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Stefano d’Ungheria: fondatore dello Stato e apostolo della nazione

Storia22 Febbraio 2019
Testo dell'audio

Santo Stefano d’Ungheria (969-1038) divenne sovrano dei popoli allora conosciuti come magiari e ungari nel Natale dell’anno 1000, con la Sacra Corona inviatagli da Papa Silvestro II in accordo con l’Imperatore Romano d’Occidente Ottone III.

La sua incoronazione suggellò la trasformazione di un’orda barbarica, che aveva fino allora terrorizzato i popoli cristiani circostanti, in un Regno che rappresenterà per numerosi secoli «baluardo di difesa della cristianità contro l’invasione dei tartari e dei turchi» (Messaggio del servo di Dio Giovanni Paolo II al popolo magiaro, 20 agosto 2000, n. 1).

Originari della zona meridionale dei Monti Urali, gli ungari tra il V e il IX secolo avevano infatti vissuto sulla foce del fiume Don formando una federazione di tribù conosciute come On Ogur (dieci frecce) nome che, mal pronunciato dagli slavi, divenne poi “ungher”.

La mostra su “Stefano d’Ungheria. Fondatore dello stato e apostolo della nazione”, a cura dell’Università Cattolica Péter Pázmány e del Centro “Studium” di Gorizia, tenutasi a Rimini dal 22 al 28 agosto 2010 in occasione della XXXI edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli di Comunione e Liberazione, ha il merito di presentare al grande pubblico questa eccezionale figura di re, apostolo e santo, il primo a essere dichiarato tale sia dalla Chiesa Cattolica che da quella ortodossa.

La storia politica dell’Ungheria

La nascita dell’Ungheria come la conosciamo oggi si deve al barbaro Geza che, alla fine del X secolo, riu¬scì a riprendere il potere sul suo popolo, dopo un periodo di anarchia, cercando appoggio politico presso il Sacro Romano Impero.

Nel 973 inviò infatti un’ambasceria all’Imperatore Ottone II e, due anni dopo, si fece battezzare. Dovette però subito affrontare l’opposizione popolare sollevata contro di lui dai soste¬nitori del precedente sistema di vita, sconvolti dal divieto pa¬pale di catturare cristiani per venderli come schiavi. Geza, tut¬tavia, riuscì a far sposare il figlio Stefano con Gisella, figlia di Enrico Duca di Baviera e sorella del futuro Imperatore Enrico II il Santo. Stefano successe al padre nel 997 e, la sua prima de¬cisione, fu di schiacciare l’opposizione dei fautori dell’antico regime con l’aiuto di un esercito bavarese.

Nell’anno 1000 il Pa¬pa Silvestro II concesse quindi a Stefano la Corona del Regno d’Unghe¬ria, a patto che il nuovo Stato accettasse l’alta sovranità dell’Impero d’Occidente, retto allora da Ottone III. I discendenti degli antichi guerrieri magiari e turchi che avevano conquistato il regno conservarono la loro libertà personale, assumendo la dignità nobiliare. Venne conservata un’antica assem¬blea formata dai proprietari terrieri la cui terra diveniva ina¬lienabile. Tutta la terra non appartenente ai nobili spettava al¬la Corona che la concedeva in uso ad affittuari.

Adottando il mo¬dello francese, il territorio fu diviso in contee, a capo delle quali c’era un conte nominato a vita senza diritto di successione, il quale aveva giurisdizione sugli abitanti, nobili e non nobili, col compito di raccogliere tasse e multe.

Dopo il periodo di appartenenza all’Impero austro-ungarico, il 10 settembre 1919 con la firma del Trattato di pace della Prima Guerra Mondiale a St. Germain-en-Laye, viene proclamata l’indipendenza dell’Ungheria e la costituzione della Repubblica, il cui triste esito di totalitarismo comunista nel secondo dopoguerra è noto a tutti.

In effetti la millenaria storia dello Stato d’Ungheria è caratterizzata, fin dalla sua fondazione, dall’impostazione cattolica che il suo primo re, Vajk, battezzato successivamente da Sant’Adalberto con il nome Stefano, le ha dato. Questo sovrano, con l’aiuto di san Gerardo, abate benedettino veneziano che fu suo consigliere e precettore del figlio Emerico, nonché di vari vescovi e ordini religiosi italiani e slavi, riuscì a porre come fondamento della nazione e dello Stato il diritto e la morale cristiana, suddividendo il territorio ungherese in diocesi, costruendo chiese e monasteri e dando inizio a una vita di fede che in breve tempo si espanse in tutto il Paese.

Come è opportunamente sottolineato a tal proposito nel catalogo della Mostra, Papa Silvestro II «non solo diede il suo beneplacito a quest’opera, ma come segno di amicizia e di sostegno, inviò da Roma la corona regale a re Stefano».

Morto in una battuta di caccia il figlio, che sarebbe stato l’erede ideale, Stefano ritenendo la regalità di Cristo la suprema fonte di ogni regalità terrena, affidò alla Vergine Maria il compito di intercedere, affinché l’opera di educazione cattolica iniziata nell’ancora giovanissimo Stato d’Ungheria, potesse continuare con i suoi successori al trono: «Come segno di questo affidamento della nazione, affidò alla Madonna i simboli imperiali: la corona, lo scettro e la spada. Gli anni trascorsero attraverso molte vicissitudini e alternanze di governanti spesso molto poco cristiani, nonostante ciò l’Ungheria annovera un gran numero di Santi e beati tra le persone delle famiglie regali» (ibidem).

Un pannello “politicamente scorretto”…

Oltre a grandi immagini e reperti vari, tra cui la copia della corona di santo Stefano custodita nella Chiesa di Mattia a Budapest, la mostra di Rimini presenta numerosi e interessanti pannelli espositivi, ricchi anche dal punto di vista grafico, che descrivono la personalità e l’operato di santo Stefano.

Fra questi, ne va segnalato uno assai poco “politicamente corretto” che, nell’illustrare la grande moralità derivante dalla fede cattolica che il re seppe trasporre nelle leggi e codici dello Stato, in primo luogo osservandola lui stesso e la sua famiglia, annovera fra i vari esempi, un istituto giuridico la cui eliminazione negli ordinamenti occidentali, assieme a quella di tanti altri, ha spianato la strada nella seconda metà del XX secolo alla disgregazione del matrimonio e della società: la condanna penale dei rapporti extra-coniugali.

L’insegnamento di Cicerone, infatti, per cui la famiglia costituisce il fondamento e l’origine dell’organizzazione statale, «principium urbis et quasi seminarium reipublicae» (“il primo principio della città e, quasi, il vivaio della vita pubblica”), ancora evidentemente ispirava la mente dei re ed il cuore dei popoli…

 

Questo testo è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. È possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it