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Taibè, l’ultimo paese cristiano di Terra Santa

Storia28 Dicembre 2018
Testo dell'audio

Per recarsi a Taibè il pellegrino moderno di Terra Santa dovrà armarsi di pazienza. Da Gerusalemme, dalla porta di Damasco, il pullman giallo n° 18, stracolmo, porterà il viaggiatore fino a Ramalla.

Ma poi? Bisognerà trovare un improbabile mezzo, che s’infilerà sotto un sole di piombo, attraverso uno stretto corridoio rimasto libero in mezzo ai territori occupati, che conduce verso quest’ultima e irreducibile enclave cristiana.

Niente minareto, ma solo bambine senza velo e ragazzi sorridenti, che corrono sulla piazza del villaggio inquadrata da tre campanili tranquilli che non hanno rinunciato a suonare l’angelus, malgrado l’assedio costante delle tre colonie ebree vicine di 1500 persone ognuna, nascoste nelle loro fortezze di cemento.

Scesi dal pulmino siete in terra cristiana: si vede dal sorriso degli abitanti e da una profumo di libertà, quella dei figli di Dio, che erra nei vicoli del paese. Gli abitanti sono consapevoli del loro passato.

Taibè nella storia ebraica

Taibè o Efrem entra la prima volta nella Storia sotto il nome di Ofra, nel libro di Giosuè (18,21-24), una tra le dodici città attribuite alla tribù di Beniamino. Nel primo libro di Samuele, Taibè è menzionata mentre Saul entra in guerra contro i Filistei, poi quando Tamar, sorella di Assalonne fu violentata dal fratellastro Amnon.

Assalonne rimuginò talmente bene la sua vendetta che, dopo due anni e mezzo, tendeva un tranello mortale a suo fratello vicino ad Efrem. Nel secondo libro delle Cronache riappare il suo nome nella battaglia che opposero Geroboamo Re d’Israele contro Abia Re di Giuda. Giuda Maccabeo morì come un eroe contro i persecutori siriani nelle vicinanze, ai piedi del monte Azara.

La gloria più grande di questo paese però gli venne più tardi: fu in effetti l’ultimo rifugio di Nostro Signore prima di salire a Gerusalemme per subire la sua Passione. Leggiamo nel Vangelo, dopo la risurrezione di Lazzaro a Betania, che il Sinedrio aveva deciso la morte di Gesù: «Perciò Gesù non si faceva più vedere in pubblico fra i Giudei; ma si ritirò in una città chiamata Efrem, dove si trattenne con i suoi discepoli» (Gv. 11,54): ultimo riparo quindi, prima degli eventi drammatici di Gerusalemme.

Gli abitanti sono fieri di fare risalire la loro conversione alla visita stessa di Gesù. Si fa ancora vedere sulle altezze del paese una porta chiamata tuttora “la porta del Messia”, da cui Gesù entrò, secondo la tradizione.

In ogni modo, Efrem fece parte di questi «numerosi paesi dei Samaritani» evangelizzati dagli Apostoli san Pietro e san Giovanni (Att. 8,25). Eusebio di Cesarea, San Girolamo, e il famoso mosaico di Madaba (ora in Giordania), nonché i resti di una chiesa bizantina il cui battistero risale al sec. V, offrono una testimonianza dell’antichità di questo paesino.

Dalla conquista di Gerusalemme dei Crociati nel 1099, fino alla sua caduta, dovuta a Saladino nel 1187, Efrem fu una piazzaforte dei cavalieri franchi. Tuttora il luogo rimane una piazzaforte dei cristiani, che non venderanno mai un pezzo di terra a un non cristiano. È la condizione della loro sopravvivenza.

L’unione del “qui c’è stato”…

Taibè possiede tre parrocchie: la più antica, quella ortodossa, raggruppa un terzo della popolazione. Viene poi quella latina, fondata dai missionari nel 1860, che comprende la metà degli abitanti. Anche i Melkiti sono presenti dal 1903, con una cinquantina di famiglie.

Questo mosaico non impedisce una vera intesa tra i vari gruppi: come per tutta la Terra Santa, i luoghi sacri, misteriosamente, impongono spesso, al di là delle volontà ribelle e delle violenze, un ravvicinamento “forzato” che tiene in un’evidenza: “qui c’è stato”.

Difficilissima situazione

E la vita non è facile per questi cristiani. Ad esempio, le colonie ebree dipendono dalle stesse risorse in acqua delle comunità palestinesi. L’acqua, per la quale si sono fatte spesso delle guerre in Israele, è sotto il dominio assoluto dello Stato israeliano.

Sugli 800 milioni di metri cubi d’acqua consumati, solo 100 milioni sono consumati dalla popolazione palestinese di cui fanno parte anche le popolazioni cristiane. Ogni colonia ebrea consuma sette volte più acqua che le comunità palestinesi, paga, però, quattro volte di meno che i Palestinesi per quella che consuma!

