come terra di grandi intellettuali.

La Moschea di Cordova è considerata l’espressione più alta dell’architettura islamica in Occidente. In realtà si tratta di un’opera di sintesi, visto che fu costruita nel 785 dal Califfo Abderraman I sulla basilica visigotica di San Vincenzo, da cui riprende le forme.

La Moschea originaria era formata da 11 navate ornate da capitelli romani e visigotici. Una caratteristica particolare di questa costruzione era l’uso dell’arco ogivale, proveniente dallo stile visigotico, e che l’islam adotterà poi come proprio. Riconquistata Cordoba, all’interno della Moschea fu costruita la Cattedrale cristiana, aggiungendo in questo modo elementi gotici, rinascimentali e barocchi. È veramente un’opera unica al mondo nel suo genere.

La Giralda

Dicono gli andalusi “Quién no vió Sevilla no vió maravilla” (Chi non ha visto Siviglia non ha visto meraviglia). E hanno ragione. Proseguendo la nostra navigazione sul Guadalquivir, dopo aver superato La Algaba e Camas, entriamo in Siviglia, custodita dalla famosa Torre dell’Oro, costruita dai berberi per controllare l’accesso alla città. Di notevole importanza storica, oggi la Torre ospita il Museo navale di Siviglia. Siviglia sola meriterebbe un volume, anzi dieci. Ma concentriamoci sul suo monumento forse più famoso, nonché miglior esempio di ciò che stiamo chiamando “sintesi”: la Giralda.

Costruita originariamente nel 1156 come il minareto della moschea, questa torre – la più alta del mondo all’epoca – fu trasformata in torre campanaria della cattedrale cristiana, incorporando in questo modo elementi arabi, romanici, gotici e rinascimentali in un unico edificio d’una bellezza veramente sfavillante. Arrivando alla fine del nostro viaggio, approdiamo nell’Oceano Atlantico nei pressi della città di Sanlúcar de Barrameda dove, nel 1522, sbarcò la nave Victoria, capitanata da Juan Sebastián Elcano, dopo aver circumnavigato per la prima volta il globo al seguito di Magellano.  Sanlúcar è situata nella Costa della Luce, e si capisce subito il perché del nome: qui tutto è bagnato da una luce così diafana, forte e suggestiva che abbiamo l’impressione di essere veramente entrati in un mondo leggendario.

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Questo testo di Julio Loredo è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. È possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it

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