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San Massimo il Confessore, modello di vera perseveranza

Storia07 Dicembre 2018
Testo dell'audio

Uno dei grandi Padri della Chiesa d’Oriente, del tardo periodo antico, è san Massimo, onorato dalla tradizione con il titolo di Confessore; epiteto da intendere non nell’accezione oggi più diffusa, di colui che amministra il Sacramento della Penitenza, ma nel suo significato etimologico di “testimone coraggioso” della Fede cristiana.

Infatti Massimo affrontò e sopportò eroicamente grandi tribolazioni pur di perseverare nell’annuncio della Verità di Cristo, vero Dio e vero uomo, e nella difesa dell’integrità dottrinale.

Nacque intorno al 580 in Palestina, e abbracciò la vita monastica sin da giovanissimo, immergendosi nello studio della Scrittura. Da Gerusalemme si trasferì a Costantinopoli dove però, a causa delle invasioni barbariche, si trattenne poco tempo per poi rifugiarsi in Africa.

L’eresia monotelita

Qui si lanciò nella dura battaglia in difesa dell’ortodossia: era il periodo in cui iniziava a diffondersi pericolosamente l’eresia del monotelismo, presentata da Sergio, Patriarca di Costantinopoli, che andava a negare l’esistenza, nella Persona di Cristo, della volontà umana, sostenendo la presenza della sola volontà divina.

Un’eresia, insomma, che riduceva al minimo, se non annientava, l’umanità del Verbo Incarnato, esaltando la sua divinità come unico pilastro sul quale poggiava l’incapacità di peccare di Gesù.

Sembrerebbe una questione oziosa, da confinare nelle dispute teologiche tra gli studiosi, priva di un’effettiva rilevanza concreta. Nulla di più sbagliato. Il monotelismo rappresentava un’insidia pericolosissima: nella sostanza si affermava che Gesù è vero Dio ma non vero uomo, o quantomeno non pienamente uomo, perché guidato, nella sua esperienza di vita terrena, da un’unica volontà: quella divina.

Pertanto dinanzi alle tentazioni, come dinanzi al dramma della Passione che lo attendeva, Gesù sarebbe rimasto sostanzialmente indifferente, andando incontro ad ogni prova, e finanche alla morte, nella totale atarassia.

A cosa avrebbe condotto, quindi, l’errore del monotelismo? Alla svalutazione del più grande atto d’amore che sia mai esistito: nel momento in cui Cristo non avesse sperimentato alcun travaglio interiore nel compiere la volontà del Padre, data la divina perfezione della sua volontà, perché mai dovremmo prenderlo ad esempio nella nostra vita?

Donde trarrebbe autorevolezza il monito, per ciascuno di noi, a “non cadere in tentazione”, se fosse stato pronunciato da un Dio che non sa nulla delle difficoltà e dei limiti delle sue creature?

Allora vediamo come un dibattito apparentemente elitario e fine a se stesso, sia stato in realtà fondamentale per salvare la verità, la bellezza e il valore dell’Evento più importante della Storia: Dio che si fa uomo, l’Infinito che si imprigiona volontariamente nella gabbia dei limiti umani.

Ed è in questo modo che Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, acquista tutta la potenza della sua credibilità: Egli ha vinto il peccato non combattendo una battaglia fittizia, ma calando tutto Se stesso nelle difficoltà del quotidiano, sperimentando realmente i disagi delle tentazioni, e arrivando addirittura a vacillare davanti alla paura della morte; ma, infine, ha trionfato conquistando la vera libertà che è quella di dire: «Non come voglio io, ma come vuoi Tu».

Confessore fino all’eroicità

Massimo aveva ben capito la cardinale importanza della questione, per cui dedicò alla battaglia contro il monotelismo tutte le sue energie e già in Africa incontrò non pochi ostacoli nella sua predicazione.

Ben presto fu chiamato a Roma e nel 649 prese parte al Concilio Lateranense, indetto da Papa Martino, dove si condannava l’eresia di Sergio ribadendo ancora una volta la duplice natura e quindi, a fortiori, la duplice volontà della Persona di Cristo.

Da quel momento in poi cominciarono le vere tribolazioni, avendo avuto luogo il Concilio in disobbedienza all’editto dell’Imperatore che, per salvaguardare l’unità dell’Impero ed evitare guerre intestine, aveva vietato che si continuasse a discutere sull’argomento.

Così nell’estate del 653, Massimo e lo stesso Pontefice vennero arrestati e condotti a Costantinopoli: Martino fu condannato alla pena capitale che però fu subito commutata in esilio; e stessa sorte toccò a Massimo dopo che gli emissari imperiali ebbero tentato invano di estorcergli una ritrattazione.

Ma, nonostante la condanna all’esilio, proseguì sulla strada della testimonianza fedele: ne è celebre esempio la Disputa con Pirro, già Patriarca di Costantinopoli, che attribuiva, in Gesù, le sofferenze alla sola umanità e le opere alla sola divinità; probabilmente Massimo si riferiva proprio a questa teoria quando, tra le sue argomentazioni, inserì una frase portentosa, carica di altissima teologia:

«Egli opera umanamente ciò che è divino (…) e divinamente ciò che è umano» (Ep. 19-593 A. 2f).

Fu con tale padronanza dottrinale che il Confessore ottenne il rinsavimento di Pirro, il quale concluse la disputa con parole di profonda onestà e umiltà: «Chiedo scusa per me e per quelli che mi hanno preceduto: per ignoranza siamo giunti a questi assurdi pensieri e argomentazioni; e prego che si trovi il modo di cancellare queste assurdità, salvando la memoria di quelli che hanno errato» (PG 91, c. 352).

Tuttavia, nonostante un simile successo a dimostrazione della solidità e della veracità della sana dottrina, Massimo venne chiamato nuovamente a Costantinopoli per un ultimo tentativo di conciliazione davanti al nuovo Patriarca, dove pronunciò il suo ultimo discorso pubblico dicendo:

«Il Dio dell’universo proclamando Pietro beato perché lo confessò come si conviene, ha mostrato che la Chiesa cattolica è la giusta e salvifica confessione di Lui medesimo».

Seguirono quattro anni di esilio. Nel 662, sebbene fosse più che ottantenne, venne processato per l’ultima volta, e il tribunale dell’Imperatore lo condannò all’amputazione della lingua e della mano destra – a simboleggiare la cancellazione della sua parola e dei suoi scritti – per poi esiliarlo definitivamente nella Colchide, dove morì, sfiancato, il 13 agosto dello stesso anno.

Nel 680 il Terzo Concilio di Costantinopoli dichiarò definitivamente eretica la dottrina del monotelismo, riabilitando la figura del Santo Confessore della Fede.

 

Questo testo di Massimo Viglione è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. È possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it