Spesso durante l’estate non c’è più niente nel rubinetto a Taibè e spesso i cristiani non possono neanche uscire dal paese per vendere l’olio dei 30000 ulivi che costituiscono la loro unica ricchezza.

Allora le famiglie pagano la scuola cattolica con delle bottiglie d’olio e Abbouna Yaacoub Raed, già cancelliere del Patriarca di Gerusalemme e ora parroco, si ritrova con molte tonnellate del prezioso liquido nei corridoi della canonica.

Solare ed energico, non si dà mai per vinto e non smette di creare nuove risorse che andranno a migliorare la vita dei fedeli: un frantoio rinnovato, una fabbrica di candele liturgiche, un laboratorio di ceramica dove sono fabbricate delle colombe distribuite nel mondo intero e che ricordano alla comunità cristiana internazionale di pregare per la pace in Terra Santa. Tutti questi manufatti sono trasferiti fuori dal paese, a volte con tanti rischi.

Il peso dei coloni ebrei

Le colonie ebree rappresentano il rischio maggiore perché poco a poco soffocano le popolazioni palestinesi: Kassam Muaddi, studente in Scienze Politiche originario del paese, ci spiega che queste comunità sistemate dalle autorità militari israeliane dopo l’occupazione del 1967, sono completamente chiuse su se stesse.

All’interno, si sviluppa una società autarchica, con la propria agricoltura, industria, commercio e con una potenza militare non regolare, indipendente dell’esercito israeliano. Le colonie accrescono ogni anno il proprio territorio, con la confisca arbitraria delle proprietà dei palestinesi.

Con la disoccupazione molti palestinesi sono costretti spesso a lavorare in quelle che furono le terre dei loro antenati. Sembra quasi di essere tornati al tempo del Vangelo, quando il nostro amico ci dice quanto questi lavoratori sono pagati all’ora!

Ma la gioia rimane lo stesso palpabile nel paese, soprattutto in occasione della festa della birra: Taibè in tutta Israele è sinonimo di birra, perché nel 1994, insieme ad altri coraggiosi abitanti che erano esiliati, fiduciosi negli recenti accordi di Oslo, David e Nadim Khoury sono ritornati in paese, portando con loro la ricetta della birra, che, ora, ha conquistato tutto il mercato israeliano.

La Chiesa di San Giorgio

Ma il vero tesoro di Taibè sono i ruderi della chiesa bizantina dedicata a San Giorgio: qui le donne vengono ancora a pregare e lasciano come segno del loro passaggio piccole lampadine. Gli anziani evocano sotto il pavimento, un tesoro nascosto, mai ritrovato nonostante le persistenti ricerche degli archeologi.

Si raccontano molte storie; tra l’altro quella di una giovane sposa musulmana infedele al marito, che perse la vista, colpita dalla giustizia divina e alla quale fu risparmiata la pena capitale dalla comunità musulmana, perché già punita da Dio. In questa chiesa ella ritrovò la vista e si convertì al Cristianesimo.

Il sangue dei sacrifici, il sangue del martirio

Essendo di origine samaritana la popolazione cristiana a due passi del monte Garizim, ha mantenuto una tradizione immemorabile, molto vicina a quella che ancora oggi pratica la setta ebrea dei Samaritani.

In effetti, si praticano sacrifici animali che ricordano il passo dell’Esodo: «Prenderete del (…) sangue e ne porrete sui due battenti e sulla soglia della porta» (Es. 12,7). Per chiedere un grazia, per manifestare una perfetta dedizione a Dio, o per chiedere perdono per i peccati, spesso la gente viene là a sacrificare a Dio quello che rappresenta tuttora la base fondamentale dei loro beni, come una gallina o un agnello.

La carne viene poi regalata dallo zelo del parroco a una casa di pensionati costruita sui fianchi della collina vicina. Il sangue viene poi sparso sull’architrave della porta dell’antica Chiesa: spesso si fanno delle croci, o semplicemente bagnano le mani nel sangue e ne lasciano l’impronta sulla pietra.

Un “altarino” più somigliante ad un ceppo, che ad un vero e proprio altare, si trova davanti all’ingresso della Chiesa a ricordare la disposizione del Tempio nell’Antico Testamento. Il parroco, come tutti i suoi predecessori, tollera questa pratica, anche se non assiste mai a quel rito, oggi superato dalla nuova legge di Cristo.

Questo sangue sparso sulla porta di questa Chiesa in rovina ci suggerisce simbolicamente molte riflessioni: certamente queste popolazioni sanno benissimo che questo sangue sulla loro Chiesa figura proprio il loro sangue, che sono consapevoli di versare al prezzo di tanti sacrifici per rimanere nell’ultimo paese cristiano di Terra Santa.

Simbolicamente è anche il sacrificio di tutti i cristiani di Oriente, che subiscono tuttora il più grande olocausto mai subito in queste regioni, loro che più che la nostra ammirazione meritano la nostra preghiera fraterna.

 

Questo testo di Jacques-Yves Pertin è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. È possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it