< Torna alla categoria

Il Santuario di Einsiedeln. Qui preghiera e lavoro resistono al tempo che passa

Tesori d'Europa22 Giugno 2019
Testo dell'audio

Sono meno di una cinquantina i chilometri che separano Lucerna dalla valle di Einsiedeln, ma le tortuose strade che conducono dalla città del ponte di legno alla basilica mariana più frequentata della Svizzera sembrano far aumentare la distanza.

L’Europa medievale fu costellata di monasteri, castelli, torri, santuari, pievi e città. Oggi molto di tutto questo ci rimane, parte in rovina, parte ben conservato, parte adatto solo al turismo. Se c’è però una realtà che mai è venuta meno nel corso dei secoli, e che anzi negli ultimi anni è in piena ascesa sia dal punto di vista spirituale che di partecipazione popolare, questa è il santuario.

Sono meno di una cinquantina i chilometri che separano Lucerna dalla valle di Einsiedeln, ma le tortuose strade che conducono dalla città del ponte di legno alla basilica mariana più frequentata della Svizzera sembrano far aumentare la distanza.

Dapprima, appena usciti dall’abitato, si attraversano alcuni paesini di poche anime che sembrano ancor più deserti se paragonati ai flussi di persone incontrati per le vie di Lucerna; poi, dopo alcuni chilometri di aperta campagna, ecco giungere di fronte ad una costruzione che colpisce per la maestosità: si tratta del Santuario di Einsiedeln e del suo annesso convento.

Al centro della piazza antistante c’è una statua in bronzo dorato della Madre di Dio circonfusa di stelle, in piedi sul globo terrestre; dal pilastro ottagonale sul quale poggia sporgono sedici cannelle di fontana e si vedono pellegrini che, appena giunti, alternano una preghiera ed un sorso, girando in circolo intorno alla fonte: è forse miracolosa come quella di Ballygowen, che guarisce da ogni malattia (almeno secondo la leggenda irlandese)?

Le origini. San Meginrat, il nuovo monastero

In seguito all’ennesimo incendio, agli inizi del Settecento, l’abate decise di far costruire un nuovo monastero, anziché cercare di restaurare il vecchio e i lavori vennero diretti da un monaco, padre Kaspar Moosbrugger, formatosi alla scuola barocca austriaca: per il convento egli disegnò un complesso a forma di graticola, ispirandosi all’Escurial.

La facciata della chiesa ed il sagrato vennero invece affidati ad un architetto allora molto conosciuto, il “milanese” (così chiamato per la sua formazione, in realtà era di Lugano) Pieno Bianchi, che li concepì in forme di semplicità che contrastano enormemente con l’interno. Infatti, attraversata la piazza circondata da un colonnato sormontato di statue ad imitazione di quello del Bernini per S. Pietro (e ciò non stupisce, se si pensa che lo stesso Bianchi a Napoli realizzerà quello di S. Francesco di Paola sullo stesso modello beminiano) e superato l’elegante portale convesso fiancheggiato da due toni campanarie alte 56 metri, si assiste al trionfo del rococò.

Il bianco delle mura e delle colonne è quasi dappertutto ricoperto da decorazioni in gesso colorato: il rosa e l’oro dei fregi, i puttini che portano gli stemmi degli abati, le statue di angeli e santi a grandezza naturale che si affacciano dal soffitto o che sembrano sostenere il pulpito, i capitelli compositi le cui volute spiccano per la caratteristica colorazione rosata, tutto è stato concepito al fine di creare un senso di stupore in chi entra nel santuario.

L’apoteosi è, naturalmente, raggiunta con il magnifico altare principale, sul quale troneggia una enorme tela rappresentante l’Assunzione, montata su balaustre e circondata da statue allegoriche; ma anche le altre cappelle sono provviste di statue, affreschi, tele. Curiosamente, tra i vari artisti che si sono avvicendati per abbellire l’edificio, spiccano ben tre coppie di fratelli: i comaschi Diego e Carlo Carlone, i benedettini Quirino e Cosma Damiano Asam, Giovanni Antonio e Giuseppe Torricelli. Il risultato dei loro sforzi è a dir poco stupefacente, come appunto si prefiggeva l’architetto: il senso di maestosità si accompagna a quello di leggera perdita dell’orientamento dovuta alla disposizione dei pilastri e al variare dell’altezza delle volte.

Queste celebrano alcune scene della vita di Cristo con affreschi che privilegiano una prospettiva realistica, quasi un trompe-l’oeil: ad esempio, quando ammiriamo la Natività che campeggia nella navata centrale, ci sentiamo accomunati ai pastori che, dal basso, portano i propri doni a Betlemme e tramite un effetto prospettico “di sfondamento”, possiamo intravedere al di là del tetto della stalla gli angeli che scendono dall’Empireo per adorare Gesù Bambino.

La Santa Cappella

Ma la prima cosa che il visitatore incontra, nell’ottagono che lo accoglie una volta varcato il portone d’ingresso, è la Santa Cappella (in origine la cella di San Meginrat), elemento a sé stante — come la Porziuncola, per intenderci — che contiene la statua della Madonna Nera.

