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Mons. Pietro Fiordelli, il primo vescovo condannato

Storia26 Luglio 2019
Testo dell'audio

Negli anni ’50 il giovane vescovo di Prato, mons. Pietro Fiordelli, fu condannato per diffamazione da un tribunale civile per definito «pubblici concubini» due diocesani che si sposarono solo con rito civile. Eppure il Vescovo non fece altro che applicare il Diritto Canonico. In prima istanza venne condannato ad una multa di 40 mila lire. Pio XII in persona prese le sue difese e, alla fine, il singolare imputato venne assolto in appello per l’«insindacabilità dell’atto».

Ci sono Pastori di anime, che, pur nell’incessante fluire della Rivoluzione, che tutto travolge, si ergono, per umile coerenza con la propria Fede ed al servizio dell’unica Verità, quali modelli esemplari per tutti, in particolar modo per il popolo dei fedeli, quale richiamo per le coscienze e luce per quanti siano caduti vittime dell’ideologia. è questo il caso del Vescovo, mons. Pietro Fiordelli (1916-2004).

La vicenda

Mons. Fiordelli divenne vescovo di Prato a soli 38 anni per volere di Pio XII, il più giovane all’epoca in Italia: consacrato il 3 ottobre, il giorno 17 fece il suo ingresso in Diocesi. Il 12 agosto 1956 pubblicò una lettera su di un giornale parrocchiale relativa al caso di un uomo, militante comunista, e di una donna, sposatisi con solo rito civile. In base al Diritto Canonico, il Vescovo invitò il parroco a considerarli come pubblici concubini e pertanto ad escluderli dai Sacramenti. Inoltre, dispose che ai rispettivi genitori della coppia non fosse concessa la tradizionale benedizione pasquale della casa, avendo essi mancato nei loro doveri cristiani, permettendo ai figli di contrarre matrimonio al di fuori della Chiesa. Infine, dispose che quella sua lettera venisse letta da tutti i pulpiti della Diocesi.

La politica prese il sopravvento e i due querelarono il Vescovo per diffamazione. La cosa giunse in Parlamento, dove i comunisti per queste cose potevano sempre contare sul sostegno convinto dei socialisti, e si scatenò una campagna internazionale, avente per obiettivo non tanto mons. Fiordelli quanto direttamente il Sommo Pontefice, che si schierò con lui.

La condanna

I giudici pensarono di risolvere la questione, condannando il Vescovo di Prato, “reo” solo di aver applicato Catechismo e Dottrina, quindi d’aver fatto il proprio dovere pastorale, ad un’ammenda simbolica di 40 mila lire. Il Papa definì illegale quella sentenza e redarguì il governo italiano, per non aver saputo o voluto prender una posizione chiara e dirimente: permettere ad un giudice di sindacare sui contenuti delle materie di competenza vescovile, peraltro riconosciute dal Concordato, rappresentava un pericoloso precedente e significava far precipitare il Paese in una sorta di ateismo laicista militante. Il Santo Padre allora comandò a tutte le Nunziature apostoliche occidentali di promuovere manifestazioni di solidarietà nei confronti di mons. Fiordelli e sospese, in segno di protesta, il tradizionale ricevimento d’inizio anno in onore del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede.

Alla fine, mons. Fiordelli fu assolto in appello per l’«insindacabilità dell’atto».

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Questo testo di Gabriele Bodini è stato tratto dal periodico Radici Cristiane. È possibile acquistare la rivista anche on line o sottoscrivere un abbonamento, cliccando www.radicicristiane.it

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