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Sant’Atanasio, incrollabile baluardo della Verità tutta intera

Storia16 Novembre 2018
Testo dell'audio

Atanasio nacque ad Alessandria intorno all’anno 300 e fu, insieme a sant’Agostino e san Girolamo, grande protagonista del IV secolo a partire da quando partecipò, in veste di segretario del vescovo di Alessandria, al Concilio di Nicea del 325.

L’eresia ariana e il Concilio di Nicea

Fu questo, infatti, un Concilio decisivo, per la fede cristiana in generale e per la futura “missione” di Atanasio in particolare. I Padri niceni affrontarono, tra le altre questioni, il gravissimo problema dell’eresia ariana, sorta poco tempo prima.

Ario, presbitero alessandrino, sosteneva la “creaturalità” di Cristo, in una concezione che lo vedeva come un essere “medio” tra Dio e l’uomo; un essere sicuramente superiore a tutte le altre creature (una specie di “dio creato”), ma pur sempre inferiore al Padre che rimaneva l’unico vero Dio, nascosto dallo sguardo degli uomini.

Un’eresia palese, considerando che Gesù stesso si era definito “identico” al Padre dicendo: «Chi ha visto me ha visto il Padre» (Gv 10, 15), e addirittura: «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 22, 30); senza contare la bellissima definizione che san Paolo diede del Verbo, in riferimento al Padre, come «irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza» (Eb 1, 3).

E infatti nel Concilio di Nicea, per la prima volta, si adoperò il termine consubstantialis per indicare il fatto che il Figlio è «della stessa sostanza del Padre» come si sarebbe poi fissato nel Credo niceno-costantinopolitano.

Vescovo e santo

Appena tre anni dopo, nel 328, morto il vescovo di Alessandria, Atanasio divenne suo successore e subito si rivelò fermamente intenzionato a combattere le teorie ariane, dimostrando come la Fede autentica, ancella della Verità, non può mai scendere a compromessi con l’errore, per nessun motivo.

Motivi, infatti, ce n’erano, e anche di rilevanti: basti pensare che l’Imperatore Costantino prima, e suo figlio Costanzo II poi, arrivarono a sostenere l’arianesimo per ragioni puramente politiche.

Nel solco di quella pericolosa tendenza che era il cesaropapismo, i sovrani intendevano utilizzare la religione come instrumentum regni, come mezzo per governare meglio; in questo caso l’obiettivo da raggiungere era l’unità dell’Impero, e lo strumento da utilizzare era la conciliazione tra le opposte “fazioni” della Chiesa.

Vi furono pressioni da più parti per obbligare i vescovi cattolici ad accogliere nella loro comunione gli ariani, sottoscrivendo una formula di fede equivoca, ma fu proprio a intrighi di questo tipo che Atanasio si oppose strenuamente e questa sua perseveranza gli costò ben 17 anni di esilio, a fasi alterne, nell’arco di un trentennio, tra il 335 e il 366.

Dopo lunghi anni di sofferenze per la Fede, quando fu reinsediato definitivamente nella sua sede, poté finalmente dedicarsi alla riorganizzazione delle comunità cristiane, soprattutto sotto il profilo dottrinale; nel 362 fu convocato dietro sua iniziativa il Concilio di Alessandria, dove si ribadì fermamente la divinità di Cristo, ponendo fine alle dispute una volta per tutte.

Fu Atanasio, inoltre, a contribuire in gran parte alla diffusione dei princìpi del monachesimo in Occidente, grazie alla sua opera Vita d’Antonio, biografia di sant’Antonio abate che aveva conosciuto durante alcuni anni d’esilio, mentre viveva presso una comunità di anacoreti nel deserto egiziano. Morì il 2 maggio del 373.

Solo nella strenua difesa della Verità

L’opera più importante di Atanasio rimane in ogni caso il trattato su L’incarnazione del Verbo, dove sintetizza mirabilmente il cardine della fede cattolica dicendo che il Verbo di Dio

«si è fatto uomo perché noi diventassimo Dio; egli si è reso visibile nel corpo perché noi avessimo un’idea del Padre invisibile, ed egli stesso ha sopportato la violenza degli uomini perché noi ereditassimo l’incorruttibilità» (54,3).

“Perché noi diventassimo Dio”… Scrive Jean Guitton nel suo Gesù che «L’universo è una macchina per fare dèi, secondo l’ultima frase di Bergson, almeno se per dèi si intendono i santi uniti a Cristo». Non è un’espressione che deve sorprendere, non è un’eresia che esce “per il rotto della cuffia”, è la dottrina di sempre della Chiesa Cattolica: i figli di Dio sono chiamati a diventare Dio per partecipazione e cioè rimanendo in comunione con Lui per mezzo della Grazia.

È questo il destino eterno di ogni uomo: arrivare a possedere il suo Creatore. E Atanasio, nella sua incrollabile difesa dell’ortodossia, ha voluto garantire proprio questo impedendo che la sana dottrina, e quindi la Verità, venisse offuscata.

Ma c’è in particolare un episodio della vita del santo che è interessante ricordare: stretto dalle pressioni politiche e angosciato dalle tensioni nel clima ecclesiale, finanche il Papa Liberio arrivò a sottoscrivere una formula di fede che rinunciasse al consubstantialis niceno, abbandonando così Atanasio, e aprendo alla comunione con gli avversari.

Non entriamo nel merito della questione che evidentemente non tocca l’infallibilità sul piano dottrinale (propria del Papa) bensì la fallibilità sul piano esistenziale (propria di ogni uomo, compreso il papa); è invece importante sottolineare un aspetto: Atanasio, per combattere fino in fondo la buona battaglia della Fede, rimase completamente solo.

Spesso è questa la sorte che tocca a chi ha il coraggio di perseverare fino alla fine nell’annunciare la “Verità tutta intera”; ma è soltanto la sorte terrena, mentre “grande è la ricompensa nei cieli”.

Il nostro santo, unico baluardo della Parola di Dio, fu abbandonato dalla totalità dei vescovi, eppure non rinunciò mai a gridare la verità tanto che, più tardi, san Girolamo lo ricorderà scrivendo:

«Così mentre il mondo, sgomento, si trovò ariano, l’Egitto rimase fedele nella persona del suo capo indiscusso: Atanasio».

Questo testo di Vincenzo Gubitosi è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. È possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it