La leggenda vuole che la consacrazione della Cappella sia avvenuta per diretto intervento di Gesù, il 14 settembre 948. Inizialmente i pellegrini giungevano per venerare la cappella consacrata da Cristo, poi la loro venerazione si spostò sulla statua romanica della Madre di Dio: durante il Medioevo la fama di Einsiedeln raggiunse anche il nord Europa e molti erano i pellegrini che si incamminavano fin dalla Germania e dai Paesi Bassi. Dopo un periodo di decadenza in seguito al diffondersi del protestantesimo, con la Controriforma il monastero tornò ad accogliere schiere di pellegrini e per essi venne istituita una rassegna di rappresentazioni sacre, tuttora attiva.

Sia l’effigie che la cappella hanno subito rimaneggiamenti: la statua originale, romanica, venne distrutta da un incendio e sostituita da una copia nel 1440; la cappella invece subì l’ultima distruzione non da un incendio, ma dalla occupazione delle truppe rivoluzionarie francesi nel 1798. Il marmo nero e le attuali forme classicheggianti del tempietto creano un enorme contrasto con il colore chiaro ed il gusto carico dell’edificio che la circonda.

La statua della Madonna Nera, che come abbiamo detto costituisce la meta principale del pellegrinaggio, è di fattura abbastanza semplice; a partire dalla seconda metà del Seicento si pensò di valorizzarla ricoprendola con sontuosissime vesti ispirate ai manti regali della corte spagnola, vesti che tuttora indossa. Al tramonto i raggi del sole colpiscono la statua attraverso la vetrata del portale, dipinta in colore rossastro, che crea un ulteriore effetto di stupore, ravvivando il luogo con una luce quasi soprannaturale.

Il santuario oggi

Anche ai nostri tempi Einsiedeln ha mantenuto il suo aspetto religioso e non costituisce certo soltanto un monumento architettonico: ogni giorno alle numerose messe si alterna la liturgia delle ore, cui partecipa una buona parte (considerando certi orari, soprattutto quelli del Matutino) della popolazione locale; ampio è lo spazio lasciato alla confessione ed alla esposizione del Santissimo, a testimonianza che coloro che si incontrano qui, provenienti dalle vicine regioni elvetiche sono soprattutto pellegrini e soltanto in piccola parte semplici turisti.

Oltre mezzo milione all’anno, presenti in particolar modo nelle due feste principali: il 14 settembre, anniversario della dedicazione e, naturalmente, il giorno dell’Assunzione a mezz’agosto. Particolarmente suggestiva è la fiaccolata notturna che in queste due occasioni si snoda lungo la piazza, trasformando la cittadina svizzera in una piccola Lourdes.

Non a caso, dopo una visita pastorale a vari luoghi di culto mariani che lo portò anche ad Einsiedeln, Giovanni Paolo II sottolineò l’importanza spirituale anche dei santuari meno noti, non direttamente legati ad apparizioni o a guarigioni miracolose, affermando tra l’altro: «I santuari mariani sono luoghi che testimoniano la particolare presenza di Maria nella vita della Chiesa. Sono come la casa della Madre, tappe di sosta e di riposo nella lunga strada che porta a Cristo. I santuari mariani sono autentici cenacoli» (Angelus del 21 giugno 1987).

Centro di preghiera e lavoro

La vitalità del santuario svizzero è testimoniata anche dall’alto numero dei monaci che vi abitano: circa 100, affiancati da quasi 50 confratelli. E poiché il motto benedettino è Ora et labora, anche qui le attività si sono indirizzate verso una particolare specializzazione e dopo secoli dedicati all’arte amanuense (trai 140.000 volumi presenti oggi nella biblioteca vi sono ancora molti preziosi manoscritti ed incunaboli), grande importanza riveste l’allevamento di una particolare razza di cavalli che dal monastero prende il nomee che risale almeno a cinque secoli fa.

Negli ultimi decenni è stato imbastito un corposo lavoro di restauro che ha interessato tutta la struttura; inoltre, ad ulteriore dimostrazione della vitalità del monastero, per ospitare i numerosi gruppi di preghiera che vi si recano, è stata costruita anche una chiesa inferiore (in, stile moderno) inaugurata nel 1986, due anni dopo la visita pastorale di Giovanni Paolo II. Per sostenere i lavori di manutenzione vengono spesso organizzati concerti di musica sacra, una tradizione qui testimoniata anche dalla presenza di ben due potenti organi: ma quel che colpisce di più è che il pubblico presente, pur se numeroso, non perde mai la consapevolezza di trovarsi in un luogo sacro e non in un auditorium.

Al termine delle esecuzioni, nonostante il nome ed il valore degli artisti che si esibiscono, non affiora il minimo cenno di applauso: il fascino di Einsiedeln consiste anche in questo, nel trasformare (o nel far tornare) la musica sacra in una forma di preghiera e non già di semplice intrattenimento.

******

Questo testo di Gianandrea de Antonellis è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. È possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it

Da Facebook